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 2026  settembre 22 Martedì calendario

Quando Morselli liquidò Freud usando Nietzsche

Ritorna in libreria il notevole Mi sono conosciuto nel sogno (Adelphi, pagine 442, euro 26,00), il diario che Guido Morselli tenne dall’aprile del 1938 al maggio del 1973, riproposto con la prefazione dell’indimenticato Giuseppe Pontiggia, ma in una nuova edizione ampliata a cura di Valentina Fortichiari, la quale è anche autrice della postfazione. Un diario – nota la curatrice – che è «un regesto di citazioni e commenti», il cui titolo è ricavato da un’annotazione datata 3 dicembre 1943. Per renderci subito conto della natura della prosa di Morselli e della qualità delle note di Fortichiari, basta riportare quanto scriveva lo stesso Pontiggia sulla soglia del libro: «Operare una scelta all’interno di questo diario, annotato con rara competenza da Valentina Fortichiari, non mi è stato facile: anche perché il desiderio di perpetuare ogni attimo finisce per trasmettersi dall’autore al suo lettore». Proviamo a cominciare da qui, allora: «Nell’articolo di Moravia sul Corriere della Sera di oggi, noto che anche lui scrivendo adotta l’apocope dell’ed congiunzione, quel detestabile ed scolastico. Così scrive: “gigantesche e enormi”, “e un’altra”, ma poi scrive, chissà perché, “ad un tratto”». Sembrerebbe una considerazione marginale, ma ci dice almeno due cose di Morselli. La prima: un’acribia feroce – in questo caso grammaticale – e al di fuori dal comune. La seconda: un’attenzione riservata a uno scrittore, Moravia (qui presente in altri luoghi), il cui successo editoriale era direttamente proporzionale al suo insuccesso. Un’attenzione – s’aggiunga – che lo impegnava allo stesso modo con Platone e De Ruggiero, Gide e Calvino.
Ma torniamo a Pontiggia che, subito dopo quelle parole, scriveva: «C’è una immagine che ha continuato a tornarmi in mente quando rileggevo ancora una volta questo diario. È una nota del 22 febbraio 1947: “Ieri sera prima di dormire ho riveduto me stesso, quale poche ore avanti camminavo per la strada, tornando a casa. Non avevo mai sentito così profonda pietà degli uomini come rivivendo l’immagine di quest’uomo che attraversava piazza del Mercato”». Eccolo l’uomo Morselli, che cattura per noi lettori del futuro l’istante in cui rivela tutta la sua umanità. Uno scrittore che solo tenendo un diario – ancora Pontiggia «riesce a stabilire con il presente quel rapporto che gli è sempre sfuggito: non a caso i suoi romanzi più felici spaziano tra il futuro dell’utopia e il dagherrotipo della storia». Un diario che, al suo meglio, fonde istinto narrativo e critica culturale. Guardate come, mediante un sogno, arriva a liquidare Freud, servendosi di Nietzsche come personaggio: «E ieri sera, prima di addormentarmi, avevo pensato a lungo, e con dolorosa intensità, a una cara figura di donna, che da qualche giorno ha un gran posto nel mio cuore». E poi: «In sogno anziché apparirmi questa deliziosa creatura, come avevo sperato ieri sera, mi compare Nietzsche... Eppoi credete alla scienza onirologica freudiana».
Ancora su Nietzsche, 8 febbraio 1963: «Chi legge Nietzsche, ha l’impressione che l’unico filosofo moderno sia Schopenhauer. Da un capo all’altro dell’opera di Nietzsche si parla di Schopenhauer, e, in un certo senso, si potrebbe dire che quell’opera è un contrappunto a Schopenhauer». Notazione che gli consente, con malizia, di liquidare attraverso Nietzsche Marx: «Impressione evidentemente errata, ma molto simile a quella che leggendo Marx si ha che questi scriva “in funzione di Hegel”, per correggere o per opporsi a Hegel. (E difatti molti marxisti hanno l’aria di credere che, senza Hegel, Marx sia inconcepibile)». Il 7 maggio 1961, in una lunga nota apparsa il giorno prima su “L’Unità” e dedicata a una «relazione di G. Amendola all’assemblea degli operai industriali», aveva del resto scritto: «L’obbiezione di fatto che oppongo al comunismo è la seguente. Se è vero che avete rinnovato dalle radici la società, dovreste aver rinnovato nello stesso modo l’individuo, che è ciò di cui in concreto la società si sostanzia. Nella sua effettiva condotta di vita, nella sua moralità, nel costume, l’uomo sovietico dovrebbe essere ben superiore (e in ogni caso ben diverso) dall’uomo della società capitalistica. Pare – viceversa – che non sia così». Una lucidità – converrete – impressionante.
Ha però ragione Pontiggia quando scrive: «È meno originale, meno efficace, nelle analisi estetiche e nelle ricapitolazioni speculative. Bisogna pur dirlo. Altrimenti, per rendergli omaggio, finiamo per sottrarglielo». Le note ammirative su Croce – per dire – sono, nel quadro della collettiva liquidazione di quegli anni, deludenti, quasi scolastiche. Così come quelle un po’ farraginose sul coetaneo Anceschi, come lui allievo di Banfi. Del tutto controproducente, insomma, questa rincorsa ai riconoscimenti, tanto più che – continua Pontiggia – «la sua dimensione di narratore europeo non ne ha alcun bisogno». Didascalico quando filosofeggia sull’arte e la letteratura, ritorna formidabile e raffinatissimo quando si esercita su impensabili connessioni, come per esempio quella tra mafia e Sartre. Sentite qua: «La Mafia è in fiore. Ma nessuno la nomina. Gli interessati la chiamano se mai la “Cosa”; sia pure affettuosamente aggiungendo: “Nostra”». E poco più avanti: «(Una “curiosità” socio-filologica: per riferirsi al comunismo sovietico, Sartre usava dire “la Chose”, semplicemente. Analogia?)». Una miniera, insomma: calatevi senza indugio.