corriere.it, 22 settembre 2026
La Cina investe troppo nell’AI: l’allarme degli economisti del regime
Fino a poco tempo fa, una domanda dominava le analisi internazionali sulle prospettive economiche e geostrategiche: la Cina sta vincendo la gara con gli Stati Uniti per il primato nell’intelligenza artificiale?
Nelle ultime settimane, la questione è stata progressivamente rovesciata, e la domanda è diventata di tenore diverso: la Cina ha esagerato nel premere l’acceleratore sull’AI, tralasciando la cura di altre lacune croniche del suo gigantismo economico?
Il fatto che la risposta tendesse al sì per la prima domanda, ma tenda al sì anche per la seconda, non è molto tranquillizzante per le prospettive del regime, in particolare alla vigilia del vertice Trump-Xi, con le due superpotenze alla ricerca di un’intesa sull’IA che plachi le preoccupazioni crescenti sul suo (auto)controllo.
Come sempre nelle svolte di un Paese segnato dal verticismo assoluto (tranne nella fase più riflessiva e collegiale di Deng Xiaoping, leader «preminente» ma non unico), la corsa sfrenata sull’AI è stata frutto di un’indicazione precisa e finora (ma attenzione a questo finora) indiscutibile.
L’indicazione è arrivata in marzo, con queste parole nette di Xi: «Non possiamo guardare solo alla crescita del Pil». Molto più importante, nella valutazione del leader, il rafforzamento dell’«hard power» cinese nei settori tecnologicamente più avanzati. È lì che non sono tollerabili rallentamenti, è il senso chiaro del messaggio, mentre qualche decimale in più o in meno nella crescita complessiva non sposta le cose. Il valore prodotto dalla iper-modernizzazione delle industrie tradizionali compenserà eventuali rallentamenti complessivi e curerà alla lunga le tare strutturali dell’economia cinese: sovrapproduzione, consumi bassi, invecchiamento della popolazione, disoccupazione giovanile.
La ricetta, in sé, sembrerebbe tutt’altro che campata in aria. Giusto pochi giorni dopo il discorso di Xi, l’ex presidente del Mit di Boston, Leo Rafael Reif, pubblicava un intervento su Foreign Affairs (ripreso da Luca Angelini sulla Rassegna del 1° aprile) che conteneva una profezia dal suono sinistro per la massima superpotenza fin dal titolo: «L’America sta perdendo la corsa all’innovazione». Sottotitolo: «Perché il futuro della scienza potrebbe essere cinese». La tesi era molto chiara: la Cina non è più la fabbrica del mondo che copia senza inventare, ma ha superato gli Stati Uniti in un’ampia gamma di tecnologie avanzate (veicoli elettrici, batterie, apparecchiature per le telecomunicazioni wireless, robot umanoidi, energia nucleare di nuova generazione) e se è ancora priva dei semiconduttori necessari ad addestrare i modelli di intelligenza artificiale più avanzati, produce più di chiunque quelli basilari utilizzati nelle automobili e nell’elettronica di consumo. Reif citava l’ultimo rapporto annuale del Congresso sui rapporti di forza tra le due superpotenze, secondo cui «la Cina è ora in grado di sviluppare e applicare su scala sempre maggiore nuove tecnologie e ottenere un vantaggio da primo arrivato in molti settori del futuro».
L’allarme ha continuato a riecheggiare per mesi, al grido di «La Cina ha appena cancellato il vantaggio dell’America nell’AI» (analisi di Axios a metà luglio, incentrata sulla capacità ormai conclamata dei modelli cinesi di colmare rapidamente il gap con quelli Usa, e a costi più bassi) e «Il vantaggio degli Stati Uniti sulla Cina nel campo dell’AI è praticamente svanito» (Cnbc ai primi di agosto: il senso è la capacità olistica dell’ecosistema formato dalle aziende cinesi).
Senonché, già alla fine del mese scorso il vento ha cominciato a cambiare. Non perché il grande balzo cinese nell’AI fosse stato rapidamente smentito, ma perché i vecchi fantasmi che accompagnano lo sviluppo del gigante asiatico non hanno smesso di agitarsi, restituendo le tinte più corrette al quadro complessivo. Danilo Taino ha citato un’altra analisi di Foreign Affairs, stavolta del presidente del Council on Foreign Relations Michael Froman, intitolata «La prossima crisi economica globale potrebbe essere Made in China». Si ricordavano i dati economici poco entusiasmanti: crescita sotto il già basso (per gli standard pechinesi) obiettivo del 4,5% (dato, come si è visto, minimizzato da Xi in persona), aumento della produzione industriale in calo da luglio ad agosto, investimenti fissi scesi del 6,7%, crollo degli investimenti immobiliari, export strabordante, boom manufatturiero drogato dai sussidi statali. Uno scenario deflazionistico ormai cronico, che le scelte più recenti non danno l’impressione di cambiare: come notava Taino, «in tutta una serie di settori – dall’intelligenza artificiale alle tecnologie verdi alle auto elettriche ma anche in industrie più mature – l’input politico e il privilegio nell’accesso al credito portano le imprese a dare un peso insufficiente all’efficienza e alla sostenibilità finanziaria».
Il punto è che questo tipo di allarme è ormai lanciato da tempo non solo da commentatori occidentali sino-scettici, ma da membri dell’establishment economico cinese sempre più preoccupati. Così preoccupati – e questo il dato più clamoroso – da esprimere la loro inquietudine pubblicamente, fino a sfidare il verbo del partito, e a pagarne le conseguenze.
La sequenza di esternazioni messa insieme da Bloomberg fa in effetti impressione. In giugno, durante un forum che precedeva di poco la riunione annuale del Politburo, Liu Shijin, un ex consigliere della banca centrale, ha proposto di aumentare le pensioni degli abitanti delle aree rurali da 30 a 150 dollari al mese, in modo da sostenere la domanda. Nella stessa occasione, Huang Haizhou, consulente attuale della banca centrale, ha detto, con chiarezza disarmante, che «un Paese impantanato nella deflazione non può realizzare innovazioni tecnologiche», e che per questo la priorità dovrebbe essere favorire un’inflazione moderata e la redditività delle imprese. Il mese dopo Li Daokui, un altro ex consigliere della banca centrale che ora insegna all’Università di Tsinghua, ha osato definire l’economia cinese «troppo fiacca» e ha spiegato che la forte espansione dei settori high-tech non riesce a trainare il resto dell’economia.
Cose del genere in Cina non si dicono senza pagare dazio: gli economisti, ha sottolineato Li Yuan del New York Times, erano stati «ammoniti a non mostrarsi troppo pessimisti, e alcuni sono stati censurati o messi a tacere proprio per averlo fatto. Nel complesso, il loro messaggio era chiaro: l’economia cinese era in difficoltà e un’allocazione delle risorse incentrata sull’intelligenza artificiale avrebbe potuto rivelarsi costosa per il sostentamento della gente comune e per il futuro economico del Paese».
Meglio allocarle, le risorse, alla vecchia maniera: un po’ di inflazione da domanda, in una situazione come quella cinese in cui la gente risparmia per vecchiaia e sanità e non compra quasi nulla, non guasta certo. Servirebbero cose semplici, come aumentare il reddito delle famiglie infilandogli in tasca denaro contante o voucher, o ampliare la rete di protezione sociale per placare le ansie sul futuro e fare spendere soldi per il presente con più serenità. Al contrario, investire tutto o quasi sull’intelligenza artificiale crea nell’immediato pochi posti di lavoro, se non finisce per cancellarne di più, deprimendo ulteriormente i consumi.
Xi ascolterà i suoi economisti più coraggiosi? Al momento non sembra probabile. A meno che il vertice con Trump non vada così bene da innescare un rallentamento della corsa all’IA, e da spostare lo sguardo dei leader sulle esigenze immediate. In qualsiasi caso, le conseguenze saranno globali.