corriere.it, 24 settembre 2026
24,8 milioni di italiani non pagano nulla di tasse
In Italia quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi nel 2025 sono 42,8 milioni (267.885 in più rispetto al 2023). Di questi quelli che hanno versato almeno un euro di Irpef sono solo 34,1 milioni. I restanti 24,8 milioni (rispetto al totale della popolazione di circa 58 milioni), ben il 46% degli italiani, non hanno redditi e non pagano l’Irpef. A fare il punto della situazione è il tradizionale rapporto sulle spese pubbliche e sulle entrate di Itinerari previdenziali, presentato giovedì 24 settembre al Cnel nel corso delle celebrazioni per l’80° anniversario di Cida.
Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini Irpef è ammontato a 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del Tir di 216,24 miliardi di euro. I dichiaranti fino 7.500 euro lordi sono 7,9 milioni e pagano in media 19 euro di Irpef annui, che salgono a 204 euro per i 7,4 milioni di dichiaranti con redditi tra 7.500 e 15 mila euro lordi l’anno. A seguire la scomposizione mostra quindi 4,79 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15 mila e i 20 mila euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro (che si riduce a 1.288 euro se rapporta al numero di abitanti). A salire, con redditi lordi tra 20 e 26 mila euro si contano poi 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro (2.384 per cittadino), mentre tra 26 e 29 mila euro lordi, altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportato al numero di cittadini. Questo significa che gli italiani con redditi fino a 29 mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’Irpef. Mentre quanti dichiarano dai 35 mila euro lordi in su rappresentano il 18,78% del totale contribuenti e pagano il 65% di tutta l’Irpef. Tenendo conto anche dei redditi tra i 29 mila e i 35 mila euro (l’11,44% del totale), l’analisi mostra come il 30,22% degli italiani corrisponda il 78,67% dell’Irpef.
«L’Italia, unica nel suo genere, è del resto il Paese della tripla (o forse anche più) progressività» commenta il professor Alberto Brambilla, precisando che «la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi “occulta”, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione». Il presidente di Cida Stefano Cuzzilla pone l’accento sul fatto che «oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio».
Il rapporto di Itinerari previdenziali confronta anche i redditi medi lordi dichiarati per il 2024 rispettivamente dei lavoratori iscritti all’Inps, dai professionisti iscritti alle Casse professionali, che a volte sono professionisti con contratto di lavoro subordinato, e una selezione di lavoratori autonomi soggetti a Isa ricompresi nelle gestioni Inps. Dalle tabelle si vede che per quanto riguarda gli iscritti all’Inps, i maggiori redditi (250 mila euro lordi l’anno) sono dichiarati dagli sportivi professionisti, seguiti dai sanitari con 94.000 euro annui e dai giornalisti dipendenti con 70.219 euro. Seguono poi i 12.831 lavoratori del settore volo, piloti e personale di bordo con 40.527 euro, gli statali dipendenti di Stato ed enti locali tutti intorno ai 35/38 mila euro.
Per quel che riguarda i liberi professionisti, al primo posto ci sono i notai con un reddito medio annuo di 164.758 euro. Al secondo posto si classificano i 250 attuari con 113 mila euro di redditi dichiarati, seguiti dai 23.800 farmacisti titolari di farmacie con circa 112 mila euro (dato stimato sulla base dei dati Federfarma).
Per quel che riguarda invece i lavoratori autonomi soggetti a Isa (gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale), il rapporto evidenzia come 274.927 contribuenti (10,23%) dichiarino ricavi fino a 30.000 euro, mentre 2.411.567 (89,77%) dichiarino ricavi superiori a tale soglia. Se si guarda agli indici di affidabilità emerge che i contribuenti con indice inferiore a 8 sono complessivamente 1.433.208, vale a dire più di metà dell’intera platea (53,35%). Tra i contribuenti con ricavi superiori ai 30.000 euro emergono alcune categorie nelle quali la percentuale di soggetti con Isa inferiore a 8 è particolarmente elevata, come servizi di ristorazione commerciale (70,4%), tintorie e lavanderie (71,1%), commercio al dettaglio di giochi, giocattoli e articoli sportivi (63,8%) e i servizi di pompe funebri (60,7%).
«Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50 mila euro, l’abbiamo portata al 33%», ha dichiarato il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. «Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60 mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%».
In un Paese in cui il costo del welfare continua ad aumentare questa disparità pesa molto. Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali evidenzia che nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni è stato sostanzialmente necessario utilizzare tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOST e addizionali territoriali), per un totale di 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi di imposte dirette.