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 2026  settembre 21 Lunedì calendario

Quando perde Erdogan compra o arresta tutti

Per secoli Üsküdar, distretto di Istanbul sulla riva asiatica del Bosforo, ha avuto un’importanza strategica nell’Impero ottomano. Da qui partivano e tornavano le campagne militari verso l’Anatolia. Da qui passavano i sultani diretti a prendersi il trono. È anche detto la “città delle sultane”, per la ricchezza dei palazzi e delle moschee che alcune di loro fecero costruire. Nel 2019, il presidente islamo-nazionalista Recep Tayyip Erdogan, nostalgico della grandeur imperiale, vi ha inaugurato, su una delle colline che dominano il Bosforo, la moschea di Çamlica, la più grande del Paese, con sei minareti, come le moschee imperiali. Lo stesso Erdogan possiede a Üsküdar una residenza privata dal 1994, l’anno in cui fu eletto sindaco di Istanbul. Il distretto, abitato prevalentemente dalla classe media conservatrice, è rimasto a lungo un feudo degli islamisti, fino alla vittoria dell’opposizione alle elezioni del 2024: uno smacco per il potere, che con quello scrutinio aveva perso quasi tutte le grandi città e ottenuto il peggior risultato nazionale dalla conquista del potere nel 2002.
All’epoca Mediapart era andato a raccogliere le voci degli abitanti: elettori di destra che, per protestare contro l’inflazione e le disuguaglianze, avevano cambiato schieramento; ma anche giovani attratti dalla candidatura della carismatica Sinem Dedetas, dalla quale si aspettavano un rinnovamento per il quartiere. Quella vittoria però segnò anche l’inizio della repressione del regime contro i socialdemocratici e i kemalisti (nazionalisti antireligiosi), fino ad allora risparmiati da un sistema che aveva concentrato la sua azione contro la sinistra e i curdi. Nel marzo 2025 Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e principale rivale di Erdogan, è stato arrestato con accuse di “insulti”, “corruzione” e “spionaggio” ed è tuttora in carcere.
Lo scorso 29 luglio è toccato alla sindaca di Üsküdar, arrestata con l’accusa di “corruzione” e rimossa dall’incarico. Alcuni giorni dopo, il consiglio comunale ha eletto un nuovo sindaco, un altro esponente dell’opposizione, benché grazie ad una manciata di voti, infliggendo una nuova sconfitta al potere. A maggio, la giustizia turca ha affidato la guida del CHP, storico partito del kemalismo, a Kemal Kılıçdaroglu, una figura accomodante con il potere, con l’obiettivo di creare un’“opposizione sotto controllo”, sul modello di quella costruita da Putin in Russia. A Üsküdar, però, i responsabili politici locali del CHP si sono alleati con lo Yeni Parti (il “Nuovo Partito”), che riunisce i sostenitori dell’ex sindaco di Istanbul incarcerato. Il potere era riuscito ad ottenere dal tribunale l’annullamento del voto e la convocazione di una nuova elezione, fissata al 9 settembre. Ma, una settimana prima, due consiglieri comunali dell’opposizione sono stati arrestati. Il giorno dopo, altri quattro hanno lasciato il proprio partito per aderire all’AKP, il partito al potere. “A uno di loro è stato promesso di far tornare il figlio che vive in esilio a Londra. L’altro è stato minacciato di finire in carcere, mentre ha moglie e un figlio disabile a carico”, ha denunciato Özgür Çelik, responsabile dello Yeni Parti a Istanbul.
Tra arresti e cambi di schieramento, i due blocchi si sono ritrovati in parità. Fino a che nuove pressioni hanno spinto altri due consiglieri a votare per il candidato del potere al quarto turno. L’opposizione vuole fare di Üsküdar un simbolo. Lo Yeni Parti aveva convocato per il 12 settembre una “grande manifestazione”, che alla fine ha riunito meno di diecimila persone. Colpa forse di una certa stanchezza, di un individualismo esasperato dalla crisi economica e della paura di essere arrestati. “Rischio di perdere il lavoro, ma non posso stare con le mani in mano”, ha raccontato Burak in quell’occasione. L’insegnante, 34 anni, non è iscritto allo Yeni Parti, ma seguirà una formazione per diventare scrutatore indipendente alle presidenziali. “Volevo partecipare, anche se ho poche speranze – ha detto Suna, 49 anni –. Ormai hanno tutti i poteri. Temo che comincino a schedare le persone”. Funda, ex assistente di volo di Tuzla, ha criticato la scelta del sindaco del suo distretto che, ad agosto, ha aderito all’AKP: “Mi vergogno per lui. Ma ormai sono numerosi quelli che tradiscono le proprie idee per paura o interesse”.
A Istanbul, quasi un milione di abitanti è ormai amministrato da un esponente diverso da quello che aveva eletto nel 2024: i loro sindaci sono stati sostituiti da membri dell’AKP o da tutor nominati dal potere. A livello nazionale, più di 80 sindaci hanno aderito al partito di governo durante il proprio mandato. I casi locali sollevano interrogativi in vista delle elezioni anticipate, previste nell’autunno 2027 o nell’inverno 2028, alle quali Erdogan, al potere da 24 anni, intende ricandidarsi.

I politologi hanno spesso definito il regime turco “autoritario-competitivo”: un sistema cioè che prevede la persecuzione giudiziaria degli oppositori, la limitazione delle libertà civili e il controllo della burocrazia e dei media, ma che al tempo stesso lascia la porta socchiusa alla competizione elettorale. La vicenda di Üsküdar ha finito col chiudere definitivamente quella porta, si chiede l’opposizione. “La Turchia è oggi un Paese in cui le regole del suffragio universale e il principio della sovranità popolare vengono apertamente violati. Non si può più parlare di democrazia elettorale”, ha spiegato Cangül Örnek, docente di Scienze politiche all’Università Maltepe di Istanbul al quotidiano di sinistra Birgün. “O vere elezioni o monarchia”, recitava uno striscione durante la manifestazione del 12 settembre. Un altro faceva riferimento al caso del comico Deniz Göktaş, arrestato a luglio dopo che il suo show, diffuso online e critico del regime, è stato visto 15 milioni volte.
Rischia da 2 a 12 anni di carcere ed è detenuto in una delle carceri di tipo F, dette “prigioni pozzo” per la scarsità di luce naturale, la stessa dove è detenuta anche la sindaca di Üsküdar. La minaccia del carcere non risparmia neppure il conservatore Ahmet Davutoglu che, prima di fondare il proprio partito, era stato ministro degli Esteri e primo ministro di Erdogan. L’8 settembre è stato convocato dai giudici con l’accusa di “insulto al presidente della Repubblica”.