repubblica.it, 22 settembre 2026
L’ansia è la nuova emergenza: 138mila post sui social in soli sei mesi
Sui social la parola chiave “ansia” compare 37 mila volte, tredici volte più di “depressione”. L’esplosione di questo termine su Facebook e Instagram, come emerge dall’Indagine esplorativa Media, linguaggio e salute mentale: come viene raccontato il disagio psichico, appare legata all’imperativo sociale di dover garantire una performance sempre maggiore nei diversi ambiti della vita, in famiglia come nella scuola e nel lavoro, soprattutto sui social. Partendo dall’immagine, fisica e principalmente virtuale, per arrivare ad essere persone famose e di successo, nel bene e nel male.
L’indagine, realizzata dall’Osservatorio di Pavia, in collaborazione con Associazione Civita per il Festival della salute mentale RO.MENS, ha preso in esame oltre 138 mila post sulla salute mentale pubblicati nei primi sei mesi del 2026, tra narrazioni personali e divulgazione.
Il termine “ansia” vive nel linguaggio del “come gestirla”, tra consigli di regolazione fisiologica e riflessioni personali. Nell’arco dei sei mesi considerati il volume dei post pertinenti si è mantenuto relativamente stabile tra i 21mila e i 26mila al mese. I contenuti più visibili sono quelli di voci dirette, professionali o meno, capaci tradurre temi complessi in un linguaggio immediato e condivisibile. Un solo post realizzato da uno psicologo-content creator capace di sfiorare un milione di like su Instagram.
Nello stesso periodo, dall’analisi dei telegiornali delle reti generaliste RAI, Mediaset e La7 si evidenzia che soltanto l’1.8% delle notizie hanno riguardato la salute mentale, con una media di nove al mese per telegiornale. Ma a colpire non è soltanto quanto poco se ne parli: è soprattutto come se ne parla. Sette servizi su dieci riconducono la salute mentale a eventi di cronaca nera. Alle questioni sociali resta il 15%, a scienza e salute appena l’8% e a cultura e società il 7%.
La copertura procede per picchi legati al singolo fatto: a maggio, in coincidenza con il noto caso di Modena, si è registrato il picco delle notizie. Il risultato è un racconto che mostra soprattutto il fatto eccezionale, ma molto meno la prevenzione, la cura e la possibilità di chiedere aiuto. Dal confronto su come viene affrontato il tema della salute mentale nei mass media, si può affermare che influencer e creator conquistano sui social lo spazio lasciato libero dall’informazione tradizionale.
Post su ansia, ADHD, neurodivergenza e disturbi alimentari, raggiungono milioni di persone. La capacità straordinaria di rendere accessibili temi complessi sui social pone però una domanda: chi garantisce la qualità delle notizie che arrivano? Quando l’informazione qualificata arretra, infatti, lo spazio viene occupato da chi comunica meglio, non necessariamente correttamente. Accanto ai professionisti emergono diagnosi a distanza, semplificazioni e pratiche prive di basi scientifiche, presentate spesso con il tono rassicurante della cura. Il successo dei creator – per Paola Barretta, coordinatrice del gruppo di ricerca dell’Osservatorio di Pavia -dimostra che esiste una domanda enorme di contenuti comprensibili e vicini all’esperienza delle persone. La sfida è unire questa efficacia comunicativa all’autorevolezza delle fonti e alla solidità scientifica, evitando che la parola folle venga utilizzata come chiave di lettura immediata di un gesto violento, senza alcun riferimento clinico o peritale, con un duplice effetto di scorciatoia esplicativa e di intensificatore emotivo per il pubblico. Non possiamo affidare soltanto agli algoritmi e all’iniziativa dei singoli il racconto della salute mentale. Istituzioni e informazione devono imparare a parlare una lingua capace di raggiungere giovani e famiglie, con un lessico rispettoso ed informato, contrastando stigma, disinformazione e pseudoscienza”.