repubblica.it, 24 settembre 2026
Machado e i 3 tentativi in 2 giorni di rientrare in Venezuela
Ci ha provato tre volte in due giorni. La prima, lunedì scorso, 21 settembre, via mare; la seconda martedì 22 con un volo di linea; la terza, nel pomeriggio dello stesso martedì, sempre con un aereo commerciale. Ma non c’è stato niente da fare. María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, cerca disperatamente di rientrare nel suo paese che ha lasciato in modo rocambolesco a Natale 2025. Trova le porte sempre sbarrate. Non tanto da parte del regime chavista o di quella parvenza di regime rimasta dopo la cattura di Nicolás Maduro e il suo trasferimento nel carcere federale di Brooklyn in attesa di essere processato con la moglie Celia Flores per traffico di droga.
È l’amministrazione Usa a trovare ogni volta una scusa. Niente di ufficiale. Nei fatti vieta alla pasionaria di fare il viaggio che insegue da almeno un anno. Negli ultimi mesi è già accaduto sette volte. L’ultima proprio nelle stesse ore in cui la presidente a interim Delcy Rodríguez si faceva fotografare sorridente al fianco di Trump che l’aveva invitata a un incontro a porte chiuse, da soli, al Lotte New York Palace Hotel. “Attenzione”, avvertiva su X Pedro Urruchurtu, consigliere per le relazioni internazionali della fondatrice di Vente Venezuela. “A María Corina Machado viene impedito di tornare in Venezuela. Gli ultimi tre tentativi sono tutti falliti”. La notizia veniva confermata anche dai due giornalisti di Abc e di Ntn24 che dovevano accompagnarla.
Una volta la compagnia che forniva il motoscafo che avrebbero dovuto portare il gruppo da Panama alla costa nord del Venezuela ha cancellato il viaggio all’ultimo momento adducendo problemi al motore del mezzo. Il secondo tentativo è andato a vuoto perché l’aereo che avrebbe dovuto portare Machado ad Aruba, non è mai decollato. Stessa buca nel pomeriggio quando la leader dell’opposizione, esasperata, ha cercato un’alternativa con un volo via Curaçao, nelle Antille olandesi. Sembra che questa volta il veto sia arrivato dalle autorità di Amsterdam dopo una serie di telefonate con Washington.
Machado resta a Panama. “Come una detenuta”, denuncia il suo staff. Le autorità del paese le hanno procurato un passaporto normalmente destinato a persone apolide o perseguitate. Non è il caso della leader dell’opposizione venezuelana. Tuttavia, non ha altro documento visto che il suo passaporto non le è stato mai rinnovato.
L’Amministrazione Trump ha evitato di pronunciarsi su questa serie di tentativi falliti. Il Segretario di Stato, Marco Rubio, si è limitato a rispondere a una specifica domanda ribadendo che Machado ha il diritto di tornare nel suo paese “quando vuole”. L’ha definita una donna “molo coraggiosa” e “molto benvoluta” negli Usa. Ma non è andato oltre. Parole di circostanza. In realtà si sa che è lo stesso Donald Trump a frenare l’ansia di Corina a rientrare in Venezuela per ricominciare la sua battaglia d’opposizione. In passato ha più volte ribadito che la sua presenza a Caracas era inopportuna, che avrebbe dovuto attendere il suo turno, che il paese aveva bisogno di trovare una sua stabilità, di rilanciare la sua economia. Ma soprattutto di ristrutturare la rete di siti petroliferi e di estrazione sotto il rigido controllo degli Usa.
L’obiettivo, raggiunto un mese fa, era siglare un accordo che trasferiva nelle mani di una società maggioranza statunitense, il 20 per cento della produzione di greggio dell’Orinoco. Un patto che martedì scorso, davanti all’Assemblea dell’Onu, Trump aveva descritto come il “bottino della vittoria”.
Così, mentre Machado si affannava a cercare una via per il rientro, la presidente transitoria Delcy Rodríguez saliva sul podio del Palazzo di Vetro e pronunciava un discorso ben lontano, nei toni e nelle parole, da quello fatto nel 2019 nella stessa assise. Nessun riferimento all’"odio suprematista” e agli “artigli imperialisti” di Trump. Al contrario, ha voluto “ringraziare il presidente Usa per la sua disponibilità e perseguire relazioni diplomatiche e di cooperazione”. Ha parlato di impegno per la pace, del rifiuto della violenza, del rispetto per i diritti della natura e di sicurezza energetica. Solo all’ultimo ha fatto l’annuncio più significativo. “Ci saranno elezioni in Venezuela”, ha assicurato. “A tal fine, abbiamo avviato un dialogo politico”. Ma ha evitato di indicare la data, limitandosi ad affermare che sarà il popolo venezuelano a stabilire “il momento giusto”.
Secondo Axios, sarebbe stato lo stesso Trump a suggerirle di dichiararlo ufficialmente. Nel loro incontro di martedì avrebbe spiegato alla Rodríguez: “Tanto alla fine dovrai indire le elezioni”. La nuova leader chavista non ha fatto alcun accenno a Maduro. Non ha voluto chiarire se sarebbe andata a visitarlo in carcere: si trova a meno di 50 chilometri da dove ha parlato. Delcy è in sella, gode di ottima salute politica e va perfettamente d’accordo con il suo nuovo alleato. I tempi sono cambiati. L’asse con gli Usa produce stabilità, garantisce una pace molto utile anche a fini interni dove la gente comincia a chiedersi se tutto quello che è accaduto ha prodotto un cambio reale. Domina il petrolio, quindi il business. Che significa soldi. In teoria: il “bottino della vittoria” finora premia Trump, i venezuelani possono aspettare.