Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 22 Martedì calendario

La geopolitica pesa sulla tazzina. Perché l’espresso costa 1,30 euro

La geopolitica può entrare in una tazzina di caffè più facilmente di quanto si immagini. Non a caso l’Italia vuole rafforzare il presidio dello stretto di Bab-el-Mandeb, perché da lì passa una parte significativa del nostro export ma anche del nostro import. E quindi, tornando alla nostra tazzina, la rotta più breve che parte dal Vietnam insieme al Brasile, tra i massimi produttori mondiali di caffè è proprio quella che passa dal Mar Rosso e da Suez. E così gli attacchi degli Houthi sono una minaccia non solo per i costi energetici, ma rischiano seriamente di riverberarsi sulle nostre pause caffè. La rotta alternativa che passa per il Capo di Buona Speranza, del resto, richiede un transito molto più lungo e dispendioso sotto tutti i punti di vista.
Negli ultimi anni i rincari al bar sono stati elevatissimi e provocati da una catena di componenti. Quest’anno il prezzo medio nazionale dell’espresso è arrivato a circa 1,29 euro, +24,2% rispetto al 2021, quando prendersi un caffè costava, in media, poco più di un euro. La Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, individua i responsabili di questi rincari sia nella materia prima sia nell’energia, senza dimenticare un costo degli affitti che ha un suo peso, in particolare nelle grandi città. Andando a scomporre le componenti, negli ultimi anni si è osservato un incremento della materia prima molto significativo. Oltre la metà della produzione mondiale di caffè viene dal Brasile (primo produttore e leader dell’Arabica) e dal Vietnam (leader della Robusta). Si narra che nella seconda metà del Novecento i coltivatori brasiliani amassero far circolare la voce che l’inverno sarebbe stato rigido per spingere le quotazioni del caffè. Sta di fatto che nel luglio del 1975 la voce si rivelò vera: nel Sud del Brasile arrivò una gelata eccezionale e le piantagioni furono devastate. In una settimana le quotazioni del caffè a Londra balzarono del 62%. Oggi gli choc arrivano da siccità, alluvioni e costi delle navi costrette a fare giri immensi. Bisogna comunque ricordare che i massimi, tanto per l’Arabica quanto per la Robusta, sono stati raggiunti all’inizio del 2025 e da lì i prezzi sono scesi, pur mantenendosi su quotazioni storicamente elevate. Basti pensare che, guardando agli ultimi cinque anni, i rincari della materia prima ammontano ancora tra il 52 e il 56%. Si tratta quindi di livelli che, al netto delle correzioni, incorporano una struttura di costi più elevata e qui giocano certamente un ruolo gli eventi climatici estremi che hanno colpito le principali aree di produzione. Oggi percepiamo gli effetti delle fiammate passate, senza dimenticare che esiste un ritardo fisiologico che potrebbe continuare a trainare i prezzi della tazina al bar. Anche le guerre, poi, hanno avuto un loro peso. Guardando il grafico delle quotazioni del caffè a New York e a Londra, si nota una crescita della curva che dà i primi segnali già nel corso del 2021 per poi impennarsi nel corso del 2022, quando si sono aggiunte le conseguenze della guerra in Ucraina sui costi energetici e sulla logistica globale. Le tensioni in Medioriente di oggi pesano sui noli, ovvero le tariffe pagate per trasportare le merci sulle navi cargo: negli ultimi mesi il costo di un container da 40 piedi sulle rotte Asia-Europa è arrivato a superare i 4 mila dollari.
Come se non bastasse, anche il recente terremoto in Colombia ha influito sulla catena di approvvigionamento di una materia prima che incide sul prezzo finale per circa il 20%. L’energia, però, entra nella tazzina più volte incidendo sui costi di torrefazione e sui bilanci dei bar. Come rileva Fipe, un piccolo bar spende per le bollette 11mila euro annui, mentre un ristorante arriva a 15mila. I nuovi rincari arrivano quando ancora non si sono riassorbiti i balzi registrati tra il 2021 e il 2023. Quanto agli affitti, molti contratti commerciali prevedono un parziale adeguamento del canone (anche al 75%) al costo della vita, in un lustro dove si è registrato un incremento inflattivo cumulato superiore al 20%. Insomma, tra Bab el-Mandeb e Medioriente il pericolo è che i rincari non siano finiti qui.