La Stampa, 21 settembre 2026
Quanto paga una laurea in Italia
In Italia, un laureato a fine carriera guadagna, in media, 26.869 euro in più rispetto alla sua prima retribuzione annua lorda mentre l’incremento, per chi è senza titolo universitario, si ferma ad appena 6.424 euro. La laurea, insomma, paga ancora bene. Ma, nell’ultimo anno, meno di prima.
Stando all’indagine dell’Osservatorio JobPricing, infatti, il vantaggio salariale fra diplomati e laureati si è assottigliato rispetto a cinque anni fa. Lo scarto è minimo all’ingresso, ovvero per gli under 35, mentre il gap aumenta nella fascia matura: nel 2020, un lavoratore fra 45 e 54 anni in possesso di un titolo universitario guadagnava il 68% in più di un collega con la maturità mentre nel 2025 questa distanza si è ridotta al 49%. Insomma, la laurea conta sulla busta paga ma una fetta del suo premio è evaporata negli ultimi anni.
A pesare, ci sono più fattori. La minore diffusione di settori ad alta intensità di conoscenza, la prevalenza di pmi, una progressione salariale piu? lenta nelle prime fasi di carriera. Da valutare anche l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi negli ultimi anni, che potrebbero aver contribuito a ridurre il divario fra laureati e non. Ma un ruolo rilevante lo gioca il mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, ovvero fra titolo conseguito e mansione svolta.
Qui, il rendimento si disperde per due motivi: laureati non in linea con quanto il mercato del lavoro richiede e aziende che faticano a valorizzare le figure più qualificate. Nel primo caso, si tratta di un fenomeno ormai strutturale. L’inserimento è rapido per alcuni profili (STEM, competenze digitali e IA, transizione green, medico-sanitarie e farmaceutici), difficile per altri. Secondo i dati piu? recenti di AlmaLaurea, il 36% delle persone occupate con laurea tra i 25-34 anni risulta sovraistruito rispetto al ruolo svolto. E la laurea non produce un ritorno economico. Un esempio ben fotografato in fabbrica: i laureati inquadrati come operai guadagnano meno dei non laureati (in media, 1.043 euro annui). «Prima di scegliere che cosa studiare, bisogna educare i giovani a ponderare le prospettive reali che il nostro paese offre» sottolinea Roberto Mattio, vicepresidente nazionale dell’Associazione italiana per la direzione del personale nonché direttore Risorse umane del gruppo Pininfarina. «Occorre consapevolezza sul fabbisogno lavorativo per non vedere deluse le aspettative di una laurea. Va considerato, però, che c’è anche un “mismatch” del territorio: molti rinunciano all’opportunità, se questo impone di trasferirsi in città con affitti proibitivi che mangiano tutto il salario. Qui, è il paese che deve agire».
Incide, poi, la struttura produttiva dominata da micro e piccole imprese, che offrono meno chance di carriera per profili altamente qualificati e tendono a privilegiare capacità operative. Risultato? Meno valutazione di competenze e salari potenzialmente più bassi, che alimentano la fuga dei cervelli. Tra il 2014 e il 2023, oltre un milione di italiani è andato oltreconfine (il 40% giovane con laurea).
Nonostante tutto, i dati confermano che il fatidico “pezzo di carta” continua a fare la differenza su impiego e stipendio. Nel 2025, il tasso di disoccupazione dei laureati è quasi la metà di quello dei diplomati. Un “plus” che si apprezza nel corso della vita lavorativa. L’indagine quantifica, su dati AlmaLaurea, che a un anno dalla laurea il salario medio netto mensile è lievemente più alto per chi ha la triennale. Trascorsi cinque anni dal titolo, però, chi ha una magistrale recupera e prende 1.847 euro netti al mese contro i 1.770 euro di chi si è fermato. «La laurea è ormai il requisito minimo essenziale per assumere, anche nelle posizioni prima monopolio dei diplomati», prosegue ancora Mattio di Aidp. «Ma nella carriera contano sempre di più l’esperienza e le “soft skill”, ovvero la capacità di adattarsi, perché la tecnologia cambia rapidamente tutto. Però, anche le aziende devono fare la loro parte: quando si assume qualcuno, è necessario offrire un percorso di crescita». Ma quali lauree danno più rendimento economico?
Nella fascia 25-34 anni, guadagnano più della retribuzione annua lorda media (pari, nel 2025, a 34.445 euro) i laureati in ingegneria di qualsiasi indirizzo e quelli in scienze economiche, statistica, matematica e informatica. Di meno, invece, i dottori in scienze politiche o nelle discipline umanistiche come lettere, lingue, storia. Incide, però, anche dove si studia. Quali atenei premia il mercato?
In generale, i dati mostrano che studiare al Nord si associa a retribuzioni medie più elevate per la più stretta interazione fra sistema universitario e l’economia del territorio ai fini dell’inserimento. Ricompensa anche per chi vanta sul curriculum un (pur parziale) percorso di studio all’estero: in media, il salario lievita del 2,7% rispetto a chi è rimasto a casa.
Nel dettaglio, 16 dei 40 atenei analizzati – sempre in riferimento alla RAL media di primo ingresso nel 2025 – assicurano remunerazioni più alte. Il podio vede in testa l’università Bocconi (chi esce da qui guadagna il 22% in più), il Politecnico di Milano e il Politecnico di Torino. Nella “top ten” della graduatoria, figurano anche l’università Cattolica di Milano e quelle di Parma, L’Aquila, Milano Bicocca, Ca’ Foscari di Venezia, Pisa e Palermo.
Quanto ci vuole a ripianare l’investimento iniziale? L’indice del costo-opportunità, calcolato su più variabili, mostra che il tempo di recupero più breve si registra al Politecnico di Torino: il payback è pari a 13 anni per gli studenti in sede e 14,9 per i fuori sede. Rispetto al passato, l’ateneo piemontese fa meglio di Milano (il punto di pareggio è più alto per Bocconi e Politecnico). Va detto, però, che in Italia circa sei universitari su dieci concludono gli studi in corso. Per gli altri, il ritardo aumenta i costi e allontana i primi guadagni.