Tuttolibri, 19 settembre 2026
Intervista a George Saunders
George Saunders è tornato nel Bardo – quel luogo intermedio che nel buddismo indica la transizione tra la morte e la rinascita – o forse ci era rimasto impigliato. A otto anni da Lincoln nel Bardo, romanzo vincitore del Booker Prize 2017 che esplorava il lutto del presidente della Guerra di Secessione per la morte del figlio undicenne, lo scrittore del Texas, cresciuto a Chicago, torna in libreria con una nuova storia, vorticosa e conturbante, ambientata in un limbo abitato da morti, vivi, fantasmi e angeli. In Veglia ci troviamo al capezzale di un anziano e spregiudicato magnate del petrolio, K.J. Boone. Accanto a lui c’è Jill, una giovane donna, defunta ormai da anni e trasformatasi in un angelo-doula, che ha il compito di accompagnare l’uomo nel trapasso. Come in un Canto di Natale ai tempi dell’Antropocene però, iniziano a comparire tutta una serie di fantasmi, più o meno infuriati (la vena umoristica di Saunders è rimasta intatta), che cercano di farlo pentire dei suoi peccati ma, ancora prima, di fargli ammettere che con le sue azioni ha reso il pianeta un posto molto molto peggiore. A differenza di Lincoln, che diventerà presto un film ibrido stop-motion/live-action, Veglia è un libro molto più scuro, dove i fantasmi sanno di essere morti, ma restano intrappolati nel «Bardoverso» perché per autorealizzarsi hanno ancora dei compiti da portare a termine, e dove la salvezza è qualcosa di (forse) inarrivabile. Saunders mi risponde dal suo nuovo studio nello stato di New York – lui e la moglie, la scrittrice Paula Redick, si sono trasferiti lì da poco – dove mi mostra le migliaia di foto della sua famiglia che tiene vicine quando scrive. Negli ultimi anni, soprattutto dopo un discorso sulla gentilezza tenuto nel 2013 ai laureandi della Syracuse University diventato virale, è considerato una specie di guru, un santo laico della gentilezza, dispensatore di parole di pace e di valori buddisti di cui è praticante. I suoi studenti lo adorano e la sua newsletter-laboratorio di scrittura Story Club ha oltre 330 mila abbonati. L’ultima volta che ci eravamo visti era stato al Festivaletteratura di Mantova, un anno prima dell’uscita di Lincoln: «Sa che un pezzo di quel viaggio è finito in Veglia? La scena del matrimonio a cui assiste Jill è ispirata ad alcuni affreschi di Palazzo Te. Erano così straordinari che mi dissi che prima o poi avrei dovuto scriverne».
Un’altra storia di fantasmi. Ne ha mai visto uno?
«Sì, ero molto giovane e mio nonno era morto in maniera inaspettata. Una notte mi sono svegliato e ho percepito una presenza in fondo al letto. Non avevo paura. Non potevo vederlo, ma sentivo che era lui e mi stava dicendo: “Va tutto bene, è tutto a posto, vai avanti e vivi una bella vita”. Mi piacerebbe vedere i fantasmi, e sono molto aperto a questa possibilità, ma quella è stata l’unica volta in cui è successo davvero».
Perché è tornato nel “bardo”?
«Collocare una storia in uno spazio liminale mi permette di accedere a spazi e tempi illimitati e anche di poterci portare chiunque, il che mi sembra anche qualcosa di molto vicino alla vita. Voglio dire, anche qui sono circondato da fantasmi: tutte le persone che hanno camminato su questa terra, l’hanno amata o odiata, e così via. Per me, in un certo senso, dire “non ci sei solo tu” è una forma ultima di realismo: io e lei siamo qui, certamente, ma in un certo senso ci sono anche tutte quelle altre persone».
Pensa spesso alla morte?
«Sì, e credo sia una pratica positiva: essere realisti sul fatto che questa cosa in cui siamo immersi non sappiamo bene cosa sia, ma sappiamo che è piuttosto breve».
Lei è nato in una famiglia cattolica. Quando si è convertito al buddismo?
«A quarant’anni e da allora pratico più o meno con continuità. Per me è stato quasi un naturale sviluppo del cattolicesimo. In chiesa dicevano: “Sii buono, sii migliore”, ma non spiegavano esattamente cosa fosse il male e come migliorare. Nel buddismo invece non dicono che sei cattivo, ma che sei distratto e confuso su alcune questioni fondamentali, e poi ti danno delle pratiche per migliorare».
Che cosa pensa del papa americano?
«Lo ammiro moltissimo. Viene dalla mia stessa zona di Chicago e siamo entrambi tifosi dei White Sox: quando parla, nella sua voce sento il mio quartiere. Amo soprattutto che non stia indietreggiando di fronte a Trump e che rimanga fedele al nucleo profondo della morale cattolica».
Da giovane ha lavorato nell’industria petrolifera in Asia. C’è un nesso tra quell’esperienza e il fatto che Boone venga da quell’ambiente?
«Per me fu una vera e propria avventura, tipo Indiana Jones, anche perché prima non ero mai nemmeno uscito dal Paese. Da appartenente alla working class fu proprio nella giungla di Sumatra che sperimentai per la prima volta l’imperialismo: “noi” eravamo quelli che avevano più soldi, che erano rumorosi, sgarbati. Vedere i poveri di quei posti ha riattivato in me l’infanzia operaia e mi ha fatto capire che il mio posto era dalla loro parte, non da quella dell’azienda. Ho capito anche che quando sei un oppressore non ti senti tale, anzi, ti senti vittorioso, positivo, utile. Questa cosa è poi confluita nel personaggio di Boone. A differenza dei film, nella vita reale il “cattivo” non sa di esserlo, le persone fanno cose terribili pensando di agire per il meglio, autogiustificandosi. Questo complica il sistema morale: puoi odiare chi fa del male, ma dal suo punto di vista lui sta facendo del suo meglio».
Nel romanzo ci sono due posizioni: da un lato l’idea che nessuno è davvero responsabile di ciò che è, dall’altro la necessità di rendere le persone responsabili delle proprie azioni. Da che parte sta?
«Entrambe, credo che queste due idee siano entrambe vere. In alcune filosofie si parla di assoluto e relativo. In senso relativo, se qualcuno si comporta male devi correggerlo. In senso assoluto, quella persona diventerà buona quanto può diventare, ma non di più».
Avere contribuito al cambiamento climatico è il grande peccato di Boone, ma nel romanzo lei ritrae anche l’ambivalenza di certi ambientalisti che non hanno problemi a usare l’auto o l’aereo quando gli serve.
«Volevo capire quale fosse il vero peccato di Boone. Negli anni ’80, quando il mondo stava per prendere una svolta e ammettere che il cambiamento climatico era una questione urgente, un gruppo di uomini, tra cui persone come lui, hanno deliberatamente fatto propaganda e costruito un’intera retorica per far sì che le cose non cambiassero. Non dicevano che il cambiamento climatico non fosse reale, ma: “Non lo sappiamo ancora. Stiamo a vedere”. E questo è stato un peccato enorme: far credere al mondo che un problema che poteva essere risolto solo a livello sistemico, potesse essere preso in carico da me o lei che ricicliamo o che non andiamo a trovare in auto un amico che sta morendo».
Ai ragazzi della Gen Z direbbe le stesse cose che disse a quelli del 2013?
«Sì, e le direi anche più forte, perché i social media hanno dato un colpo terribile alle buone maniere e alla gentilezza. La cosa più importante che possiamo fare è riconoscere che l’altra persona è reale quanto noi, ma questo non ci viene naturale: pensiamo sempre di essere un po’ più degli altri. Gentilezza però non significa “carineria": puoi essere anche feroce, deciso. E credo che questo aspetto oggi, almeno qui negli Stati Uniti, manchi. Trump sta travolgendo tutti, e nessuno sembra aver trovato il tono giusto per opporglisi».
Ma come possono coesistere Trump e gentilezza?
«Ha a che fare con una comprensione più sofisticata di cosa sia la gentilezza. Se sei gentile, vuoi che tutti stiano bene, incluso Trump, quindi faresti tutto il possibile per impedirgli di fare quel tipo di male, per metterti sulla sua strada e fermarlo, per esempio, dall’invadere il Canada. Fermare una persona cattiva dal perpetrare altro male è un’azione di gentilezza. Certo, bisognerebbe essere molto creativi per capire come farlo, ed è quello che qui non abbiamo ancora capito».
Nella vita a volte sperimentiamo lampi di consapevolezza, per esempio quando muore qualcuno che ci è caro e sentiamo più intensamente di essere vivi. Le è mai capitato?
«Sì, ultimamente con Guin, la nostra adorata cana morta a giugno, ma anche dopo ogni perdita o dopo degli “scampati pericoli”. Sono momenti molto importanti».
Durano pochissimo, però.
«Vero, ma sarebbe difficile conviverci. Ricordo un “quasi” incidente aereo che mi capitò anni fa: per due o tre giorni mi sono ritrovato in uno stato davvero straordinario, poi è svanito. Credo che l’arte serva, anche, a prolungare questi momenti».
Nel libro nomina la salvezza. Che cos’è per lei?
«Essere in relazione corretta con il momento in cui ti trovi. Significa fare i conti con l’ansia, rallentare i pensieri e fare meno errori. Quando ci riesco divento più rilassato, spiritoso e utile agli altri. Questa magari è solo una “mini salvezza”, ma forse la grande salvezza non è altro che un mucchio di mini salvezze messe insieme».