il Giornale, 23 settembre 2026
Georges Simenon racconta i crimini (veri) dei suoi amici
Nel 1937 Georges Simenon, che per il grande pubblico era già l’ispettore Maigret, scrisse per il settimanale Confessions una sorta di reportage-memoir-polar in più puntante dal titolo Les trois crimes de mes amis, che l’anno dopo Gallimard riunirà in un volume pubblicato come roman, romanzo, e che ora Adelphi intelligentemente ripesca dal mare magnum delle sue opere (I tre delitti dei miei amici, traduzione di Pia Cigala Fulgosi, postfazione di Benoît Denis, 217 pagine, 15 euro).
La dicitura roman, voluta all’epoca dal suo editore francese, era la classica foglia di fico per evitare inutili complicazioni legali, citazioni, richieste di rettifica o di indennizzo, cause: gli autori di due di quei tre delitti del titolo erano ancora viventi, anche se uno condannato a vent’anni di lavori forzati e l’altro a vita in una casa di cura. Quanto al terzo, nella fattispecie il suicidio di un giovane pittore, poteva sempre saltar fuori qualche parente più o meno alla lontana, deciso a riscattarne la memoria...
Simenon era contrario a quell’escamotage: «Non si tratta di un romanzo» scrisse a Gallimard, «e il pubblico se ne accorgerebbe». Come sottotitolo avrebbe preferito «una storia vera», ma non venne ascoltato. Per maggior sicurezza, prima della stampa le bozze vennero sottoposte a Maurice Garçon, che era non solo l’indiscutibile principe del foro della Parigi degli anni Trenta, nonché intellettuale e uomo di mondo, ma anche il difensore di uno dei due assassini raccontati nel libro, Hyacinthe Dans, quello che Garçon aveva salvato dalla ghigliottina per pluriomicidio, la madre, l’amante e un vecchio prete che lo aveva avuto come allievo ai tempi del collegio, ma non dal manicomio. Garçon diede il suo nulla osta alle pretese di Gallimard, e Simenon dovette prenderne atto. Lo fece però a modo suo: «Un romanzo ha un inizio e una fine!» scrisse già nelle prime righe del libro, e sta in questo il suo «artificio», ciò che «gli impedisce di essere un’immagine della vita». E infatti, nei tre crimini dei suoi amici che si accingeva a raccontare, «da dove iniziare se un inizio non c’è e, fra tre delitti, cinque o sei morti, una manciata di vivi, l’unico legame attraverso gli anni e attraverso lo spazio sono io? Tre delitti! Si fa presto a dirlo. Ma prima?(...) Impossibile raccontare certe verità con ordine e precisione: appariranno sempre meno verosimili di un romanzo». «L’unico legame attraverso gli anni e attraverso lo spazio sono io» scrive dunque Simenon ed è in realtà da questa annotazione che quello che non è un romanzo, ma non si accontenta di essere una cronaca nera, prende forma e ci dà uno dei ritratti più interessanti di chi fu Georges Simenon prima di divenire Maigret da un lato, un grande scrittore oltre Maigret dall’altro. È un tuffo profondo e a testa in giù in quel Belgio che nella Prima guerra mondiale è sotto occupazione tedesca, sperimenta la collaborazione, i sabotaggi, la borsa nera, il coprifuoco e le fucilazioni, la paura, la fame... «Ciò che conta non sono i fatti: è un’atmosfera, una condizione, è un odore di caserma per le strade(...) parole nuove, musiche sconosciute, cucine da campo sui marciapiedi; (...) un manifesto rosso con i nomi dei nuovi civili fucilati Certo la vita continua e bisogna arrivare a scuola in orario, imparare le lezioni, fare i compiti, salvo discutere, durante la ricreazione, del padre di un compagno che vende burro ai tedeschi e della madre di un altro che è stata vista con un ufficiale degli ulani».
Nato nel 1903, all’epoca Simenon è un ragazzino di tredici anni, vive a Liegi, frequenta la libreria di Hyacinthe Dans, in rue Férronstrée: libri usati, libri scolastici, opere licenziose... Il libraio è un omone sudaticcio e unutoso, sempre sorridente, un debole per le ragazzine, un pass della Kommandantur, la libreria che alla sera si trasforma in un’alcova con le imposte ben chiuse e, si mormora, una candela in un teschio a illuminare notti di piacere... È quel Dans che, vent’anni dopo, sgozzerà la madre, l’amante e un povero vecchio prete e da cui vent’anni prima Simenon compra libri e a cui vende i suoi libri di testo... A guerra finita, con il Belgio che regola i conti con i tedeschi e con chi collaborò con loro, la collaborazione orizzontale delle donne, ora rapate, denudate e dileggiate per le strade, le epurazioni, le condanne e le fucilazioni degli uomini, il racconto di un clima che assomiglia sinistramente a quello della Francia dopo la Seconda guerra mondiale, Simenon ha diciassette anni e fa il suo apprendistato bohémien e giornalistico. Frequenta La Caque, ovvero il barile, una sorta di cantina dietro la chiesa di Saint- Pholien, rifugio di pittori, studenti, intellettuali: fumo, alcol, droghe, vomito, sifilide, proclami... È qui che conosce Jospeh Klein, il piccolo K del libro, pittore e decoratore, cocainomane... Il giovane Simenon se lo caricherà una sera sulle spalle, mentre un altro compagno ne sorregge la testa: «Aveva perso una scarpa e la calza era bagnata, i piedi sporchi; il corpo era troppo leggero». Alla fine, «tra miasmi di vino e strascichi di canzone», riescono a sapere dove abiti e lo scaricano, addormentato e ubriaco, sul letto di casa... Il giorno dopo verrà trovato impiccato alla porta della chiesa di Saint-Pholien...
A Simenon la notizia arriva dai mattinali della polizia che legge nella redazione del quotidiano più benpensante della città, dove ha iniziato a lavorare come reporter, il più giovane del giornale e di tutta Liegi. Ed è qui che incontra Ferdinand Deblauwe, che ha più di trent’anni, ha fatto il giornalista a Parigi, millanta un passato nei servizi segreti, ha una rubrica fissa, abiti attillati, un bastone da passeggio, una prostituta che lavora per lui e che vuole sistemare a Barcellona, perché «laggiù è ancora meglio di qui. Se ti dicessi che lei mi rende più di quanto guadagno al giornale?» Con Deblauwe, siamo ancora nel 1920, Simenon partecipa alla fondazione di Nanesse. Il nome viene da un personaggio della mitologia liegese, «una donna scurrile, generalmente rappresentata con in mano una scopa vendicatrice». È un giornale satirico, in superfice, ricattatorio nella sostanza. I fondi iniziali li ha mesi un rumeno, che scomparirà dopo i primi numeri. Non prima però che Simenon si compri una bombetta, le ghette grigio topo, le camicie con i colletti con le punte rivoltate e si provi allo specchio un vetro d’orologio appoggiato su un occhio per vedere come gli sta il monocolo... «No, era troppo, soprattutto in un colpo solo...». A Nanesse più tardi arriverà anche Dans, il librario erotomane e collaborazionista riciclatosi in ardente poeta patriottico Quanto a Deblauwe, un giorno non compare più in redazione e nemmeno negli uffici di Nanesse. Se ne va in Spagna, dove c’è la sua prostituta Renée, quella che lavora per lui... Passa i pomeriggi alle Ramblas, organizza a Madrid una tratta delle bianche per il Sudamerica, ogni tanto piazza una corrispondenza in qualche giornale locale, ogni tanto finisce in cella, invecchia, cambia donna, scivola lentamente nella degradazione... Fino a al giorno in cui ammazzerà a pistolettate il gigolò spagnolo che gli ha soffiato la donna e con essa il suo piccolo assegno mensile...