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 2026  settembre 20 Domenica calendario

Intervista a Massimo Ciavarro

A Lampedusa, dove vive quasi tutto l’anno dal 2004, Massimo Ciavarro non fa esattamente la vita dell’eremita finalmente in pace con il mondo. Lavora, organizza, costruisce. Non si ferma un attimo. Se trent’anni fa con Eleonora Giorgi si trasferì in campagna, fuori Roma, prima per gestire aziende agricole, poi per ristrutturare casali e infine per produrre film e serie tv, adesso sull’isola si occupa di turismo, da diciotto anni organizza Vento del Nord, il festival cinematografico dell’isola, e costruisce lampade con i pezzi di legno che trova in mare o per strada.
Le vende o le regala?
«Né l’uno né l’altro. Ne ho fatte una ventina e ce le ho tutte a casa, senza interruttore. Non sono proprio un elettricista, ma dopo averle assemblate, aver messo il filo e verificato che funzionino, le lascio incompiute. Mi sta bene così».
Adesso, però, è pronto a lasciare Lampedusa per il Teatro Sistina di Roma: è fra i protagonisti di “Mamma Mia!”, il popolare musical che torna in scena il 17 dicembre per tutte le feste di Natale. Massimo Romeo Piparo, regista e patron del teatro, come l’ha convinta?
«Io gli ho subito detto di no. Poi lui è venuto a trovarmi sull’isola, abbiamo parlato, io ho preso tempo fino a Ferragosto, e proprio quel giorno è passato in tv il film con Meryl Streep, Pierce Brosnan e Colin Firth. Alla fine ho detto di sì. Fra prove e repliche starò via da Lampedusa più di due mesi. Si può fare, in fondo Mamma mia! è ambientato su un’isola greca».
Com’è arrivato nel posto più a sud d’Italia?
«Per caso. Nel 2004 era finita non so quale storia d’amore, pensi quanto era importante, e volevo fare un viaggio. Però avevo il passaporto scaduto e così mi sono detto: “Vai più lontano che puoi”. L’ho fatto. E ci sono rimasto. Qui sto da Dio
, ormai conosco tutti. Quando mi dicono come cavolo faccio a stare su uno scoglio lungo undici chilometri e largo tre e mezzo, dico che forse dipende dal dna: mia madre era nata a Ustica».
A Piparo ha detto che non recita da anni?
«Certo. L’ultima cosa che ho fatto è stata nel 2018, Natale a 5 stelle di Marco Risi, mentre nel 2015 ho recitato in teatro la mia prima e unica volta con Un’ora di tranquillità di Florian Zeller, che mi portò a fare anche una lunga tournée. Fu il mio amico Massimo Ghini, che lo diresse e lo interpretò, a convincermi venendo anche lui a Lampedusa. Quello spettacolo fu un’esperienza bellissima, molto divertente. Lo dice uno che ha sempre patito stare al centro dell’attenzione».
Eppure ha fatto decine di film e serie tv.
«Sì, è vero. Ma non mi sono mai sentito a mio agio a fare l’attore. Sono riconoscente al mondo dello spettacolo e al pubblico che mi ha voluto bene e continua a volermene, però la verità è questa».
Insomma, negli anni del suo grande successo tutti, o quasi, volevano essere Massimo Ciavarro tranne lei?
«Diciamo che se non fosse morto mio padre quando avevo tredici anni, non avrei mai fatto i fotoromanzi e niente sarebbe successo. Mai avrei fatto questo lavoro».
Perché?
«Senza di lui la mia famiglia cambiò improvvisamente assetto: con due sorelle più piccole e una madre ancora giovane, mi trovai sovraccaricato di responsabilità. La mia era una famiglia molto agiata – mio padre commerciava all’estero carni animali – che si ritrovò in breve tempo in difficoltà. Così quando un giorno al mare, a Tor San Lorenzo, una regista di fotoromanzi mi fece delle foto, e poi il giorno dopo mi chiamò per offrirmi un contratto di cinque milioni di lire per un servizio, accettai subito. Quei soldi ci servivano».

Quindi il ragazzo che sarebbe diventato un sex symbol cominciò per necessità, non per ambizione.
«Direi di sì. E se avessi avuto un altro carattere, con il seguito di pubblico che avevo e le tante occasioni non colte, avrei fatto una carriera d’attore molto più importante, anche economicamente. Ma non ho rimpianti (Ciavarro, tanto per rendere l’idea, nel corso degli anni ha rifiutato il ruolo da protagonista nello spettacolo teatrale Il bell’Antonio diretto da Turi Ferro; un film di Roger Vadim, la serie A casa tutti bene di Gabriele Muccino, ndr)».
Un po’ di vita da star l’ha fatta?
«Due anni di vita notturna, sì. I peggiori».

Moana Pozzi quando la conobbe?
«Nel 1981, a Roma. Con lei fu una storia di una sera, dopo una cena in trattoria insieme agli altri compagni della scuola di teatro La Scaletta – fra loro c’era anche Margherita Buy – che frequentai dopo aver dato dieci esami di Legge ed essermi fermato con gli studi. Ricordo Moana come una ragazza determinata ma dolcissima, sensibile e introversa».
Nel 1987 girò il film “Un’australiana a Roma” con Nicole Kidman: era già legato ad Eleonora Giorgi e uscirono foto compromettenti, vero?
«Avevo appena finito di girare con la Kidman Un’australiana a Roma. Nicole non era la superdiva che poi sarebbe diventata, aveva vent’anni ed era molto carina e simpatica. Avevamo avuto un ottimo rapporto di lavoro sul set. Per fare uno scoop avevano usato alcune foto scattate durante le riprese, in cui io e Nicole ci dovevamo abbracciare, e avevano scritto che le foto erano state scattate di nascosto nelle strade di Roma. Eleonora lo capì benissimo. Io ero pazzo di lei e nessun’altra avrebbe potuto allontanarmi da lei».
La sua malattia e la sua scomparsa che cosa le hanno fatto capire?
«Mi dispiace, io sono stato al suo fianco durante tutta la durata della sua malattia, che lei aveva deciso di vivere pubblicamente, però dopo la sua morte mi sono imposto di non parlarne più. In questi mesi ho reagito così tutte le volte che sono stato invitato a farlo».
Lei adesso è solo?
«Non posso dire nulla di chi non fa parte del mondo dello spettacolo e non vuole apparire».

A quasi settant’anni cosa si capisce che forse sarebbe stato meglio mettere a fuoco a 30-40 anni?
«Non lo so. Il carico di responsabilità che ho avuto da ragazzo mi ha segnato, non mi sento diverso da quello che ero tanti anni fa. Sono una persona terra terra, molto semplice».
Non ama apparire, non le piace parlare in pubblico: chi glielo fa fare di tornare in teatro?
«Il Sistina è un teatro storico di Roma. E il palco è vero ed emozionante, c’è il pubblico, non è artificiale come il set. Questi due mesi possono essere una parentesi molto piacevole».
Si definirebbe più coraggioso o incosciente?
«Sono sempre stato coraggioso. Gli incoscienti sono stupidi. Anche questa volta il mio è un atto di coraggio».
In “Mamma Mia!” dovrà cantare: lo sa fare o parte da zero?
«Parto da zero, l’ho detto a Piparo. Speriamo bene (ride, ndr). Per fortuna, ho tre colleghi bravissimi come Luca Ward, con il quale lavorai in un film girato dopo Sapore di mare, Chewing Gum, e Paolo Conticini e Sabrina Marciano».
Il suo personaggio, Harry Bright, è un businessman molto formale, che nasconde un passato da punkettaro: a lei che musica piace?
«Riccardo Cocciante, Francesco De Gregori, Pierangelo Bertoli e Claudio Baglioni, roba così. Di sicuro tutte canzoni del passato. Le uniche che mi fanno star bene».
La felicità, ogni tanto l’ha incrociata?
«Sì, certo. Mai con la tecnologia, ma nella natura, in mezzo al mare su una barchetta, con un delfino che si avvicina. Oppure semplicemente stando da solo a farmi gli affari miei».
Va sempre negli ashram a meditare?
«Sì, ogni tanto. Nelle Marche in Italia, in India quando posso»
Il difetto che non è riuscito a correggere?
«Sono un po’ pesante, molto testardo. Se decido una cosa, non la lascio perdere. Però credo di aver fatto più del bene che del male. Anzi, penso di non aver fatto mai veramente del male a nessuno. Sono sempre molto disponibile. Eleonora diceva sempre che in caso di terremoto o guerra nucleare avrebbe voluto avermi accanto: “Massimo non ti molla, si ingegna e cerca sempre di risolvere i problemi di tutti».
Ha un nipotino di 4 anni, che nonno è?
«Lo vedo poco, purtroppo. Nelle videochiamate gioco a fare il vecchiaccio burbero».
Prima dei 70 anni c’è qualcosa che vuole assolutamente fare?
«Onestamente no. Non ho desideri particolari. Vorrei soltanto che si smettessero di fare tante cose che rendono il mondo sempre più una schifezza, ma detta così sempre una stucchevole banalità. Io e quelli della mia generazione siamo stati fortunatissimi: abbiamo vissuto anni belli, tranquilli, ottimisti. Poi è ricominciato l’inferno».
Qual è la frase che oggi meglio di altre la definisce?
«Non ne posso più».