il venerdì, 18 settembre 2026
La Grande Razzia, cronache dell’arte rubata
La pratica 799 è sempre in bella vista sulle scrivanie di piazza Sant’Ignazio. Anche se sono passati quasi sessant’anni e nemmeno il più ottimista dei carabinieri del Nucleo patrimonio culturale pensa che sia vicino il giorno in cui il mondo potrà tornare ad ammirare uno dei capolavori più famosi della storia dell’arte. Quella Natività di Caravaggio rubata una notte del 1969 in un oratorio nel cuore di Palermo, adagiata su un altare senza protezione e sistemi di sicurezza. Un taglio netto alla tela, un gruppo di mafiosi – così si disse – che voleva portare via un’opera da 20 milioni di dollari per trattare con lo Stato.
Un pentito raccontò che Totò Riina la usava come scendiletto, un altro ipotizzò che venne sotterrata in una stalla dove topi e maiali l’avrebbero divorata. Più probabile che sia stata rivenduta a un collezionista in Svizzera, terra di magnati disposti a tutto pur di avere nei loro caveaux capolavori dal valore inestimabile.
Quando i ladri portarono via la Natività, erano passati soltanto pochi mesi dalla creazione di un nucleo speciale dell’Arma dedicato proprio alla Grande Razzia dei beni culturali. Quella che oggi rappresenta la quarta economia criminale del mondo – dopo droga, armi e traffico di esseri umani – con un giro d’affari di 6 miliardi di dollari all’anno.
Da allora, solo in Italia sono spariti un milione e quattrocentomila beni culturali. E anche se ogni anno i carabinieri riescono a ritrovarne decine di migliaia (solo nel 2025 sono stati 84 mila, senza contare il sequestro di quasi tremila falsi che avrebbero fruttato sul mercato più di 300 milioni di dollari) il fenomeno continua a crescere in maniera vorticosa.
Sfregio alla storia
«Se si potesse fare una classifica delle opere trafugate, quel capolavoro di Caravaggio sarebbe sicuramente al primo posto», sospira il luogotenente Salvatore Morando, siciliano, per una vita al Nucleo patrimonio culturale. Lui, malgrado sia passato così tanto tempo, quel caso continua a studiarlo. La pratica 799 è un pensiero che non gli dà pace, uno sfregio alla sua terra dice. E certo non può consolarlo il fatto di aver messo a segno, in più di trent’anni di carriera, colpi fondamentali contro i predatori dell’arte: l’operazione Giunone, l’operazione Campidoglio, l’operazione Ifigenia tanto per citarne alcune.
Con lui quasi sempre c’era il collega Roberto Lai, sardo di Sant’Antioco, oggi presidente dell’Associazione nazionale carabinieri che si occupa proprio della tutela del patrimonio culturale. Qualche giorno fa, quando quattro banditi sono entrati indisturbati in un museo di Messina portando via tre tavole di Antonello, il celebre Polittico di San Gregorio, e la tavoletta bifronte della Madonna e il Cristo in pietà, Lai non ha avuto dubbi: «C’è il valore delle opere, certo, ma ciò che fa più male in questi casi è il fatto che viene colpita l’identità di una comunità. Chi ruba un capolavoro sottrae le radici stesse di un popolo. Per noi recuperarlo significa proprio ricollocarlo nella storia».
Non si dà pace la storica dell’arte Paola Puglisi che proprio in questi giorni ha pubblicato per Castelvecchi Cronache dell’arte rapita, un saggio che sembra un romanzo, sessant’anni di attacco sistematico al nostro patrimonio culturale: «L’arte è il nostro petrolio», spiega Puglisi, «eppure fatichiamo a capirlo. Qualcosa deve essere andato storto se il ministero dei Beni culturali, nel quale ho lavorato per tutta la vita, è considerato ancora una cenerentola. Dovremmo investire gran parte delle risorse nella tutela dei nostri beni più preziosi e invece pensiamo solo alla valorizzazione, magari a fare cassa con le nostre opere d’arte, e poi non le proteggiamo come si dovrebbe. Ecco, il senso del mio libro è proprio questo: raccontare al grande pubblico cosa è successo dalla Natività in poi, nella speranza che ciò che è stato non si ripeta». Speranza vana, purtroppo, a leggere le ultime cronache.
Il re dei tombaroli
Grazie proprio alla collaborazione di Morando e Lai, la storica conduce il lettore attraverso alcune delle predazioni più dolorose, raccontando storie e personaggi che alimentano il pozzo senza fondo del mercato clandestino dell’arte. Dall’Atleta di Lisippo ripescato nelle acque di Fano nel lontano 1964 e ancora oggetto di una contesa tra Italia e Stati Uniti per una restituzione che sembra una chimera, al cratere di Euxitheos, uno dei vasi greci più belli dell’antichità classica, che già nel ’78 finì in prima pagina sul New York Times per la sua provenienza illecita: “Uno dei pezzi più importanti esposti al Met”, scrisse il quotidiano, “è stato ritrovato nel corso di scavi clandestini in Italia, nella zona di Cerveteri”.
Area di grandi tombaroli quella, come la Villa dell’Inviolata a Guidonia Montecelio, regno incontrastato di uno dei personaggi più suggestivi della storia della Grande Razzia. Si chiamava Pietro Casasanta e, attraverso i ricordi di Morando e Lai, la storica dell’arte ne traccia un profilo dettagliato. Fu lui, il re dei tombaroli, a riportare alla luce nel 1993 la Triade Capitolina, un gruppo scultoreo in marmo del II-III secolo dopo Cristo raffigurante Giove, Giunone e Minerva. Trafugata e portata illecitamente in Svizzera, fu recuperata un paio di anni dopo proprio dai carabinieri.
Al processo Casasanta, neppure lontanamente pentito dell’operazione che gli avrebbe fruttato qualcosa come 4 miliardi di lire, si vantò davanti alla corte: «Io un delinquente? Ma chiamatemi eroe, piuttosto. Nella mia vita ho contribuito a salvare dalla cementificazione centinaia di opere d’arte di cui nessuno si sarebbe mai interessato. Volete condannarmi e invece mi dovreste fare senatore a vita, altro che storie».
Una vita da film, quella di Casasanta, amico di direttori di musei importanti come il Getty di Los Angeles e di mercanti senza scrupoli come Robert Hecht, processati e condannati per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione e al traffico di reperti archeologici rubati. Che adesso, con scarso successo, l’Italia cerca di riportare a casa.
Dentro il bunker
Se c’è, però, una data che ha segnato la svolta nell’eterna sfida tra investigatori e predatori non può che essere marzo 1995 quando, per puro caso, i carabinieri riuscirono a scovare la centrale mondiale di smistamento delle opere trafugate. «Ginevra, la madre di tutte le indagini», spiegano Morando e Lai.
Nel catalogo di un’asta di Sotheby’s di qualche anno prima, i carabinieri si accorgono che era stato messo in vendita un sarcofago romano. Proprio quello rubato nell’86 in una villa del Circeo e mai più ritrovato. Si scopre che quel reperto appartiene a una società con sede a Ginevra e che non è mica la prima volta che attraverso la casa d’aste più famosa al mondo quella stessa società ha piazzato oggetti archeologici di grande valore. Di più, la Editions Services è registrata a Panama e il proprietario è un italiano, Giacomo Medici, noto antiquario e collezionista dai metodi assai discutibili.
I carabinieri ottengono tutte le autorizzazioni, fanno irruzione con la polizia svizzera nella sede della società e si trovano davanti alla più grande collezione d’arte mai vista nella storia. Clandestina, s’intende, visto che le opere sono tutte rubate in ogni angolo del pianeta: «I beni culturali scomparsi hanno un’anima», sorridono i due investigatori, «spesso sono loro a cercarci, non noi a trovarli. Basta lavorare con dedizione, amore e passione e loro vengono da noi».
Solo che da quella scoperta in Svizzera i magazzini si sono moltiplicati e non solo in Europa e negli Stati Uniti: «La vera grande novità e il mercato asiatico», conclude Puglisi, «perché i miliardari cinesi o giapponesi gongolano quando possono ostentare capolavori inestimabili. A dispetto della loro provenienza. L’arte rapita è una storia ancora da scrivere, e questa rimane una ferita impossibile da rimarginare».