Corriere della Sera, 24 settembre 2026
Pezeshkian: «Pronti al dialogo ma non ci piegheremo mai»
La polo nera come la giacca, le occhiaie che gli scavano il viso fino alle guance. La bocca è un solco all’ingiù, la voce lenta, bassa, quasi dimessa. Masoud Pezeshkian, il cardiochirurgo presidente della Repubblica islamica che in patria chiamano «il Dottore», dal podio delle Nazioni Unite parla come un medico davanti a una prognosi cattiva. Il referto è per Donald Trump.
«Avevo preparato un altro discorso», esordisce. Poi spiega perché lo ha accantonato: il giorno prima il presidente americano, da quello stesso palco, ha definito terroristi gli uomini del regime e minacciato di «annientare» la Repubblica islamica se non accetterà un accordo. Pezeshkian solleva allora una fotografia di Ali Khamenei, l’ayatollah assassinato all’inizio della guerra. «Vengo da un Iran in cui il nostro stimato Leader è stato ucciso senza alcuna base legale né motivo». Lento, apre un plico di fogli e fa scorrere i volti delle vittime dei raid americani. Parte da quelli dei bambini della scuola di Minab, bombardata dagli Usa nel primo giorno del conflitto. Poi passa ai loro genitori rimasti senza figli e alle tombe minuscole fasciate nella bandiera nazionale. «Non avevano commesso alcun crimine», dice. La delegazione americana s’indigna e abbandona l’aula.
Pezeshkian non alza mai la voce, ma rovescia l’accusa. «Gli Stati Uniti ci hanno chiamati terroristi. Noi siamo vittime del terrorismo». Trump e chi cerca di intimidire Teheran, dice, danno «segni di una mentalità da bullo». L’Iran, insiste, «non è mai stato un aggressore», non ha iniziato guerre, ma difenderà il Paese «fino all’ultimo respiro». Il mantra è dialogo, sì, resa, no. «Siamo pronti alla diplomazia, ma senza accettare il linguaggio della forza».
Il nucleare è ormai quasi inghiottito dagli altri fronti aperti in questi sette mesi di disastro mediorientale. Ma resta il muro originario. Trump pretende zero arricchimento dell’uranio e la chiusura degli impianti, Pezeshkian risponde che non rinuncerà mai a un programma civile: «Energia per il progresso, non bombe». E denuncia il doppio standard. Israele possiederebbe l’atomica, non aderisce al Trattato di non proliferazione e non accetta ispezioni. L’Iran, invece, resta sotto sanzione. E su Gaza parla di «ferita aperta nella coscienza della comunità internazionale». Senza giustizia per i palestinesi, sostiene, non esisterà una pace stabile in Medio Oriente. Ma il nodo più urgente è Hormuz. «Non è possibile che tutti traggano beneficio dallo Stretto mentre a noi viene negato l’accesso alla navigazione». Teheran vuole controllare il passaggio e imporre pedaggi. Washington pretende che resti aperto alla navigazione. I mercati, intanto, ascoltano: mercoledì il greggio è salito di quasi il 2 per cento.
L’Assemblea generale, almeno per 24 ore, riapre una porta ai negoziati fermi da giugno. Martedì, a New York, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scambiato messaggi con Steve Witkoff e Jared Kushner attraverso i mediatori del Qatar. Trump parla di incontro «andato molto bene», Witkoff di confronto «costruttivo e promettente». Gli iraniani, più sobri, dicono che le distanze restano notevoli. Teheran pretende la fine della guerra su tutti i fronti, lo stop agli «atti di aggressione», la revoca del blocco navale e lo sblocco dei beni congelati. Washington non accetta che la riapertura di Hormuz diventi merce di scambio per la libertà di navigazione.
Nemmeno a Teheran la diplomazia è una questione condivisa da tutti. L’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, sostiene che Araghchi non fosse autorizzato a parlare con Witkoff e Kushner. Il mandato, secondo Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale, era soltanto consegnare le sette condizioni iraniane. Il contatto è stato bollato come un «grave errore», un «regalo a Trump». All’Onu è intervenuto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Le crescenti minacce ibride da parte della Russia mettono in pericolo la sicurezza europea» ha detto.
Oggi tocca a Benjamin Netanyahu, al Palazzo di Vetro. Il suo discorso dirà se Israele intende accompagnare il fragile canale americano-iraniano, o renderlo ancora una volta impraticabile.