Corriere della Sera, 22 settembre 2026
Totti si racconta nel suo libro "Oltre"
Ho detto no alla Serie A. Ho detto no al Genoa. Ho detto no al Como. Avevo 48 anni. Allenatore del Genoa era Alberto Gilardino, Campione del Mondo come me con l’Italia del 2006, mentre sulla panchina del Como c’era già Cesc Fabregas, uno dei grandi della storia del calcio.
Gilardino aveva 42 anni, Fabregas 37, quindi avrei avuto rispettivamente 6 e 11 anni in più di chi era pagato per dirmi cosa fare.
Non sono leggende metropolitane, è la pura verità.
Incredibile, ma vera. Pazzesca.
Per tenermi in forma giocavo tutti i lunedì sera a calciotto, il calcio a otto come dice il nome, che forse è anche un po’ lo sport dei pensionati, del dopo-lavoro, però mi divertivo e segnavo pure, un po’ rotondetto, ma il mio stato di forma non era malaccio. Me la cavavo bene, mica ci si dimentica di come si tocca un pallone, di come si calciano le punizioni o si fa un assist.
Mi piaceva scherzare nelle interviste, prendere un po’ per il culo qualche giornalista che capitava da quelle parti, come solo io so fare: «Sono pronto per tornare».
Fatto sta che quella battuta l’hanno ascoltata tutti.
E qualcuno si è fatto venire una pazza idea.
«Francesco, se sei pronto, allora torna per davvero.»
I primi a farsi avanti sono stati i dirigenti del Genoa, con cui ho parlato direttamente. Mi hanno posto una semplice domanda: «Ma allora, la vuoi fare o no questa nuova esperienza?».
Facevano sul serio.
Ho preso del tempo per decidere e, prima di dare una risposta, ho cominciato a lavorare duramente. Proprio tanto. Ho continuato col calciotto del lunedì, ho aggiunto tre sedute a settimane in palestra e due col fisioterapista, controllando l’alimentazione. Via il pane, via i dolci, via tutto. Togliere i dolci è stata durissima.
Marassi mi piaceva, è un bello stadio, all’inglese, con gente di passione, che segue le partite attaccata al campo. Senti il fiato sul collo. E poi proprio contro il Genoa avevo giocato la mia ultima partita con la maglia della Roma, vedi il destino.
Gilardino qualche WhatsApp me lo mandava:
«Allora?».
È un biellese, quindi non è che parlasse tanto, neanche via messaggio.
Mi allenavo e non facevo troppa fatica, il fisico rispondeva bene, al di là degli acciacchi normali per un quasi cinquantenne. La schiena un po’ incriccata, ma niente di grave. Con certi esercizi, a sette anni dal mio ritiro, ho dovuto ricominciare da zero, però pensavo peggio, tenevo botta. Spingevo come un professionista.
Frà, ma che stai a fà?
Certi giorni me lo chiedevo, altri ero più ottimista, non sapevo bene cosa mi avrebbe riservato il futuro, o forse sì, ma facevo finta di niente, mi godevo il momento. La testa diceva che avrei potuto accettare, il cuore no, poi si ribaltavano i ruoli, i pensieri frenavano e il battito accelerava, fatto sta che alla fine la conclusione era sempre la stessa, una domanda che mi ponevo da solo: ma si può giocare in una squadra che non sia la Roma?
Dentro di me rimbombava forte la risposta esatta, provavo a non sentirla, ecco.
Avevo 48 anni, okay, ma l’età in qualche modo si supera, si diventa più lenti però il piede non invecchia, tutti concordi: quello non ha bisogno del botox.
La Roma era il punto.
Non il problema, non lo sarà mai.
Un tradimento sportivo non ha età, che siano 18 o 48 anni.
Poi è arrivata Noemi
«Questo è il mio numero.»
«E questo il mio».
Era bionda, era bellissima, se ne accorgevano tutti.
Era dolce, era intelligente, era interessante: bello scoprirlo pian piano, parlandole.
Il primo bacio è arrivato moltissimo tempo dopo. Vicino a Piazza del Popolo, in auto, come due ragazzini, nella penombra.
C’avevo un po’ di paura, ero emozionato per davvero.
Di baci ne avevo dati in vita mia, ma quello lo consideravo importantissimo. Mica potevo sbagliarlo, come il rigore contro l’Australia al Mondiale del 2006. Momenti fondamentali per il futuro, inni alla gioia.
Ho iniziato a essere assalito dai dubbi dell’adolescente.
La bacio io o aspetto che lo faccia lei?
Chiudo gli occhi o li tengo aperti?
E se poi non le piace?
La lingua ci va oppure no?
E se qualcuno ci vede?
A quanto pare, ci siamo dati il bacio giusto al momento giusto. Con Roma sullo sfondo, e dentro di noi, e davanti a noi.
Addio papà
«Pronto?».
Dall’altra parte, per lunghissimi istanti, solo silenzio, brevemente spezzato da un respiro che non definirei pesante, semmai rispettoso, quasi trattenuto.
«Pronto?».
«Purtroppo, Frà...».
Appena ho sentito quel purtroppo, ho capito, il mondo è crollato.
Era morto papà.
Me lo stava dicendo il dottore che lo aveva in cura allo Spallanzani di Roma, dov’era ricoverato. Forzando le proprie pause e le mie paure, con voce ferma e gentile.
Una persona che non sgarrava mai e che, puntuale, si faceva sentire per gli aggiornamenti tra le 19.30 e le 20, tutte le sere.
Non so perché, ma le brutte notizie sono fucilate sparate sempre con largo anticipo, quella volta addirittura di sette ore.
«Purtroppo, Frà, quando i pazienti vengono intubati, significa che è difficile tornare indietro».
Papà Enzo, il mitico Sceriffo, se n’era appena andato come aveva vissuto: senza parlare (lo faceva solo quando era strettamente necessario), se non con lo sguardo, con gli occhi.
Gli ultimi istanti li ha trascorsi attaccato a un macchinario che lo aiutava a respirare, prima che il Covid-19 gli strappasse anche la residua riserva di fiato, ostruendo in maniera codarda gli ingranaggi, i polmoni.
Eccola, la morte che mi ha cambiato la vita, che non è un controsenso, è pura angoscia.