repubblica.it, 23 settembre 2026
Il rabbino di Roma contro il Vaticano: “Dialogo difficile se non citano Israele”
Sette giorni dopo la pubblicazione di un testo vaticano che celebra i 60 anni della storica svolta conciliare nei rapporti tra cattolici ed ebrei, arriva una fredda risposta dal rabbino capo di Roma. Il dialogo, afferma nella sostanza Riccardo Di Segni, resta difficile se la Santa Sede evita di citare Israele perché gli ebrei “sono anche nazione, storia.
Il nome di Israele “non compare mai, c’è quasi nostalgia di quando la Chiesa ne faceva un uso polemico e di sostituzione (Verus Israel o Novus Israel) ma almeno lo citava”, afferma sulla rivista Shalom il rabbino capo di Roma. Irritato anche da una frase della nota in cui si dice che “Gesù è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo”. È il richiamo di un documento del 1985, ammette Di Segni, “ma oggi – commenta – un Gesù palestinese suona strano”.
Contattato da Repubblica, il rabbino insiste: “Chiamare quella regione Palestina e non terra d’Israele fa parte di una tradizione antica in cui, in qualche modo, la connotazione ebraica è cancellata. In tempi più recenti questa scelta linguistica assume un significato preciso”. E non basta nemmeno il passaggio del testo vaticano in cui si parla di “Dio d’Israele” come radice comune della fede di ebrei e cristiani: “Si ha l’impressione di un imbarazzo a usare il nome di Israele come se dovesse per forza evocare la politica”.
Dietro ai rilievi linguistici è evidente la tensione che si respira dopo il 7 ottobre 2023 tra le due sponde del Tevere su cui affacciano i palazzi pontifici e la sinagoga. “Gelida” era stata definita dai rabbini italiani l’equidistanza espressa da papa Francesco rispetto ai protagonisti dello scontro in Terra Santa.
Gli appelli di Leone XIV per il rispetto dei diritti umanitari a Gaza hanno accentuato le divergenze. E proprio ieri un corteo di oltre cento “preti contro il genocidio” ha sfilato davanti a piazza San Pietro passando sotto alle finestre delle ambasciate di Palestina e Libano presso la Santa Sede.
“Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la differente lettura degli eventi succedutisi – ammette proprio il documento contestato dalla comunità ebraica romana, in cui la Chiesa rivendica di essere passata dopo il Concilio – a un atteggiamento spesso riservato o distante a un coraggioso cammino di dialogo sincero, di incontro rispettoso e di cooperazione fraterna”.
Nel testo si fa riferimento alle “tragiche conseguenze dell’antisemitismo”, ma si contestano pure le “manifestazioni di islamofobia che non distinguono adeguatamente i casi di fondamentalismo e violenza dall’esistenza pacifica degli altricredenti musulmani che si integrano e lavorano nei paesi che li accolgono”. Per il resto, il documento “Un cammino di speranza”, redatto dai tre dicasteri vaticani coinvolti nel dialogo interreligioso, non sconfina nelle questioni internazionali che restano di competenza della Segreteria di Stato.
Per Di Segni emerge però “la difficoltà di misurarsi con la complessità della realtà ebraica, che nella nota è fede, identità religiosa”, mentre gli ebrei, “sono anche nazione, storia”. E “se manca la volontà di comprensione dell’identità dell’altro, con i suoi problemi e le sue difficoltà, come avviene in questi anni, e come questa nota sembra testimoniare, il desiderato cammino di speranza stenta ad avviarsi”.