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 2026  settembre 23 Mercoledì calendario

Etiopia, i ribelli del Tigré prendono il controllo dell’aeroporto di Macallé

Prima il blitz all’alba all’aeroporto di Macallè, poi le azioni agli scali di Axum e Shire. Così, nel giro di poche ore, i ribelli del Tigré hanno preso il controllo di tre snodi cruciali nel nord dell’Etiopia.
Come conseguenza, la compagnia aerea Ethiopian Airlines ha cancellato tutti i voli diretti verso la regione nel timore che le azioni di questa mattina siano la miccia di un’escalation dei combattimenti tra le forze federali e quelle regionali. I segnali ci sarebbero tutti: solo tre giorni fa sette gruppi di opposizione, tra cui il Fronte di Liberazione Popolare del Tigré, hanno formato un’alleanza per destituire il primo ministro Abiy Ahmed, rovesciare il governo centrale e formare un esecutivo di transizione.
I timori di un’escalation
Dal 2022, quando la pace di Pretoria pose fine alla guerra civile in Tigré tra il Fronte di Liberazione e il governo di Abiy, in realtà gli scontri non si sono mai fermati. Anche perché non venne mai completato il disarmo delle forze separatiste, che mantennero un proprio esercito come forza di sicurezza regionale. Nell’arco di questi tre anni, però, i combattimenti non hanno mai raggiunto la frequenza e le dimensioni che hanno assunto dalla fine di febbraio. E l’alleanza delle forze di opposizione di qualche giorno fa sembra dare corpo alle paure che da mesi agitano la regione, ovvero che possa ricominciare una guerra più ampia. Come quella che portò all’incubo dei 600mila morti e oltre 5 milioni di sfollati.
Chi sono i separatisti del Tigré
Il Fronte di liberazione del Tigré non è solo un’organizzazione politica con un braccio armato che ha il controllo della regione settentrionale del Paese, ma un partito che ha governato l’Etiopia per quasi trent’anni. Prese il potere nel 1991, rovesciando il regime marxista di Menghistu Haile Mariam, e ci rimase fino al 2018, quando Abiy divenne primo ministro. La sua scalata al potere segnò un cambio di passo decisivo, dato che Abiy è di etnia oromo, il gruppo maggioritario in Etiopia ma marginalizzato per decenni.
Le speranze fallite del governo Abiy
Per un periodo il nuovo governo venne visto come una speranza non solo per pacificare gli scontri etnici interni, ma anche per migliorare le relazioni con l’Eritrea con cui, fino a otto anni fa i rapporti erano inesistenti. Così Abiy si mosse in due direzioni: da un lato avviò un percorso di riforme democratiche, dall’altro riuscì a realizzare uno storico accordo di pace tra Addis Abeba e Asmara, per cui nel 2019 vinse il Nobel per la Pace. Un premio che, a posteriori, venne molto contestato in parte perché il processo di riforme si inceppò presto, e anche perché meno di un anno dopo iniziò la guerra in Tigré. Un conflitto che spezzò in due l’Etiopia e in cui le Nazioni Unite certificarono crimini di guerra e contro l’umanità da parte di entrambi i fronti.
Il ruolo dell’Eritrea e il rischio “polveriera”
Anche se al momento gli analisti lo ritengono poco probabile, il timore più grande è che una guerra interna all’Etiopia possa coinvolgere anche l’Eritrea, che confina con il Tigrè e che da sempre ha rapporti complessi sia con il governo etiope che con il Fronte di liberazione. Se, infatti, durante la guerra del 2020-2022 l’Eritrea combatté al fianco dell’Etiopia contro i ribelli, ora le cose sono molto cambiate principalmente a causa di una disputa sull’accesso al mare: l’Etiopia lo perse nel 1993, ma ha cominciato a rivendicarlo in modo sempre più insistente negli ultimi anni. Per molti, questo, sarebbe un motivo sufficiente per Asmara per abbandonare la storica rivalità con il Fronte di liberazione, e allearcisi allo scopo di indebolire il governo etiope. Negli scorsi mesi Abiy ha acccusato il Paese di aver inviato truppe e armi nel Tigré, ma ha ricevuto in cambio una secca smentita.
Intanto, esperti e osservatori definiscono questa situazione una “polveriera”. “Nonostante le parti sembrino caute all’idea di scatenare una nuova guerra, il fermento dei rancori, la retorica esasperata e i preparativi militari indicano che si stanno preparando a tale eventualità”, ha scritto l’International Crisis Group.