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 2026  settembre 20 Domenica calendario

Placido don sul viale del tramonto

Nelle università di Oxford e Cambridge esisteva una specie umana oggi quasi del tutto estinta, quella del don. Dal latino dominus, era quel docente – per lungo tempo quasi esclusivamente uomo, poi anche donna – che dedicava gran parte del suo tempo a insegnare agli studenti del proprio College. Di norma era una persona di grande cultura e molto brava nel presentare a voce problemi complessi; lo si ritrovava quasi tutte le sere alla Tavola Alta, avvolto in una toga nera e piuttosto consunta (se non proprio sporca), dove intratteneva colleghi e ospiti. Alcuni don erano titolari di cattedre prestigiose e autori di studi fondamentali, ma quasi tutti provenivano dai ranghi dell’Università in qualità di ex studenti e, soprattutto, ex docenti di un College. L’università non concepiva sé stessa come una macchina destinata a produrre risultati da verificare anno per anno. La vita intellettuale conservava elementi di ozio, eccentricità e perfino di voluta inefficienza. Lo storico Hugh Trevor-Roper si lamentava già nel 1951 di un «party of darkness» a Oxford votato a introdurre elementi di funzionalità amministrativa. L’università esisteva per garantire la libertà di leggere, conversare, discutere, studiare temi per i quali nessuno avrebbe ottenuto un finanziamento e inseguire interrogativi il cui «impatto» era imprevedibile.
Con Twilight of the Dons lo storico Colin Kidd ha scritto un’affascinante storia di questa categoria dell’umano sapere che copre circa un secolo, dalla metà dell’Ottocento fino all’avvento del governo Thatcher.
È anche un libro utilissimo per riflettere con cognizione di causa sui casi recenti di Jason Arday, il professore di sociologia dell’educazione morto suicida nell’agosto scorso, e di James Orr, docente di estrema destra, promotore della race science e dirigente di Reform UK, ora dimissionario.
La casta dei don era elitaria e corporativa, ma allo stesso tempo capace di riformarsi. Kidd racconta come diversi esponenti importanti di questo mondo, quali lo storico Peter Laslett e Noel Annan, Rettore del King’s College (e autore, tra l’altro, di un libro dal titolo Dons), contribuirono alla fondazione di nuove università, sostennero iniziative di educazione permanente, come l’Open University, e dedicarono molto tempo al dibattito culturale e alla riforma dei curricula. Molti don erano bravissimi presentatori televisivi, come Laslett e A. J. P. Taylor.
La tesi di Kidd è che l’occasione d’oro del sistema fu la Seconda guerra mondiale. Almeno un terzo dei docenti fu impegnato nella lotta al nazifascismo. Il paese non solo utilizzò gli scienziati, ma anche i docenti delle humanities in qualità di spie, analisti, interpreti e ufficiali al fronte. Il classicista Peter Fraser venne paracadutato nella Grecia occupata e sopravvisse a un interrogatorio della Gestapo senza rivelare la sua identità. Il filosofo J.L. Austin arrivò a dirigere un’unità di intelligence il cui lavoro contribuì alla preparazione dello sbarco in Normandia, mentre lo storico J. C. Masterman fu responsabile del sistema che gestiva gli agenti doppiogiochisti.
Dopo la guerra, i don si muovevano con naturalezza tra College, governo, BBC, giornalismo, servizi segreti e alta politica, diventando sempre più parte organica dell’establishment. Secondo Kidd, questo impedì la nascita di una classe intellettuale ostile al sistema politico e sociale, come avvenne invece in Francia e in Italia. Eppure un empio evo venturo premeva alle porte. Dapprima fu tolta la regola del celibato, poi fu abolito il requisito del latino, fino ad ammettere i non anglicani e le donne (ma Eleanor Plumer, Rettrice del St Anne’s College, chiese alle sue docenti che, se proprio insistevano nel voler diventare madri, almeno facessero nascere i figli durante le vacanze estive).
Tra gli anni 30 e il primo dopoguerra, i “barbari alle porte” non erano soltanto la piccola minoranza di studenti e docenti comunisti, alcuni dei quali reclutavano per l’Urss. Kidd mette in luce come il sistema fu messo in discussione anche dai pochi esponenti ferventemente cattolici, come la filosofa Elizabeth Anscombe, che criticò aspramente i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki.
Ciò che distrusse quel mondo, tuttavia, non furono i barbari elencati qui sopra, cui vanno aggiunti i modernizzatori tecnocratici degli anni 60 (che ebbero scarso successo) e il movimento studentesco della seconda metà del decennio, bensì la destra thatcheriana.
Dapprima il governo ridusse i fondi al sistema universitario. Poi, nel 1986, fu istituito il primo Research Selectivity Exercise, antenato dell’attuale Research Excellence Framework. La ricerca sarebbe stata valutata periodicamente, le istituzioni comparate tra loro e i finanziamenti distribuiti sulla base dei risultati ottenuti. Il sistema oggi non si limita a misurare il valore dei “contributi alla conoscenza e alla comprensione” (che valgono solo il 55% del punteggio finale), ma anche il loro «impatto».
È così finita l’epoca della spensieratezza e iniziata quella dei rendiconti, dei bilanci e delle ristrettezze economiche. Chi, come me, ha passato la propria carriera di studente e docente tra le mura di questi collegi, sa bene che Oxbridge oggi è attraversata e lacerata dalle cultural wars della nostra epoca – razzismo, questioni di genere, colonialismo, guerra, diseguaglianze – e dalle tentazioni di imbarcare fondi privati di dubbia origine. Solo un fool shakespeariano può rimpiangere un mondo che iniziava con una preghiera in latino e finiva con lo sherry servito alla Tavola Alta. La sfida, oggi, è capire come continuare a essere intellettuali tra misurazioni dell’immisurabile, tagli all’istruzione, antiscienza e seduzioni pop.