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 2026  settembre 20 Domenica calendario

I borghi che nessuno abitò mai

«Ieri alla presenza delle autorità civili, militari e religiose – si legge in un ritaglio delle pagine provinciali della “Gazzetta del Sud” del settembre 1956 – l’Ente per la Riforma Agraria Siciliana ha consegnato alla popolazione di Borgo Schisina il nuovo edificio scolastico sussidiario, luogo essenziale allo sviluppo del tono sociale della realtà rurale di questa cittadina dei Peloritani». Quel pomeriggio nella frazione montana del comune messinese di Francavilla di Sicilia le autorità civili e religiose si condensavano nella figura del parroco Carmelo Fiordalisi, fiancheggiatore instancabile della Dc locale, quelle militari nel carabiniere che assisteva il custode, il signor Enzo Scrifò. Nessuna traccia della popolazione: Borgo Schisina, costruito nel 1954 assieme a sei insediamenti satelliti per ospitare 374 famiglie e ripopolare di contadini la montagna messinese, era già un villaggio fantasma. Lo resterà fino ai giorni nostri, immerso in un degrado sempre più profondo.
Settant’anni dopo, per ripercorrere la storia dei Villaggi Schisina, gli ultimi insediamenti fantasma della riforma agraria siciliana del Novecento, i più grandi, i soli a non essere mai stati abitati tra le decine realizzati nell’isola, servono un paio di buone scarpe da trekking e una runca, il falcetto siciliano a manico corto per farsi strada tra i rovi. Mentre Borgo Schisina resta accessibile dalla Statale 185 di Sella Mandrazzi e si può visitare schivando calcinacci, sciami di api e tappeti di escrementi, i resti di Borgo Pietra Pizzuta e Borgo Morfia sono collegati alla 185 da un sentiero ormai sconnesso, i borghi San Giovanni, Bucceri-Monastero, Malfìtana e Piano Torre stanno per essere assorbiti dalla vegetazione. Forniti con ogni accessorio (dalle cucine ai letti) e servizio sociale (scuole con banchi e cattedre, uffici postali, negozi e ambulatori, chiese), dei Borghi Schisina depredati di tutto restano le nude pietre.
Il retroterra dell’idea di colonia agricola sicula è di matrice fascista. Nel luglio 1939 Benito Mussolini fondò l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano (Ecls) per contrastare l’abbandono da parte dei grandi proprietari di oltre mezzo milione di ettari di terreno, lasciati a pascolo o coltivati a cereali e gestiti da contadini tartassati dai proprietari stessi e dalla mafia. L’Ecls agì rapidamente: i grandi latifondi andavano suddivisi in lotti di massimo 25 ettari, muniti di casa colonica, forniti di bestiame bovino ed equino e affittati a prezzi calmierati a famiglie di sette/otto persone con contratto di mezzadria o enfiteusi. Allo Stato il compito di costruire infrastrutture idriche e stradali grazie a uno stanziamento di un miliardo di lire, per i latifondisti inadempienti o in ritardo prevista la confisca dei terreni. L’obiettivo del duce (costruire ventimila insediamenti in tre anni) si scontrò con la fine del fascismo: il progetto si esaurì in pochi mesi dopo soli 2.500 edifici realizzati.
Quando il 27 dicembre 1950 fu varata la legge 104 sulla «Riforma agraria in Sicilia», la prospettiva cambiò completamente. A ispirare lo Stato furono non le esigenze dei contadini ma quelli delle «vittime» della riforma mussoliniana, le famiglie dei latifondisti che si trovavano con decine di migliaia di ettari di terreni, nessuna voglia o risorsa da investire e il timore di un aumento delle tasse dominicali. La figura chiave nella vicenda dei borghi Schisina è Maria Majorca Mortillaro, contessa di Francavilla, duchessa di Sperlinga. Di nobili ascendenti palermitani, Maria Majorca sposò il deputato Antonino Pecoraro Lombardo e diede in moglie la figlia Maria Concetta a Franco Restivo, giurista, potentissimo presidente della Regione fino al 1955, poi ministro dell’Interno, della Difesa e dell’Agricoltura nei governi Andreotti e Moro. Majorca Mortillaro aveva in dote, tra le altre cose, quasi 1.500 ettari di territorio agricolo nel messinese che un gruppo di agronomi del neonato Ente per la Riforma Agraria Siciliana (Eras) aveva classificato come «appartenente alla tristemente famosa formazione delle filladi, a grana grossolana, permeabili, cosparso di grosso pietrame, di scarsissima fertilità umica. In estate tutto scompare e secca rimanendo verdi solo gli arbusti spinosi della macchia mediterranea e le felci. Terre tutte in pendio più o meno accentuato: prevalgono le pendenze del 25% ma nei compluvi, valloni e burroni si supera il 60%». L’assenza di strade e di qualunque forma di approvvigionamento idrico avrebbe dovuto far propendere per una bocciatura senza appello, l’Eras invece accettò senza riserve la proposta degli intermediari della nobildonna liberandola dei terreni per la somma di 23 milioni di lire, circa mezzo milione di euro di valore attuale.
I lavori procedettero a spron battuto, senza considerare elementi che andavano oltre l’infertilità. Gli aspiranti contadini vivevano nel capoluogo Francavilla, poco più di 5 mila anime, distante quasi un’ora di strada sgarrupata dai borghi: l’idea che centinaia di famiglie si isolassero in micro-comunità di montagna era folle, non a caso al bando i cittadini parteciparono a tempo perso, convinti dal parroco e, una volta ottenuto l’alloggio, vi rinunciarono subito. I lavori cominciarono nel 1952 con chiese, scuole, edifici pubblici, a fine 1954 venne completata la maggior parte delle abitazioni, minuscole e oscillanti tra il modello di casa contadina e quella della stalla, con finiture grossolane e materiali scadenti. Le opere per la canalizzazione della sorgente Rinazza andarono a buon fine ma le strade rimasero un problema irrisolto, di elettricità non se ne parlò mai, nessun negozio fu aperto. Con cerimonie successive l’Eras consegnò gli arredi per le chiese (mai consacrate, mai intitolate a dispetto delle proteste della curia messinese) e le attrezzature scolastiche (sei banchi per 12 studenti, precisava la bolla di consegna). Carabinieri e custodi furono gli unici abitanti permanenti registrati, condannati a struggersi di nostalgia cercando dalle finestre l’Etna sullo sfondo.
Nel 1960 il progetto si fermò e l’Eras provò a trasformare la scuola di Borgo Schisina in colonia per i figli dei dipendenti che per un paio di estati si trovarono confinati in un deserto bollente dove l’acqua (la captazione della Rinazza si inceppò) arrivava con le autobotti, il cibo con i camion. Nel 1959, in un Borgo Schisina deserto ma ancora intatto, Michelangelo Antonioni girò una scena madre de L’avventura: «Questi – urlava la protagonista Claudia (Monica Vitti) a Sandro (Gabriele Ferzetti), che l’aveva portata in gita sul posto – non sono paesi ma cimiteri. Andiamo via subito!». Quando Roberto Rossellini vi tornerà nel 1967 per girare il documentario Idea di un’isola, i segni del degrado erano già evidenti.
L’agonia fu rapida. Nel 1966 i villaggi necessitavano già di lavori di restauro per i quali non si trovarono finanziamenti, nel 1968 vennero adibiti ad abitazione per i terremotati del Belice che non vi arriveranno mai, nel 1970 molti edifici erano già ricovero per il bestiame. Tornato da un sopralluogo al Borgo, nell’aprile del 1976 Franco Restivo, ispiratore politico del progetto, morì tragicamente nella villa di famiglia di Francavilla, annegando nella vasca da bagno. Nel 2007 la Regione Sicilia lanciò lo stralunato, costoso e mai esecutivo progetto La Via dei Borghi per realizzare nei villaggi un «centro da destinare all’accoglienza di giovani, figli di italiani all’estero per attività congiunte di scambio culturale e di promozione del territorio con le comunità di origine italiana sparse nel mondo, associate a un polo congressuale e di studi da affidare a operatori pubblici».
Arrampicandosi tra i ruderi del Villaggio Morfia, il più spettrale dei Borghi, le strade coperte da uno strato spesso di polverazzo, la chiesa a navata unica adibita a ricovero di vacche, si incontrano alberi di fico ormai improduttivi, vecchi carrubi, qualche pero selvatico che lotta con i rovi e la roccia. Forse il progetto della Regione non era così strampalato: portare qui i figli dei siciliani emigrati all’estero per studiare come le montagne dei loro avi siano state prima devastate poi abbandonate da chi si era assunto il compito di salvarle.