Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 23 Mercoledì calendario

Intervista a Enrica Baricco

C’è una casa, a Torino, dove ogni giorno entrano quaranta ragazzi: la metà resta per pranzo, tutti fanno la merenda e partecipano alle attività in programma. Negli ultimi diciassette anni hanno varcato questa soglia di corso Moncalieri affacciata sul Po oltre 2.700 bambini e adolescenti di 18 nazioni e 4 continenti. Ad accoglierli, nel grande atrio, c’è un biliardino, che è già una dichiarazione d’intenti: qui si sta insieme. Alcuni di loro sono rimasti un giorno, altri tre anni. Questo spazio, però, è importante soprattutto per i genitori, il più delle volte le mamme, perché poi sono loro le caregiver. E nella CasaOz possono scambiare due chiacchiere, fare shiatsu, lavorare in smart working, imparare una ricetta. È la «Quotidianità che Cura», un principio che la FondazioneOz si è voluta incidere nel nome. A immaginarla, nel 2005, è stata Enrica Baricco, 63 anni di rigore sabaudo, per dare una risposta concreta al senso di disperazione e di abbandono che provano tanti padri e tante madri quando si ammala un figlio.
Come nasce l’idea di CasaOz?
«Mia figlia Elena a 6 anni si ammala di una malattia rara e noi cominciamo a entrare e uscire dagli ospedali. Questa esperienza ti lascia un segno, dopo non sei più lo stesso».
Come sta oggi sua figlia?
«Sta bene, ha 32 anni e due figli, Alessandro ed Edoardo. Ma non sono state tutte fortunate come lei, le bambine che abbiamo incontrato in corsia».
Ne ricorda una in particolare?
«Sì, una dodicenne malata da anni, che era in stanza con Elena. La madre non si staccava mai dal suo letto. Un giorno la convinsi a uscire per comprare qualcosa al supermercato. Ricordo come fosse oggi che sulla soglia del Regina Margherita, qui a Torino, si paralizzò. Non si dava il permesso di uscire, di vivere. Allora la pregai di arrivare almeno fino alla mia macchina, ci saremmo sedute lì tranquille».
Forse è nata così l’idea di una casa per recuperare una quotidianità non ospedaliera?
«I recenti casi di cronaca, a partire dalla tragedia di Pietralata, dimostrano che non mancano soltanto risorse per sostenere la cura, ma anche modelli. Non guidiamo più la vecchia 500 di settant’anni fa, i servizi di assistenza per le persone andrebbero ripensati, devono evolversi».
CasaOz si allarga. Avete appena ristrutturato il Molino di Cavoretto: oggi ci sarà l’inaugurazione con le autorità, il 26 un momento di festa aperto alla città. Cosa potete fare in più, adesso?
«Intanto abbiamo riqualificato uno spazio pubblico sul Lungo Po. Ci servirà per le nostre attività, con un intero piano dedicato all’autonomia abitativa dei ragazzi. Avremo una grande cucina didattica che sarà preziosa anche per il Centro diurno dedicato alle ragazze con disturbi alimentari, oltre a essere a disposizione delle mamme dei bambini ricoverati, e dove verrà a fare dei corsi il personale dei MagazziniOz».
I MagazziniOz sono un po’ il braccio commerciale della FondazioneOz, di cui CasaOz resta il progetto sociale. Giusto?
«Proprio così. Nei MagazziniOz lavorano ragazzi con disabilità. Si può fare colazione, l’aperitivo o pranzare. Volevamo stare nel centro di Torino, perché anche qui il principio è la quotidianità che cura, l’inclusione».
Per ogni intervista Luciana Littizzetto mi dà appuntamento ai MagazziniOz.
«Luciana è ormai una mia carissima amica. Ci siamo conosciute molti anni fa, perché la figlia che aveva in affido e che poi ha adottato era nella stessa classe della mia Elena. Io non le avevo detto nulla della fondazione. È stata lei, un giorno, a chiedermi se poteva fare un salto».
Un’altra sua grande amica è Evelina Christillin.
«Nasce come amica di mio fratello Sandro, poi abbiamo iniziato a frequentarci. Cerchiamo di mantenere un appuntamento mensile con questa cerchia di amiche di cui fa parte anche Luciana: ci vediamo per il minestrone ligure o per il pollo al curry».
Visto che lo ha nominato lei, non posso non farle qualche domanda su Alessandro Baricco. Quanto le pesa essere «la sorella di»?
«È pesante quando ti qualificano solo per quel legame di parentela, mentre tu sei e fai molto altro. Ma ho capito che è una sorte comune, ne parlavo da poco con la sorella di Concita De Gregorio. Diciamo che a quella cosa lì non si sfugge».
Lei e Alessandro avete cinque anni di differenza. Lui è più grande. Che rapporto avevate in casa?
«Io ero una gran rompiscatole, gli stavo sempre addosso. Mi piazzavo fuori dalla porta di vetro della sua stanza perché volevo essere coinvolta».
Un’immagine che non scorda?
«Quando mi disse che sarebbe andato via di casa. Chiara, la nostra sorella maggiore, era già andata via, ma era molto più grande di me. Lui volle dirmelo in camera mia, con un tono serio: io ero disperata».
Come ha vissuto il suo successo?
«Sandro è bravo, ha una fantasia, un modo affascinante di raccontarti le cose. In fondo tutti e tre, a modo nostro, abbiamo realizzato quella spinta alla creatività e alla libertà che ci hanno insegnato i nostri genitori. Papà Giampiero era geometra, mamma Caterina casalinga, ma disegnava benissimo: lei c’è ancora, ha 93 anni».
Qual è il libro di suo fratello che preferisce?
«Sarò banale, ma rispondo Novecento. Però il libro a cui tengo di più è Questa storia: lo scrisse l’anno in cui abbiamo iniziato a lavorare a CasaOz. Mi disse che voleva regalarci una parte dei diritti, ma per farlo dovevamo creare un’associazione. Nelle note, poi, scrisse che era abituato a fidarsi delle persone che c’erano passate e che perciò si fidava di me».
Ha usato parole molto belle anche quando lei gli ha donato le cellule staminali per il trapianto di midollo osseo.
«Quando è successo sono rimasta spiazzata. Mi sono chiesta come mai di nuovo la vita mi mettesse di fronte a una prova così difficile, attraverso la malattia».
E che risposta si è data?
«Che forse potevo migliorare quello che avevo realizzato. E infatti dopo è arrivato il progetto del Molino di Cavoretto».
Negli anni avete ricevuto l’attenzione di diversi personaggi famosi. C’è qualcuno che l’ha emozionata in modo particolare?
«È stato molto bello l’incontro con Claudio Bisio, che avevo contattato dopo aver visto il suo bel film Si può fare. Mi pareva che raccontasse con molta grazia quello che tentavamo di fare noi ogni giorno ai MagazziniOz. Devo dire che ogni volta che passa da Torino viene a trovarci con la moglie Sandra. Sento da parte sua affetto sincero, abbiamo anche fatto insieme una lezione di cucina aperta per i ragazzi».
A proposito di cucina, so che il cuoco dei MagazziniOz, Luca Marin, è il suo compagno. Era inevitabile?
«È stata una grande sorpresa, un regalo che la vita ha voluto fare a entrambi in un momento in cui non ce lo aspettavamo. La malattia ti toglie tanto. E ha avuto un peso specifico nella rottura del mio matrimonio. Quando l’attraversi, cambi per sempre. Non è facile ritrovarsi e riconoscersi, dopo».
Chi aiuta la FondazioneOz?
«Ci supportano altre fondazioni, aziende, donatori: c’è un grande lavoro di raccolta fondi che ogni anno riparte da zero. Questo può essere molto faticoso. Ci piacerebbe che qualche imprenditore, qualche filantropo, ci adottasse. Siamo un modello sano, senza debiti, che ha credibilità e un impatto sociale positivo. Siamo un’impresa pulita. Quando sono scoraggiata, mi vien voglia di mettere un annuncio sul giornale per trovare qualcuno».
E un sogno?
«Sarebbe bello se il presidente Mattarella, che è la persona che stimo di più nel nostro Paese, venisse a scoprire le nostre attività».