Corriere della Sera, 24 settembre 2026
Il telefono rosso dell’AI
Un «telefono rosso», una linea diretta Washington-Pechino da attivare per sventare conflitti catastrofici involontari in caso di fuga del genio dell’intelligenza artificiale dalla lampada di Cina o Stati Uniti. È quello che hanno proposto gli americani per dare all’odierno confronto Trump-Xi Jinping sull’AI il sigillo di una pur minima intesa formale: solo un velo rassicurante steso su un problema talmente complesso da apparire a molti intrattabile.
Quel filo diretto funzionò durante la «guerra fredda». Alla base c’era un equilibrio, quello del terrore, che Usa e Urss, per quanto feroci avversarie, non volevano infrangere. Linea attivata solo per tensioni estreme o errori e anomalie di sistemi d’attacco ben noti: missili balistici, bombardieri strategici. Oggetti fisici, visibili, con qualche margine di tempo per intervenire.
L’AI è tutt’altro: virtuale, fulminea, impalpabile. Attacchi, volontari o involontari, possono avvenire in mille modi: dalla paralisi della rete elettrica all’avvelenamento degli acquedotti, passando per sciami di missili e droni. Attacchi spesso invisibili finché non causano danni irreparabili. Magari per l’azione di un gigante del big tech che va oltre le indicazioni del suo governo.
Proprio quei giganti americani che nei giorni scorsi hanno proposto (a parole) un rallentamento dello sviluppo di modelli AI ormai difficili da controllare anche per i produttori, vista la loro enorme potenza. Sam Altman di OpenAI aveva anche provato a convincere i due leader ad accordarsi evocando, in modo un po’ puerile, onorificenze scandinave: «Se le due superpotenze mettono in sicurezza lo sviluppo dell’AI, a Trump e Xi Jinping il Nobel della Pace non glielo leva nessuno».
Niente Nobel. I due anziani statisti sono poco tecnologici, ma, sia pure con motivazioni diverse, hanno la stessa idea: nessun limite nella corsa verso AI sempre più potenti. Ignorano i timori sull’Agi, l’intelligenza artificiale generale che a breve dovrebbe superare quella umana. Trump davanti all’Assemblea dell’Onu è andato oltre, cavalcando con la disinvoltura di un cowboy quella che già chiama Superintelligenza: pericolosa o meno, consoliderà il primato Usa nell’AI che un rallentamento (chiesto da geni della Silicon Valley che lui bolla come woke) potrebbe mettere in pericolo.
Quanto ai cinesi, pensano solo al miglior sfruttamento economico e geostrategico di una tecnologia che Xi ha messo al centro dello sviluppo del Paese fin dal 2014, con l’obiettivo di arrivare alla supremazia planetaria entro il 2030. Con i big californiani che mantengono il primato nei modelli di maggiore potenza, Pechino teme che un accordo per rallentare i ritmi di sviluppo cristallizzi la Cina nel ruolo di inseguitrice degli Stati Uniti. Il gigante asiatico punta, invece, al sorpasso e già incalza l’America con modelli meno potenti ma efficienti e poco costosi: l’infrastruttura AI scelta da gran parte del Sud del mondo.
In questa fase di crescita tumultuosa Xi non vuole bastoni fra le ruote e diffida anche lui dei moniti delle big tech Usa: più che tendenze woke, vede doppi giochi dato che tutti, mentre invocano frenate, continuano ogni giorno a presentare nuovi modelli più potenti. Mentre i modelli cinesi più «spartani» ma efficienti stanno avendo successo anche in America: adottati da aziende attratte dal basso costo.
Ed è questo uno dei nodi da sciogliere tra Cina e Stati Uniti se, esclusa la possibilità di vasti accordi, vorranno almeno rimuovere gli ostacoli che bloccano o limitano il dialogo: gli Usa che non forniscono alla Cina i loro microprocessori più avanzati, Pechino che reagisce centellinando le forniture di terre rare delle quali ha il quasi monopolio mondiale. E ora, il nodo della «distillazione»: i cinesi sostengono di usare, come fanno tutti, i modelli Usa messi sul mercato, mentre Washington considera abusi quelli di aziende asiatiche che prendono pezzi dei modelli americani e il trasferiscono integralmente nei loro.
Questioni da affrontare in un confronto tra esperti. Quando si incontrarono a maggio, Trump e Xi promisero l’avvio di un dialogo sull’AI. Da allora nulla, fino all’incontro col quale domenica scorsa il ministro del Tesoro Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng hanno cercato di preparare il vertice di oggi.
E allora, più delle suggestioni da «telefono rosso» (forse sarà solo un canale tra Bessent e Lifeng) le speranze di qualcosa di concreto potrebbero essere legate all’ipotesi di avviare, tra due mesi a Shenzhen, un dialogo AI tra delegazioni di esperti dei due Paesi.