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 2026  settembre 23 Mercoledì calendario

Corte penale internazionale sotto assalto dagli Usa

Le indiscrezioni ora sono parole aperte, pronunciate dal presidente Usa nel discorso all’Assemblea generale dell’Onu a New York, ieri. Alle parole con ogni probabilità seguiranno fatti, visto il tracciato segnato dagli ultimi atti dell’amministrazione di Washington. Donald Trump ieri ha dichiarato formalmente guerra alla Corte penale internazionale, confermando un’ostilità già esplicita, e ha esortato pubblicamente gli Stati a ritirarsi dalla Convenzione di Roma. “Gli Stati Uniti si oppongono con fermezza. Non permetteremo mai che militari statunitensi o chiunque altro vengano indagati o sottoposti a processi farsa da parte di un tribunale antiamericano privo di giurisdizione su di noi”. Del resto, Trump aveva appena finito di magnificare la scelta “obbligata” di scendere in guerra contro l’Iran, e aveva minacciato di “radere al suolo” la Repubblica islamica se non si sarà trovato un accordo entro le elezioni di midterm di novembre. Ma il riferimento chiaro del presidente è alla richiesta di mandati di arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant presentata dalla Corte dell’Aja (che per mandato persegue i crimini contro l’umanità al livello internazionale) a novembre 2024, con l’accusa di crimini di guerra osservati durante l’offensiva su Gaza contro Hamas, dopo il massacro del 7 ottobre 2023. Quella richiesta d’arresto contro un leader strettamente alleato si estendeva, in realtà, parallelamente anche a tre leader di Hamas (nel frattempo uccisi dall’esercito israeliano nella Striscia), ma alla Casa Bianca fu accolto come un attacco alla propria sovranità, idea che Trump ha ribadito ieri.
La Cpi è “fuori controllo”, ha sostenuto Trump, che poi ha esortato “tutte le nazioni” che ne fanno parte a “ritirarsi ufficialmente e immediatamente da questa istituzione fuorilegge”. Oltre alle parole, da Washington è partita una campagna di pressione diplomatica internazionale che ha già funzionato con Ciad, Burkina Faso, Mali, Niger, il nuovo Venezuela di Delcy Rodriguez. Non ancora con l’Argentina di Javier Milei e gli altri Paesi dell’America Latina i cui governi sono traghettati a destra. Ma la prossima potrebbe essere la Colombia, dove l’ultra-conservatore Abelardo de la Espriella ha preso il posto di Gustavo Petro, e che ieri si è ritirata dal caso per genocidio aperto dal Sudafrica e altri Stati contro Israele alla Corte internazionale di giustizia (il tribunale dell’Onu addetto a sanzionare le violazioni del diritto internazionale commesse dagli Stati). Oltre a sottrarre legittimità, Washington ha elaborato anche una politica per “strangolare” la Cpi, per usare parole di Marco Rubio. Già a luglio, il segretario di Stato Usa aveva promesso “l’isolamento totale” dell’Aja, e in questi giorni la mossa è venuta alla luce. Come ha scritto il Wall Street Journal, in preparazione un nuovo pacchetto di sanzioni Usa contro la Cpi, stavolta non rivolte contro singoli procuratori, ma verso tutta l’istituzione.
Sono già dodici i magistrati dell’Aia sotto sanzioni Usa. Tra loro anche la presidente Tomoko Akane e l’ex procuratore capo Karim Khan, sanzionato nel 2025 e destituito a luglio dopo una denuncia per violenza sessuale da parte di una collaboratrice. Le sanzioni Usa, che vengono stabilite con ordini esecutivi che non passano dal Congresso, prevedono il congelamento dei beni detenuti dai singoli negli Usa e l’esclusione dal sistema finanziario. Provvedimenti analoghi sono già stati imposti alla relatrice speciale Onu Francesca Albanese, a ong palestinesi e reti della sinistra tra cui Autistici/Inventati in Italia. L’ordine esecutivo rende reato per i cittadini Usa ricevere o fornire “qualsiasi servizio” a, o da, i sanzionati. Colpire con questa arma la Cpi in generale non farebbe che moltiplicare il cosiddetto effetto di “over compliance”, ossia la fuga di banche e fornitori, la chiusura di conti e finanziamenti. Secondo le fonti del Journal, Washington intende farlo a breve, forse già durante l’Assemblea Onu di New York.