Corriere della Sera, 24 settembre 2026
Alunni stranieri, le classi sopra la soglia sono pochissime
In assenza di dati ufficiali aggiornati, è difficile dire quante saranno le classi interessate dalla nuova legge sul tetto agli stranieri nelle scuole. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha detto che sono 34 mila quelle in cui si conta più del 30 per cento di studenti con cittadinanza non italiana. Ma la percentuale di bambini e ragazzi coinvolti potrebbe scendere notevolmente, perché le nuove regole del 30 per cento, secondo quanto anticipato finora, si applicano soltanto agli studenti nati all’estero – che sono circa un terzo del totale, gli altri due terzi sono nati qui – e nemmeno a tutti: solo a chi non abbia frequentato le nostre scuole con profitto per almeno due o tre anni. La discriminante è avere o no una conoscenza sufficiente della nostra lingua.
Costanzo Ranci, ordinario di Sociologia economica al Politecnico di Milano e coordinatore del Laboratorio di Politica sociale del Politecnico, insieme ai due colleghi Andrea Parma e Marta Cordini, ha elaborato dati dell’Anagrafe scolastica di Milano e dell’Invalsi e ne ha ricavato diverse indicazioni utili. Anzitutto gli studenti con background migratorio vivono, insieme ai loro genitori, soprattutto nelle periferie delle grandi città e nel Centro-Nord. Il record – i dati disponibili sono quelli del 2023/24) spetta a Milano, Venezia-Mestre e Bologna, dove quasi uno studente su quattro delle scuole medie (poco meno del 23 per cento) non ha il passaporto italiano. Seguono Torino (20,2), Genova (18,7) e Firenze (16,7). A Roma si passa all’11 per cento, in linea con la media nazionale. Al Sud il fenomeno migratorio ha percentuali minime: a Palermo gli alunni stranieri sono il 2,7 per cento e a Reggio Calabria il 6,2.
Secondo le proiezioni di Ranci, Milano costituisce – con i suoi numeri record – un esempio per calcolare gli effetti della nuova legge, anche se con qualche approssimazione perché i dati risalgono al 2022. Alle scuole elementari, che insieme alle scuole d’infanzia sono quelli con le percentuali più alte, i numeri sono clamorosi: 69 scuole primarie su 143 sforano la soglia del 30 per cento; in una trentina di istituti gli stranieri sono addirittura la metà o più della metà. Ma la sorpresa arriva quando si dividono gli studenti non italiani in immigrati di prima e seconda generazione. Se dal conto si tolgono gli alunni nati in Italia, come previsto da Valditara, il numero delle scuole milanesi che dovrebbero subire lo smistamento degli immigrati in eccesso si azzera: in nessuna scuola era iscritto più del 30 per cento di neo arrivati. Stesso discorso alle medie: i plessi ad alta densità di stranieri sono 40 su 91, ma scendevano a 3 non contando le seconde generazioni.
C’è un altro fenomeno misurato dal Laboratorio di politiche sociali del Politecnico: il cosiddetto «white flight», cioè la fuga degli italiani dalle scuole dove la percentuale di stranieri è molto elevata. Delle 69 scuole elementari milanesi su 143 che superano il tetto del 30 per cento, ne resterebbero meno della metà se le famiglie italiane che vivono in quel bacino scolastico non avessero preferito iscrivere i propri figli altrove. «In Italia fortunatamente i quartieri-ghetto sono molto rari e di conseguenza sono pochissime anche le scuole ghetto – spiega Ranci —. Tuttavia, poiché vige il principio della libertà di scelta scolastica, molte famiglie preferiscono spostare i propri figli in scuole con una composizione meno eterogenea». Scelte individuali «anche comprensibili», che però diventano un problema collettivo. Conclude Ranci: «Invece di inseguire il white flight spostando gli stranieri, sarebbe più efficace una strategia per trattenere gli italiani nel quartiere, dando maggior sostegno a queste scuole per garantirne il livello di qualità». Perché quello che emerge dallo studio è che, effettivamente, una composizione troppo squilibrata delle classi fa male agli alunni, stranieri in primis. Prendiamo i risultati dell’Invalsi in terza media: finché si resta sotto la soglia del 30 per cento non ci sono conseguenze significative né in italiano né in matematica, rispetto alle classi con studenti con lo stesso livello socio-economico, ma poi i risultati iniziano a peggiorare e dal 50 per cento in su crollano di più di dieci punti.