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 2026  settembre 22 Martedì calendario

Elena Ceratti ricorda sua madre, Carla Cerati

Taglio Vergottini, zigomi marcati, temperamento scalpitante. Gli autoscatti di Carla Cerati restituiscono tutta l’inquietudine di un’artista singolare, capace di esprimersi con eguale intensità nella scrittura e nella fotografia. «Se ho percepito l’infelicità di mia madre? Credo di averla pagata con dieci anni di anoressia», racconta la figlia Elena Ceratti, ora impegnata nell’allestimento della grande esposizione che Milano ha voluto dedicare alla fotografa nel centenario della nascita. «Alla fine ho fatto pace con la sua diversità. E sono qui a celebrarla a Palazzo Reale, unica sopravvissuta della mia famiglia». (Plurale Femminile, Fotografia e scrittura 1926-2026, dal 26 settembre al 10 gennaio 2027, a cura di Elena Ceratti, Giovanna Calvenzi e Mariateresa Cerretelli, catalogo di Cluster-A).
È stata una madre faticosa?
«Non era facile misurarsi con la sua genialità perennemente insoddisfatta. Carla non era mai appagata. Ricordo ancora le sue esplosioni di allegria, la risata contagiosa. Ma mia madre apparteneva al genere di persone a cui non basta mai. E quindi in costante competizione con gli altri».
Anche con la figlia?
«Viveva male la mia malattia, e cercava di spronarmi. Muoviti, truccati, mettiti le minigonne. Ma io non reagivo e lei partiva lo stesso per lavoro. Assente e insofferente. La fotografia era la sua liberazione, forse anche il suo riparo».
Sposata giovanissima, negli anni Cinquanta era stata costretta a scegliere tra la scultura e il matrimonio. E non si è mai perdonata la seconda scelta.
«Faticava a contenere dentro le pareti domestiche una potentissima creatività, che in un primo tempo aveva sfogato nel suo lavoro di sartina. Non appena i due figli piccoli glielo permisero, cominciò a fotografare tutto purché fosse fuori di casa. Prima s’imbatté nel teatro, perché la sera era più libera dai suoi impegni materni. Poi si mise alla scoperta della Milano in trasformazione entrando nelle fabbriche, nelle case di ringhiera o alla Rinascente. Finché cominciò a ritrarre gli intellettuali che si ritrovavano alla libreria Einaudi in Galleria Manzoni. Calvino, Sciascia, Pasolini, Barthes…».
L’ingresso in quel mondo lo doveva al marito Roberto Cerati, storico direttore commerciale della casa editrice di Giulio Einaudi.
«Sì, “il monaco” del libro, come è stato chiamato tante volte. La definizione nasceva anche dal suo modo di vestire, in blu scuro o nero, con le polo chiuse su in alto fin dal primo bottone. Uno stile adottato dopo la separazione da Carla».

Quei ritratti letterari di sua madre sono stati tacciati di perfidia, forse sono soltanto antiretorici.
«Era capace di svicolare con grande leggerezza tra questi personaggi che si sentivano a casa. E quindi si mostravano nella loro autenticità, fuori dalla posa fotografica. Restituire gli scrittori nella loro verità quotidiana è stato il tratto originale del suo lavoro».
Poi è arrivato l’impegno politico. “Morire di classe” è lo storico reportage sulla follia che ebbe l’importanza di un manifesto, realizzato nel 1969 insieme a Franca Ongaro e Franco Basaglia. Come reagì all’impatto con i manicomi?
«Fu molto duro. Era stata lei a proporre a Gianni Berengo Gardin di affiancarla perché si sentiva fragile davanti a un tema così drammatico. Berengo accettò, avvertendola che però non le avrebbe fatto da assistente ma avrebbe scattato anche lui delle foto. Tornando dall’ospedale psichiatrico di Firenze, dove avevano fotografato le matte ridotte a sacchi informi, erano così sconvolti che salirono sul treno sbagliato. Lei era una timida che si buttava. E i timidi che si buttano sono bizzarri».
In alcune di quelle foto, come in larga parte dei suoi scatti, in primo piano ci sono le mani.
«Le mani sono tutto per lei. Aveva imparato a usarle giovanissima, tagliandosi una giacca dalla sera alla mattina e poi vestendo noi figli e le amiche. A teatro era riuscita a metterne a fuoco l’azione artistica, soprattutto grazie all’Antigone del Living Theatre: quei movimenti rappresentavano la liberazione del corpo e della gestualità, su cui avrebbe continuato a lavorare ricorrendo agli ingrandimenti delle mani e dei volti».
Cominciò a esplorare il corpo delle donne spogliandolo da qualsiasi richiamo erotico.
«Non era una femminista, ma andava acquisendo una sua consapevolezza di genere anche attraverso il lavoro sulle forme femminili. Tutto era cominciato dal lavoro sul nudo di un amico che le aveva commissionato una serie di ritratti. Ne uscì molto insoddisfatta. Così cominciò a orientarsi sul corpo delle donne sottratto a ogni facile ammicco. Pian piano, raffinando la sua ricerca sul corpo-scultura, è approdata alla serie Forma di Donna».
Suo padre Roberto come guardava al desiderio di emancipazione di sua madre?
«L’ha sofferto, come gli uomini di quella generazione. Ma durante la settimana lui viveva a Torino. La sua famiglia era la casa editrice di Giulio Einaudi. Noi eravamo un mondo a parte che non ha mai voluto mescolare. E questo Carla l’ha patito tanto, pur avendo accesso a quegli ambienti».

Perché teneva distinte le due famiglie?
«Mia madre aveva una personalità dirompente e mio padre voleva proteggerla e proteggersi da questa sua indomabile tenacia nel voler arrivare a tutti i costi al traguardo. Entrambi del segno dei Pesci, quindi doppi e sfuggenti: ma lui scegliendo di sedersi sempre all’ultima fila, lei sfacciatamente al centro della scena».

Si separarono, ma conservando la famiglia unita.
«Sì, rinunciarono entrambi a metter su un’altra “casetta”. Finché ci sono stati, abbiamo cenato tutti insieme la domenica sera: un rituale imposto da mio padre e guardato con insofferenza sia da Carla che da noi due figli, però alla fine nessuno ne poteva fare a meno. Certo, qualche nervosismo c’è stato quando mia madre ha cominciato a mettere il registratore sul tavolo: era il periodo in cui scriveva più intensamente».

Vi intervistava?
«No. Buttava là qualche provocazione sulle nostre vite, che poi sarebbe diventate i suoi libri. A me la cosa faceva impazzire».
È stata tra le poche capaci di affiancare alla fotografia la scrittura, pioniera dell’autofiction, forse non ancora riconosciuta come avrebbe meritato. A ciascun famigliare è dedicato un libro: al fratello, alla madre, al marito, al figlio scomparso prematuramente. E alla figlia?
«Avrebbe voluto scrivere un libro sulla mia malattia, ma io l’ho minacciata: non mi vedi più.
Oggi glielo avrei permesso, ma allora non ero pronta».
Da cosa nasceva il suo bisogno di scrivere?
«Era incontenibile e non le bastava un solo mezzo espressivo. Non so da dove arrivasse questa irrequietudine; forse dalla sua storia famigliare, dal contrasto tra un padre talentuoso e inquieto e una madre vocata all’immobilità. Fu molto aiutata da un tutor dell’esperienza di Italo Calvino che le fece riscrivere il suo primo libro dedicato al fratello morto. Finché non riuscì a toccare l’universalità che lo scrittore le chiedeva: il tema era qualcosa di più del ricordo d’una persona cara che non c’è più, ma il posto che nella nostra vita ha un’altra persona».
Il suo libro dedicato al marito – “Un matrimonio perfetto” – avrebbe segnato la fine del rapporto con suo padre Roberto. Nelle ultime righe l’autrice scrive che per anni aveva subito parole come “ubbidienza”, “sacrificio”, “gratitudine”, mentre lei inseguiva «la sola parola importante, amore».
«Più che amore cercava la libertà. Tutta la sua insofferenza e la sua frustrazione si riversavano nella ricerca spasmodica non dell’amore ma dell’indipendenza. Anche quando ebbe la possibilità di trasferirsi a Roma per stare insieme al suo nuovo compagno, alla fine si è tirata indietro, questa volta scegliendo la libertà».

Ne “La cattiva figlia” Carla Cerati supera il conflitto con sua madre accogliendone la diversità. Anche lei è riuscita ad accettare la diversità di sua madre?
«Sì, alla fine ho fatto pace con la sua insofferenza. L’ho anche ammirata molto. È stata lei a insegnarmi ad assumersi una responsabilità nei confronti della vita. Buttarsi nelle cose e fare».
Pur così indipendente, sua madre ha mantenuto il cognome da sposata. Perché?
«Era già famosa con quel nome quando si separò da mio padre. Oltretutto, per uno strano scherzo dell’anagrafe, il loro cognome ha una sola “t”, il mio ne ha due
. L’eccentricità, evidentemente, è un destino di famiglia».