Corriere della Sera, 24 settembre 2026
Bce, il caso Lagarde e il dilemma dell’Ue
Lasciare la presidenza della Banca centrale europea prima del tempo per andare a guidare il World Economic Forum? Significa scendere qualche gradino, vista la differenza di importanza e di potere dei due posti. Ciò nonostante, Christine Lagarde sembra decisa a salire sul treno che da Francoforte va a Cologny, cantone di Ginevra, quartier generale del Forum famoso per il meeting annuale di Davos. Niente di scandaloso, in sé: la presidente lascerebbe a inizio 2027 invece che a ottobre (certo, in momenti più che turbolenti). La scelta, non ancora ufficiale, ha però già messo in movimento le diplomazie della Ue ed è foriera di scontri e di riflessioni su come è giusto ed efficace opporsi a una possibile crisi nell’istituzione finanziaria più importante d’Europa. Il passo indietro di Lagarde, infatti, se ci sarà, non sarà del tutto made in Lagarde. È «suggerito» dal governo francese, probabilmente con l’avallo di Emmanuel Macron, e da altri esecutivi europei. Si tratta di decidere al più presto il nuovo vertice della Bce e di altre importanti posizioni economiche nell’Unione per evitare il rischio che la questione passi dalle mani, dopo le elezioni presidenziali francesi del prossimo aprile, alla possibile nuova inquilina dell’Eliseo, Marine Le Pen. Il timore di molti governi dell’Eurozona è che, dopo la vittoria del Rassemblement national, si possa aprire un contenzioso sulle nomine da fare capace di deragliare i programmi europei. Quindi, prevenire. Il quotidiano Financial Times ha scritto che le diplomazie sono impegnate a disegnare un «grande pacchetto» di nomine per i tre posti più importanti al vertice della Bce, da decidere entro fine anno. Non solo quello della presidente Lagarde. Anche altre due posizioni importanti, quella del capo economista Philip Lane e quella di Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo della banca; entrambi i mandati scadono l’anno prossimo. Niente, finora, è stato deciso ma, di sicuro, il procedimento e la sua conclusione solleveranno la protesta della destra francese e dei partiti che in Europa la appoggiano: uno sfregio alla democrazia e agli elettori, stanno già sussurrando. È un dilemma non nuovo, in Europa: è efficiente e corretto cercare di mettere all’angolo un partito considerato pericoloso ma che ha vinto le elezioni? Anzi, prima ancora che le vinca? Qualcuno ha la risposta giusta?