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 2026  settembre 21 Lunedì calendario

I numeri della crisi tedesca

Qualche timido segnale di schiarita c’è stato. Dopo anni di recessione, in cui la Germania ha smesso di essere il “motore” che trascinava i paesi europei più indebitati e fragili (Italia in primis), e altrettanti anni di previsioni in calo e diagnosi da malato d’Europa, tra la concorrenza cinese e la crisi energetica partita nel 2022, Berlino ha dato qualche segnale di ripresa. L’inversione di rotta nella spesa fiscale, la trasformazione industriale, con meno auto e più difesa, e una spinta alle infrastrutture, hanno aperto un varco positivo. La ripresa dell’export ha fatto il resto. E le previsioni al rialzo con il Pil atteso intorno all’1% quest’anno sembrano una conquista, se la stima sarà confermata, in piena crisi del Golfo e con l’allarme siccità che ha portato lo stop di Reno e Danubio direttamente nelle fabbriche: senza fiumi anche le produzioni si sono fermate. Ma comunque non basta. E paga anche questo Friedrich Merz. Eletto lo scorso anno con la promessa di riforme per riportare alla crescita l’economia stagnante della Germania, il cancelliere ha faticato a conquistare gli elettori, aggravando il malcontento per le impopolari riforme su temi cruciali come pensioni, tasse e sanità e con una serie di passi falsi nella comunicazione.
La crisi energetica e i prezzi dei carburanti hanno solo allargato il malcontento reso evidente ora dalle urne. Una conferma. Perché anche lo status di paese stabile, con un assetto politico a prova di fiducia, è solo un ricordo per i mercati. I Bund tedeschi restano un riferimento per i titoli di stato governativi europei, sia chiaro, ma non sono più così immuni agli choc. Tra inflazione in salita e traiettoria dei tassi, anche il mito tedesco è tornato al livello più alto da diciassette anni, con l’orologio tornato indietro al 2009. Non c’entra la solvibilità del debito. Ma con tutta la nuova “carta” emessa sul mercato nell’ultimo anno, il Bund tedesco non è più merce rara.
Basta tornare indietro al 2019 per capire quanto sia profondo il cambiamento. Nell’estate di sette anni fa la Germania collocò per la prima volta nella sua storia un Bund trentennale senza cedola e a rendimento negativo: erano gli investitori a pagare Berlino per prestarle denaro. Ora il rendimento del trentennale è al 3,84%. E se ancora a fine febbraio di quest’anno il decennale rendeva il 2,65%, oggi è al 3,52% (con il Btp al 4,42% e l’Oat francese al 4.56%).
LA SVOLTA
A ben vedere la svolta, su questo fronte, coincide con il 18 marzo 2025, quando il Bundestag ha riformato il freno costituzionale al debito – la Schuldenbremse, totem del rigore tedesco per un quindicennio – istituendo un fondo speciale da 500 miliardi per infrastrutture e clima e sottraendo alla regola la spesa per la difesa oltre una certa soglia. Nel complesso, un piano da circa mille miliardi in dieci anni imposto proprio da Friedrich Merz, fresco di elezione a febbraio e al timone di un paese reduce da oltre due anni di recessione. La fine di un’ortodossia, per chi per anni ha imposto austerità ai partner del Sud, è per la verità l’ennesimo passo di una Berlino abituata a fare per sé e forte del suo debito ancora limitato rispetto agli altri in Europa (anche se per l’Ifo, il disavanzo passerà dal 3% del pil nel 2025 al 4,6% nel 2028 mentre il debito lordo salirà dal 62,7 al 67,9% della ricchezza nazionale, contro il 58,7% del 2019). Soltanto più di recente Merz ha condiviso la spinta di paesi come l’Italia a bussare all’Europa chiedendo l’esenzione dai limiti del Patto di stabilità sulla difesa. E sta facendo più asse con Roma sull’energia nelle richieste a Bruxells, pur senza abbandonare la rotta “fai da te”.
IL NODO DEL GAS
Ma come è arrivata fin qui? Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, la Germania dipendeva fortemente dalle forniture energetiche di Mosca. Il gas russo, relativamente conveniente, aveva contribuito per anni alla competitività di settori come chimica, metallurgia, vetro, fertilizzanti, macchinari e industria automobilistica. E non è bastato puntare sulle produzioni rinnovabili, diversificare le forniture di gas e riaprire le miniere di lignite per un paese che ha scelto comunque di chiudere l’ultima centrale nucleare il 15 aprile del 2023, nonostante tutto. Ora la speranza, stando al dibattito in corso a Berlino, è che si riapra il canale del gas russo, proprio mentre a gennaio dovrebbe scattare anche il congelamento del Gnl da Mosca. Si vedrà.
Ma nel frattempo la crisi energetica ha lasciato il suo segno sull’industria, passando anche dalla crisi Covid. A pagare più di tutti è il settore auto, già piegato da scelte strategiche sbagliate che in nome del Green Deal hanno spinto le case a sposare la transizione verso l’elettrico (il settore tedesco l’ha abbracciato caparbiamente dopo il 2019, con 250 miliardi investiti da tutta l’Ue). Per poi svegliarsi bruscamente di fronte ai numeri deludenti: nel 2025 le elettriche hanno rappresentato solo il 17% delle nuove immatricolazioni Ue. Mentre la concorrenza della Cina, con prezzi imbattibili, qualità in salita e valanghe di export, ha scavato la crisi di colossi come Volkswagen e Bmw, alle prese con valanghe di licenziamenti.
Di qui la scelta della Germania di convertire alcune fabbriche verso la difesa. Mentre la spesa sul riarmo dovrebbe arrivare al 140 miliardi nel 2027, secondo la proposta approvata a luglio. In questo strada stretta per uscire dalla stagnazione/recessione, si è infilata l’onda AfD. E non bastano gli ultimi aiuti sul caro-carburanti evidentemente (2,5 miliardi). La Germania ha gli stoccaggi di gas riempiti solo a metà. È un minimo storico che rischia di far salire i prezzi e minacciare la sicurezza. E con i carburanti che corrono e le materie prime in salita, il groviglio è sempre più difficile da sbrogliare. Lo slancio dell’export del primo semestre, potrebbe già affievolirsi ora, per colpa delle tensioni geopolitiche. Speriamo di no. Anche perché, seppure con un modello rivisto e corretto, la Germania resta un polmone per l’export italiano.