La Lettura, 20 settembre 2026
Nell’orbita di Mercurio per svelare cinque misteri
Mercurio è il pianeta degli estremi e delle difficoltà ma con un fascino che il tempo ha accentuato. Per questo ha conservato enigmi e reso ardua la sua esplorazione. Essendo il più vicino al Sole, anche l’osservazione con i telescopi terrestri è complicata e limitata a brevi periodi all’alba e al tramonto. Tutto ciò ha generato un’attrazione iniziata con gli Assiri, che registrarono su tavolette la sua presenza in cielo nel XIV secolo avanti Cristo. Lo battezzarono «pianeta saltellante» ma, a seconda delle civiltà, veniva associato alla saggezza, all’acqua, alla scrittura, all’oltretomba. Infine i Romani, stupiti dai suoi rapidi movimenti, preferirono Mercurio, messaggero alato degli dei e corrispondente all’Hermes dei Greci quando pure Pitagora cercava di decifrarne l’identità.
Una storia lunga che a metà Ottocento sembrò diventare ancora più complicata perché Urbain Le Verrier, notando le anomalie dell’orbita, immaginò che nascondessero l’esistenza di un altro pianeta, ancora più vicino al Sole, e che battezzò Vulcano. E l’idea periodicamente torna a galla tra gli amanti del mistero. Ma Albert Einstein spiegò bene le stranezze fugando altre possibili interpretazioni. Mercurio intanto rimaneva lì, in attesa di un’approfondita esplorazione che solo agli inizi degli anni Duemila fu seriamente considerata dall’Agenzia spaziale europea Esa, mobilitando gli astronomi in uno sforzo mai prima affrontato e coinvolgendo anche gli scienziati giapponesi attraverso la loro agenzia Jaxa. Nasceva così la missione BepiColombo, approvata nel 2009 e che poi richiese lunghi anni per risolvere gli ostacoli tecnologici.
Ora, dopo il lancio nel 2018, otto anni di viaggio e rimbalzi gravitazionali tra Venere e la Terra, il prossimo 21 novembre BepiColombo si inserirà in orbita attorno a Mercurio. Però sarà soltanto il primo passo di un’operazione giocata su orbite e obiettivi diversi, necessari per decifrare la natura di Mercurio sulla quale, in particolare i ricercatori italiani, hanno concentrato da tempo l’attenzione, a partire da Galileo Galilei.
È la terza volta che una missione spaziale cerca risposte. La prima della Nasa si compì nel 1974, considerando inizialmente un passaggio ravvicinato della sonda Mariner-10, proseguendo poi intorno al Sole. In quegli anni Giuseppe Colombo (1920-1984), per tutti «Bepi», illustre meccanico celeste dell’Università di Padova, divideva il suo impegno con lo Smithsonian Astrophysical Observatory di Cambridge (Usa) e il Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena, dove nacque la spedizione. Qui propose di modificare l’orbita utilizzando per la prima volta una tecnica che sfruttava un effetto fionda generato dal passaggio vicino a un corpo celeste. Dopo le verifiche, la proposta fu accettata e in questo modo Mariner-10 compì tre sorvoli del pianeta invece di uno soltanto, triplicando il bottino scientifico.
Colombo conosceva bene Mercurio perché ancora nel 1965 aveva scoperto gli esatti movimenti del pianeta intorno al Sole. Prima si pensava che, come la Luna, guardasse il Sole sempre con la stessa faccia, invece compie tre rotazioni intorno al proprio asse mentre effettua due giri intorno al Sole. Il risultato è che il giorno su Mercurio dura 176 giorni terrestri ed è il più lungo fra quelli di tutti i pianeti del sistema solare.
Mariner-10 disegnò una parte del difficile identikit del pianeta. Una sorpresa riguardò la scoperta di un campo magnetico significativo che invece si riteneva quasi inesistente. Ma non se ne capiva l’origine. In aggiunta si misurò la presenza di una magnetosfera. Poi la Nasa dimenticò Mercurio sino al 2004 quando spedì la sonda Messenger che trasmise anche le prime immagini della faccia sconosciuta. Inoltre, compì una prima ricognizione inviando dati sulla sua geologia e informazioni sulla possibile presenza di ghiaccio d’acqua in alcuni crateri polari dove il Sole non porta mai i suoi raggi. Le condizioni ambientali del più piccolo pianeta del sistema solare (poco più grande della Luna), di cui Giovanni Virginio Schiaparelli dall’osservatorio milanese di Brera tracciò una prima mappa, si confermavano estreme con un equatore bollente e una temperatura di 450 gradi centigradi contro i meno 170 gradi nelle zone in ombra. La superficie ricca di crateri assomigliava a quella della Luna a cui veniva spesso paragonato, ma poi ci si rese conto di una profonda diversità tra i due corpi. L’indagine sulle caratteristiche mineralogiche rimaneva molto parziale a causa di un malfunzionamento dello spettroscopio della sonda.
Intanto l’Esa europea era al lavoro pianificando con la Jaxa quella che, di fatto, è una doppia missione, dedicandola a Bepi Colombo. Alla sonda europea (del costo di 1,6 miliardi di euro) è agganciata una piccola sonda giapponese che si staccherà e volerà su un’orbita più lontana per indagare il campo magnetico. L’orbiter europeo ha a bordo undici strumenti di dodici nazioni, quattro dei quali sono italiani.
Cinque sono i più intriganti misteri che la spedizione intende sciogliere. Dove si è formato Mercurio? La certezza che sia sempre stato dove lo osserviamo adesso non c’è perché la presenza di alcuni elementi (il potassio) farebbero immaginare un’origine più lontana. C’è davvero ghiaccio d’acqua nei crateri polari portato in epoche remote dalle comete? Quelle che arrivano vicine al Sole finiscono, di solito, nell’astro. Perché Mercurio è così scuro? La ricognizione dei minerali lo dovrà spiegare. Come mai ha un campo magnetico così forte e un nucleo di ferro fuso così grande e sproporzionato? Le ridotte dimensioni del pianeta (che tende a rimpicciolirsi) non lo consentirebbero.
«Tra l’altro il centro del campo magnetico non è al centro del pianeta come sulla Terra ma spostato di 400 chilometri e anche questo è uno strano enigma di cui si cerca spiegazione assieme agli altri, tra cui la conferma dell’acqua, il rilascio eventuale di elementi volatili che alimentano la sottile atmosfera, la passata attività vulcanica, la natura e l’origine dei crateri. Tante risposte che saranno preziose per decifrare ulteriori misteri dell’intero sistema solare», nota Gabriele Cremonese dell’Istituto nazionale di astrofisica Inaf-Osservatorio di Padova e principal investigator di Simbio-Sys.
Questo strumento in realtà è una composizione di tre apparati che offriranno il volto e la natura dell’intera superficie. Esso raccoglierà immagini tridimensionali, immagini ad alta risoluzione inferiori a 12 metri e infine dispone di uno spettrometro che realizzerà una mappa della composizione mineralogica dell’intera superficie. Gli altri tre strumenti italiani sono coordinati da Francesco Santoli, dell’Inaf (un accelerometro), Luciano Iess dell’Università La Sapienza di Roma (esperimento radioscienza), Serena Anna Milillo dell’Inaf (studio interazione superficie-esosfera). Finanziati dall’Agenzia spaziale italiana Asi, sono costruiti in Italia da Leonardo, Thales Alenia Space e Ohb.
Infine, si dovrà chiarire un altro aspetto che ha fatto anche sognare. L’anno scorso ricercatori delle università belghe di Liegi e Lovanio e di alcune università cinesi hanno pubblicato sulla rivista «Nature Communications» i risultati di uno studio che dimostrava la possibilità di uno strato di grafite sotto forma di diamanti. Ora un’indagine su questo tema appena pubblicata sulla stessa rivista da Natalia A. Vergara Sassarini con Matteo Massironi dell’Università di Padova, precisa meglio la presenza della grafite (che, come il diamante, è una forma del carbonio), con la funzione però di lubrificante nella formazione dei rilievi del pianeta lunghi centinaia di chilometri e alti fino a duemila metri. Nuovi chiarimenti potranno arrivare da BepiColombo.