Corriere della Sera, 23 settembre 2026
Meloni e il tetto agli stranieri. «Anche Mattarella lo propose»
Il caso del giorno si sviluppa in due fasi. Si inizia con la premessa di Giorgia Meloni ospite del salotto di Porta a Porta: «Ho letto questa interpretazione prevalente, per la quale le parole di ieri (lunedì, ndr) del presidente della Repubblica erano delle parole per contestare l’iniziativa del governo, ma personalmente non la leggo così. Il presidente della Repubblica, per l’appunto, dice: la scuola deve superare i ghetti, non creare ghetti. Creare una distribuzione più equa delle classi, delle classi più equilibrate, serve proprio a impedire che un ragazzo straniero, quanto anche i ragazzi italiani, possano sentirsi nel ghetto». Il riferimento è al monito di Sergio Mattarella, pronunciato il giorno prima ad Amatrice, sul tetto agli stranieri nelle classi dopo la proposta del governo che andrà in Consiglio dei ministri domani. Poi la presidente del Consiglio va al punto. Tira in ballo la precedente vita politica e istituzionale di Mattarella. E dice: «Il presidente della Repubblica quando era ministro dell’Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri nella stessa classe, ma perché è una misura di buonsenso e che quindi mi pare sia giusto portarla avanti».
Meloni si riferisce alle circolari emanate tra il 1989 e il 1990 dell’attuale presidente della Repubblica, e allora ministro del governo Andreotti, dove si raccomandava di distribuire gli studenti stranieri tra le classi e di non superare cinque alunni dello stesso gruppo linguistico. Questo precedente rimbalzava da ore nelle chat dei vertici di Fratelli d’Italia, pronti a sgomberare il campo dai possibili dubbi del Colle davanti a un provvedimento che a questo punto balla tra il decreto e il disegno di legge (molto dipenderà dall’esito della trattativa che è già iniziata tra Palazzo Chigi e il Quirinale). La premier sottolinea che il tetto riguarda il 30% degli studenti che «non parla la nostra lingua». E che, appunto, è una questione di «buonsenso». Tirare in ballo il capo dello Stato serve a delegittimare quella che chiama «interpretazione prevalente». Il fatto cioè che ad Amatrice Mattarella avrebbe, con le sue parole, fatto filtrare dei dubbi sull’iniziativa lanciata da Meloni domenica davanti a Fenix, la festa della costola giovanile di Fratelli d’Italia: stop al burqa in classe e tetto per gli studenti che non parlano la nostra lingua.
La tensione per l’arrivo della premier negli studi di via Teulada – complice anche «l’infortunio di Vespa» che va in onda con un tutore al braccio e il viso marchiato dai lividi per via di «una rovinosa caduta» domestica mentre faceva ginnastica – si scioglie quando si parla di scuola e stranieri. Sono presenti ed elettrici in studio l’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi e il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini. Il resto passa quasi tutto in secondo piano. Dalla mancata uscita dalla procedura d’infrazione per una manciata di decimali, fino alla situazione politica. Che alla fine, gira che ti rigira, porta a Roberto Vannacci. A proposito del leader di Futuro nazionale, che Meloni chiama onorevole e non generale, la premier prima frena poi attacca: «Non ho elementi per sostenere che sia un cavallo di Troia di Mosca», risponde a Vespa. Salvo puntualizzare però che ha «rilanciato pagine con argomenti proprio della più vergognosa propaganda russa contro di me». Sono pagine che la dipingono come amante del presidente ucraino Zelensky e che l’accusano di fare uso di droghe: «Allora credo che su questo sia legittimo aspettarsi da una persona che si ritiene patriota parole molto chiare, perché io posso piacere e posso non piacere ma rappresento l’Italia e accuse così vergognose e infamanti contro chi rappresenta l’Italia da parte di una propaganda di questo genere sono accuse di fronte alle quali un patriota alza la testa. Sono rimasta colpita dal fatto che finora, invece, è stato in silenzio».
Il macro fatto del giorno riguarda però la procedura d’infrazione che non è stata superata e le possibili ripercussioni politiche di questa sulla manovra e, a cascata, su un possibile voto anticipato in primavera. Ipotesi che ancora una volta Meloni scaccia. In questa occasione con una battuta: «Lo dicono tutti perché non vedono l’ora di levarcisi dalle scatole», scherza il presidente del Consiglio senza sbilanciarsi però sulla data.
Battute a parte, il primo crash test della maggioranza è dietro l’angolo con l’ultima lettura della legge elettorale che la prossima settimana approderà alla Camera. Dal salotto di Porta a Porta, la premier avvisa ancora una volta i deputati della sua coalizione: niente scherzi o tutti a casa. Tanto che spiega: «Se non c’è la fiducia nel governo penso che ne dovremo prendere atto. Quando non è passato l’emendamento sulle preferenze alla Camera con un voto segreto si è detto che il governo non aveva più la fiducia del Parlamento. Questa sarà l’occasione per fare chiarezza». Prima di quel voto ci sarà il Consiglio dei ministri sulla scuola, altro momento di chiarezza. Ma con il Quirinale.