La Lettura, 20 settembre 2026
Intervista a Nino Migliori
Volendo usare una metafora fotografica, si può dire che Nino Migliori (1926) è una persona «senza filtri». Diretta, di gentilezza innata e simpatia contagiosa. È uno dei grandi fotografi del nostro tempo (lo scatto che gli diede fama, Il tuffatore, risale al 1951...), un instancabile sperimentatore (e inventore) di nuove tecniche, sempre un passo avanti rispetto alle metamorfosi del mondo dell’immagine. Un artista, un po’ lupo solitario nel suo percorso, che ha (anche) trasformato in tempi non sospetti l’atto del fotografare in arte concettuale.
Migliori, con l’amatissima moglie Marina, accoglie «la Lettura» nel suo studio, al civico 6 di via Elio Bernardi, nel quartiere di Santa Viola a Bologna. Per i suoi cent’anni – sì, cento – che compirà il 29 settembre, verrà festeggiato con due nuove mostre e un libro. Il giorno del suo compleanno verrà assegnato il Premio fotografico Nino Migliori per under 30.
Ha da sempre un rapporto speciale con i giovani: i workshop li fa gratis...
«Sono più di 40 anni che li faccio. Ripenso a quando ero giovane io: al di là del fatto che non esistevano, non avrei comunque avuto i soldi per pagarli».
La luce è uno dei suoi temi centrali. Luce intesa anche come materia da plasmare. Ci racconta degli inizi?
«Negli anni Cinquanta partii con i lucigrammi, una tecnica eseguita off-camera (senza l’utilizzo della macchina fotografica, ndr). È una scrittura di luce, realizzata con l’ausilio di una piccola pila usata come se fosse un pennello che scrive direttamente sulla carta sensibile. Se io avvicino la fonte luminosa, il segno diventa più marcato, se l’allontano si indebolisce. L’idea è legata alla visione di ciò che è il non visibile nella realtà e che poi diventa visibile attraverso la luce».
E le lucigrafie? Stesso principio?
«Sì, ma con lampadine colorate su carta a colori. Negli anni Settanta iniziai anche a usare la luce nera di Wood (a raggi ultravioletti, ndr) che cambia il colore degli oggetti e dà l’impressione che siano retroilluminati».
Saltiamo alle sperimentazioni a lume di candela, iniziate nel 2006.
«Iniziai con lo zooforo del Battistero di Parma. Quando mi chiedono un lavoro, o mi lasciano libero di fare, o dico no».
Ha detto molti «no» nella vita?
«Sì».
Diceva di Parma...
«Mi sono detto: quando non c’era la luce elettrica, la gente vedeva le opere d’arte nelle chiese al lume di candela. Fu a Parma, che nacque la serie Lumen, in cui la candela crea ombre in base a come la muovi. Salivo su una scala e scattavo a mano libera, con tempi anche lunghi».
Mano fermissima quindi...
«È secondario. Il mio problema è sempre stato non di creare la bella foto, ma di rappresentare ciò che percepisco come emozione. Se alla fine la foto veniva leggermente mossa, poco importava».
La serie «Lumen» s’è allargata ad altre opere, fotografate diversamente.
«Ogni lavoro è fatto con materiali diversi che riflettono la luce in modo diverso. Quindi ogni volta sfido il monumento, la luce, il risultato e me stesso».
C’è una foto a cui si sente più legato?
«Non una in particolare. Posso però dire che devo molto a Il tuffatore: continua imperterrito a tuffarsi da quasi 80 anni, sebbene non mi rappresenti».
Si sente più legato all’avanguardia?
Sorride. «Certamente. Io sono l’altro».
Il clima culturale dei suoi esordi?
«La fotografia in Italia era praticata solo dai fotoamatori. Esistevano i circoli: è lì che sono nati tutti i grandi fotografi della mia generazione, Mario Giacomelli, Mario De Biasi, Gianni Berengo Gardin, Fulvio Roiter e Piergiorgio Branzi».
In che rapporti eravate?
«Eravamo amici, pur senza una frequentazione regolare. E quando capitava che ci ritrovassimo, anche ad anni di distanza, era sempre una festa».
Ma non c’era competizione fra voi?
«Sì, c’era il concorso da vincere, la sfida, ma il rivedersi era troppo bello...».
Cosa rappresenta oggi la fotografia?
«La cultura di chi la fa».
Lei 50 anni fa disse che la fotografia non è rappresentazione del reale, ma una bugia. Ora lo si dà per scontato.
«È parte della realtà, ma è il fotografo che sceglie la porzione da inquadrare. E poi la stampa può cambiare la realtà».
Come si definirebbe?
«Un extracomunitario, nel senso che ho vissuto fuori dalle comunità».
Nei libri si parla di lei in termini di un fotografo neorealista. Ci si ritrova?
«No. La fotografia è realista, perché viene presa dalla realtà, e non neorealista, quindi legata a quel genere di cinema che piaceva molto in quegli anni».
I suoi colleghi dei circoli si diedero al professionismo, lei no: perché?
«Erano diventati fotoreporter, lavoravano anche per le agenzie. Negli anni Cinquanta Henri Cartier-Bresson (1908-2004), era il mito di tutti noi. Gli chiesi un appuntamento, che mi diede. Vide le mie foto, gli piacquero e disse qualcosa come: “Non sono male, guardi che lei potrebbe collaborare”. Io allora ero già sposato, avevo due figli, dovevo mantenere una famiglia e poi forse, ma lo dico ora, non mi sarei mai adattato ad andare a fare la fotografia di un matrimonio del re. Rifiutai».
È mai andato in crisi creativa?
«Stavo per... Alla fine degli anni Cinquanta molti decisero di smettere: Alfredo Camisa, che era bravissimo; poi Piergiorgio Branzi che diventò mezzobusto del telegiornale».
Che cosa la «salvò»?
«Forse la sperimentazione che non mi abbandonò mai. È sempre stata un binario parallelo nella mia vita».
Alla fine degli anni Sessanta se ne esce con «Antimemoria», cos’era?
«A Bologna frequentavo lo Studio Villani. Un giorno davanti all’ingresso trovai lastre deteriorate che avrebbero buttato. Le presi. Nacque Antimemoria. È il mio primo manifesto sulla fotografia: prima di tutto firmai alcune fotografie non fatte da me, perché erano dello studio».
Già questa fu una rivoluzione.
«Siamo nel ’68, e l’appropriation photography (usare immagini preesistenti e farle proprie, ndr) nacque anni dopo. La fotografia è anti-memoria, perché come oggetto fotografico si deteriora».
Il rapporto con le nuove tecnologie?
«Appena arrivò il digitale, vi passai subito. Mi invitarono a un dibattito: Berengo Gardin contro, io a favore. La mia tesi: il termine fotografia significa scrittura di luce, con la luce. Quindi finché la luce entrerà nel processo di fissazione di un’immagine, su qualsiasi supporto, la possiamo chiamare fotografia. Per questo il digitale non è stata una rivoluzione».
Fotografia e intelligenza artificiale?
«Tutto ciò che è ricerca e sperimentazione a me piace, ma smettiamola di creare confusione, perché le immagini create con l’intelligenza artificiale non sono fotografia: nascono da una richiesta a una memoria molto intelligente».
E delle foto con i cellulari cosa dice?
Ride. «Ho fatto lavori col cellulare. La fotografia, fatta di immagini, può rimandare alla storia dell’arte. Per me è più vicina alla letteratura, perché le fotografie narrano. La gente non scrive più: il loro racconto è la foto inviata con il cellulare».
I selfie?
«Li adoro».
Chi sono i suoi ispiratori segreti?
«Il poeta latino Lucrezio, Leonardo da Vinci, Marcel Duchamp».
Il suo lavoro più recente?
«Ho recuperato un vecchio album di farfalle preso in un mercatino anni fa. Marina mi ha chiesto: “Ma che lavoro è?”, e io ho risposto: Se vuoi far... falle».