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 2026  settembre 22 Martedì calendario

Claudio Villa racconta di come ha inventato Dylan Dog

Quando si trattò di dare un volto al nascente Dylan Dog, quarant’anni fa, in casa Bonelli si guardò istintivamente a Hollywood, segno tangibile del legame fortissimo fra cinema e fumetto, così come della passione sconfinata di Tiziano Sclavi per il grande schermo: «Qualcuno che si muoveva in mezzo ai mostri doveva essere immediatamente riconoscibile – ricorda Claudio Villa, che tracciò per primo la silhouette dell’investigatore dell’incubo -, per questo motivo, inizialmente si era pensato a Elliott Gould o a Jack Nicholson, solo in un secondo tempo è venuto fuori Rupert Everett». Storico disegnatore di Tex e Martin Mystère, Villa ripercorre la genesi di un personaggio che non solo ha rivoluzionato il fumetto italiano introducendovi l’horror, ma ne ha fatto un fenomeno di massa da milioni di copie.
Numeri che appartengono al passato, per via degli sconquassi epocali verificatisi nel mondo dell’editoria dai dorati anni ’80 e ’90 a questa parte, ma il mito del detective del mistero in giacca nera e blue jeans ancora resiste, e il 26 settembre sarà celebrato con Dylan Dog. Horror Night, serata di festa in 80 fra librerie Ubik e fumetterie Funside in tutta Italia, presenti disegnatori e sceneggiatori. Seguiranno un raduno nazionale di fan il 10 ottobre ad Anagni e lo spettacolo Dylan Dog Horror Show dal 28 ottobre al Teatro Eliseo a Roma.
Villa, ci racconta come nacque il personaggio?
«Prima ancora di Dylan Dog, nel 1983 Sclavi inventò Francesco Dellamorte, un personaggio con connotazioni orrorifiche che viveva in un cimitero e si occupava delle tombe (dal suo romanzo venne anche tratto un film, Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, nel 1994, ndr): doveva uscire su Orient Express, ma la rivista chiuse e non se ne fece nulla. Qualche anno dopo, da redattore di Bonelli, Sclavi ha provato a fare una serie a fumetti ispirata a quell’idea e nel 1985 hanno chiamato me per dargli un volto».
Quali suggestioni seguivate?
«L’idea era qualcuno che si muovesse in mezzo ai mostri, una fisionomia molto riconoscibile, fra le figure a cui ispirarsi suggerite da Sclavi in un primo tempo c’erano Elliot Gould e Jack Nicholson. Da disegnatore ho pensato che i precedenti di Bonelli come Zagor e Tex erano begli uomini dai lineamenti regolari, ma qui serviva qualcosa di particolare: capelli folti, naso prominente, basettoni. Gli altri dettagli erano giacca nera, camicia rossa fuori e Clark ai piedi, ma si erano dimenticati di dirmi che era un inglese…».
Quindi le prime ipotesi furono bocciate?
«Sì, Sclavi mi disse: non ci siamo, deve avere la faccia di Rupert Everett. Allora mi mandò al cinema a vedere il film Another Country di cui era protagonista, perché potessi studiarmelo: entrai in sala col blocco da disegno sotto il braccio e annotai tutti i dettagli, dalla fronte alta sporgente al viso lungo. Il fatto è che nel film aveva un ruolo da studente delicato e sensibile, così lo resi un po’ più macho, scavandogli le guance e rendendogli il naso più marcato. Quando Mauro Marcheselli, redattore di Bonelli, vide il mio lavoro, disse ma questo è Claudio Baglioni
… Parole profetiche, perché nel 1996 Dylan Dog avrebbe effettivamente incontrato il cantautore in una storia uscita su Tutto Musica e Spettacolo, titolo La via dei colori».
E Groucho, l’aiutante, com’è venuto fuori?
«All’inizio avevo fatto gli schizzi di Gnaghi, collaboratore di Dellamorte e precursore di Groucho. All’inizio Sclavi aveva pensato a Marty Feldman come modello, ma poi cambiò idea e ci siamo buttati su Groucho Marx, disegnato da Angelo Stano. È stato un parto molto lungo e doloroso: ricordo un foglio dattiloscritto di Sclavi con un elenco di centinaia di espressioni buffe da affidare a Dylan Dog, da Perdindirindina a Lamarmitta!, prima di arrivare al definitivo Giuda Ballerino».
Lei poi ha firmato le copertine di Dylan Dog fino al numero 41 e ora farà quella del quarantennale, che cosa ha messo di suo nella figura del personaggio, quando venne creato?
«Le maniche della camicia rossa rivoltate su quelle della giacca, in modo da rendere riconoscibili le sue mani in ogni vignetta, anche quando c’era solo quel dettaglio. Il personaggio poi è vissuto di vita propria, portando anche il pubblico femminile alla lettura del fumetto».
Pubblico femminile?
«Sì, in redazione eravamo sommersi da lettere di ragazze, perché Dylan Dog era bello e sensibile, cosa che con Zagor e Tex non succedeva di sicuro.
Sclavi è riuscito a intercettare quell’età fra i 14 e i 18 anni parlando la loro lingua».
Con Dylan Dog l’horror è entrato nel fumetto italiano.
«Era l’horror con il freno a mano tirato della Bonelli, come lo chiamavo io, perché non doveva scendere nella macelleria: mai tracce di nudo né violenza troppo esagerata. Neanche in Tex e Zagor, d’altra parte, si vedevano schizzi di sangue quando sparavano. Dylan Dog comunque ha fatto un botto talmente forte che ha dato il via a un sacco di pubblicazioni più hard: puntava gli occhi nella parte più oscura delle vicende umane, mettendo in luce contraddizioni per cui il mostro non è così cattivo come lo si dipinge».
Che tipo è Sclavi? La sua riservatezza è leggendaria.
«In effetti è un tipo molto schivo, preferisce stare lontano dalla massa e non ama essere riconosciuto, predilige la quiete del mondo dove vivono i suoi personaggi, e ha una cultura cinematografica enorme. Un piccolo esempio: la copertina delle Notti della luna piena è stata ispirata dal Lupo mannaro americano a Londra».