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 2026  settembre 24 Giovedì calendario

Antisemitismo, il cambio di rotta Pd agita i riformisti

In un corridoio di Montecitorio ieri mattina Elly Schlein ferma Lorenzo Guerini per un lungo colloquio, per cercare di capire quanti riformisti sono pronti a smarcarsi dal no annunciato dal Partito democratico sul disegno di legge contro l’antisemitismo. La segretaria ascolta, conta, prende tempo. Nelle commissioni interessate i dem si astengono sui pareri al ddl, ma in Aula è ormai scontato che il Pd voterà no. Anche perché la maggioranza non accetta di modificare il testo, come sollecitato da Schlein. Più che un appello, del resto, quello della leader democratica era un modo per uscire dall’angolo e non attirarsi le critiche di chi quel provvedimento lo vuole, nel suo partito e nelle comunità ebraiche.
Nel Pd, però, monta il malumore per questo mutamento di rotta. È Piero Fassino a esprimere il disagio dei riformisti: «La discussione sul ddl è inquinata da due argomenti sbagliati. Non è vero che questa legge limiti il diritto di critica al governo di Israele: da tre anni le piazze italiane sono piene di manifestazioni contro quel governo, anche con parole d’ordine estreme, senza che nessuno sia stato perseguito». E aggiunge, citando Rabin: bisogna distinguere nettamente la contestazione a Netanyahu dall’impegno contro l’antisemitismo, «votare no, sovrapponendo i due fronti, è un errore».
Sulla stessa linea Walter Verini, che ricorda come il testo approvato al Senato – ispirato alla proposta Delrio – sia stato svuotato di ogni rilievo penale: «Se fosse stata una legge che impedisce il dissenso non l’avrei votata». Il senatore dem rivendica la propria durezza verso Netanyahu («Un criminale, un assassino»), Ben Gvir («Un macellaio») e i coloni estremisti, ma non chiude gli occhi sulle responsabilità di Hamas e del regime iraniano, né su un antisemitismo «dilagante anche in Italia». Il suo auspicio: che «prima del voto il gruppo Pd riveda la linea, anche come segnale verso gli elettori dem di religione ebraica contrari a Netanyahu».
Da Sinistra per Israele arriva un giudizio netto: il no del Pd è «una ferita insanabile». Ivan Scalfarotto, di Italia viva, smonta l’argomento della censura: «La definizione Ihra – spiega – non impedisce affatto di criticare Israele, lo dice il testo stesso, ma si occupa di altro. Della negazione del diritto di Israele a esistere, del doppio standard, del paragone con la Germania nazista e della responsabilità collettiva attribuita agli ebrei ovunque vivano. Esattamente i modi in cui l’antisemitismo oggi si traveste da critica politica».
Durissima Pina Picierno: il Pd, dice, è diventato «una succursale del M5S», e quanto accaduto rappresenta «la bancarotta morale della politica». Dal centrodestra, Maurizio Gasparri parla di una Schlein che «cede alla pressione dei pro Pal», assicurando che il testo della legge non cambierà comunque. Chiude Davide Romano, presidente del Museo della Brigata ebraica, per cui il no del Pd è «un tradimento dei valori dell’antifascismo».