il Giornale, 23 settembre 2026
Alì, il più grande di tutti prese a pugni i pregiudizi
Nacque il 17 gennaio 1942 a Louisville come Cassius Clay, un nome che definiva da schiavi. Morì il 3 giugno 2016 a Phoenix come Muhammad Ali, amato da Dio, per la conversione all’Islam nel 1964, vinto dopo 32 anni dal Parkinson. La sua eredità, la sua storia unica uscì presto dal ring per diventare emblematica e ancora molto attuale. Una storia nata in Italia, ai Giochi di Roma 1960 e conclusa davanti a nove figli e alla moglie Lonnie, che ora firma la produzione della prima serie The Greatest su Prime: «Lui cresciuto nella segregazione e mai libero, non si è mai arreso, neanche dopo la condanna, e non è mai stato un violento. Ha vissuto ai tempi in cui Malcolm X e Martin Luther King furono assassinati e in cui Mandela era in carcere. Le avversità ti rendono più forte, diceva. Era attratto dai dimenticati del mondo, un mondo in cui non c’erano colori». Non dovevano esserci bianchi e neri per Ali, che ironizzava sulla bruttezza di Sonny Liston e Joe Frazier per provocarli prima di batterli, ma anche su se stesso: «Il colore della pelle non importa. I soldi non importano, ma continuerò a combattere con lo zio Sam. La politica? Lo sport? Ci attende la morte. Mi chiamano Goat (Greatest of All Time), capra: io nell’universo ho l’importanza di una capra». Ed invece non c’è un campione che abbia inciso più di lui: «Se sono un uomo libero è merito suo», lo pianse LeBron James. «Più che pugile era Superman, unico: di uomini così Dio ne ha fatto uno solo, ed era nero» lo definì Nino Benvenuti. Anzi «era Dio», come lo elesse Spike Lee. Stregò Frank Sinatra: sempre a bordo ring per lui.
Dopo l’oro olimpico nei mediomassimi («Sono il più bravo, il più bello, il più audace e diventerò il re del mondo» e non fidandosi dell’aereo verso l’Italia viaggiò con il paracadute addosso), Ali il 29 ottobre 1960 debuttò da pro nei massimi, e il 25 febbraio 1964 a Miami diventò campione del mondo battendo il cattivo Sonny Liston all’ottavo round. Tre anni dopo fu condannato per aver gridato il no alla chiamata alle armi per il Vietnam. Da Spinks a Frazier e Foreman sfidò tutti i più grandi riconquistando la cintura iridata 3 volte. Il 27 giugno 1979 annunciò il ritiro ma il 2 ottobre 1980 tornò e perse contro Larry Holmes dopo 11 riprese; si concesse l’ultima volta l’11 dicembre 1981 contro Trevor Berbick perdendo al decimo. Non era più lui, colpito ormai dal morbo di Parkinson. Accese la fiamma alle Olimpiadi di Atlanta 1996 con la mano tremolante, commuovendo il mondo. Iconico, sempre. Sin da quando, a soli 12 anni, davanti alla Columbia Gym di Louisville, gli rubarono la bici rossa («La sto ancora cercando» non smise mai di ricordarlo) e incontrò il poliziotto buono Joe Martin, che avrebbe scoperto le doti pugilistiche di Ali. Adottato da Angelo Dundee, fu cacciato dal ristorante per soli bianchi che lo indussero a scappare verso il fiume Ohio dove non è vero che vi gettò per protesta la medaglia d’oro di Roma: semplicemente la smarrì. Preferiva parlare di pace nel mondo in una moschea di New York alla vigilia del Mondiale piuttosto che del rivale Liston: «Io non ho nulla contro i vietcong, perché dovrei andare ad ucciderli?». La cieca follia del terrorismo islamico non era esplosa in anni in cui Ali era più influente di Malcom X ma non evitò la condanna a 5 anni di carcere nel giugno ’67 per il no al Vietnam, mentre in strada si fronteggiavano pacifisti e guerrafondai.
Ali fu sconfitto da Frazier nel primo di tre match che hanno fatto la storia della boxe, e si riprese il titolo nell’incontro che lo consegnò anche alla fama cinematografica per l’Oscar del 97 a Quando eravamo re del regista Leon Gast. A Kinshasa nel 1974, tra i cori del pubblico «Ali bomaye» (uccidilo), a metà dell’ottavo round con un gancio sinistro e un diretto, confermò contro George Foreman di essere «The Greatest»: «La gente non realizza quello che ha finché non lo perde. È successo per il presidente Kennedy, per i Beatles, per Elvis Presley. Io sono l’Elvis Presley della boxe». Il pugile che volteggiava come una farfalla e pungeva come un’ape, cominciò il lungo match contro il Parkinson, ma fino all’ultimo rimase coraggioso e generoso giramondo politico, da Cuba all’Iraq, con un doppio pugno: i diritti civili e la pace. Eroico.