repubblica.it, 21 settembre 2026
L’allarme di una commissione internazionale: ci sarà una prossima pandemia e non saremo pronti.
Che ci sarà una pandemia, anche se non sappiamo quando e di cosa, gli scienziati lo dicono praticamente dal giorno dopo la fine di quella Covid, che ha causato 22 milioni di morti in più a livello globale. Così come dicono che non siamo e non saremo attrezzati per affrontarla al meglio, e lo dimostra appunto la lezione del Covid. Bisogna cambiare rotta, per non farsi trovare impreparati, e bisogna mettere giù un piano pandemico che tuteli anche i più fragili.
È nata con questo obiettivo, nel 2023, proprio all’indomani del Covid, la Commissione Nus-Lancet Prime – istituita dalla National University of Singapore e dalla rivista scientifica Lancet – che ha appena presentato delle proposte per un cambio di rotta che possa salvare milioni di vite. Non basta prepararsi a un evento come una pandemia, precisa la commissione, ma bisogna abbracciare un modello attivo a 360 gradi, misurando l’efficacia reale delle misure durante un’emergenza.
Le strutture rendono vulnerabili
Questo perché – ha spiegato la professoressa Helena Legido-Quigley, co-presidente della Commissione – le persone non sono “vulnerabili” per natura, ma sono le strutture a renderle tali. “Chi vive in un appartamento sovraffollato non ha la possibilità materiale di isolarsi, chi non possiede documenti non può accedere ai sussidi statali; chi non padroneggia la lingua dominante rimane escluso dalle indicazioni sanitarie di base”.
Il lavoro della Commissione si è focalizzato sulle comunità più esposte: anziani, lavoratori informali e migranti, persone con disabilità e gruppi soggetti a discriminazioni strutturali ma quello che suggerisce è valido per tutti. Ed è partito proprio dall’esperienza del Covid per trarre la gran parte delle conclusioni del report: “La maggior parte delle nazioni disponeva di piani pandemici, ma nessuno li aveva mai messi alla prova per verificare se avrebbero funzionato per tutti sotto pressione”, sottolinea la co-presidente della Commissione ed ex Prima Ministra della Nuova Zelanda, Helen Clark. “L’obiettivo è capire come proteggere l’intera popolazione prima, durante e dopo un’emergenza sanitaria, e ancor prima come prevenire l’insorgere stesso di una pandemia”.
A rimarcare la necessità di riforme strutturali è anche Sara Calderón-Larrañaga, co-autrice dello studio: “Essere pronti significa costruire infrastrutture capaci di prevenire le crisi, conquistare la fiducia dei cittadini e tutelarne la salute al manifestarsi di nuove minacce”.
L’accesso ai vaccini
La Commissione ha inoltre applicato modelli predittivi a un’ipotetica pandemia di influenza A, confrontando un primo scenario basato sulla tutela degli interessi nazionali e uno fondato sulla cooperazione globale. Dalle simulazioni emerge che l’accelerazione nello sviluppo dei vaccini ridurrebbe la mortalità del 59% (passando da 58,5 milioni a 23,9 milioni di decessi), anche con un accesso prioritario per le nazioni ad alto reddito. Un criterio di distribuzione equo – basato sulla densità demografica anziché sul reddito – salverebbe ulteriori 2,7 milioni di vite, soprattutto nei Paesi a medio reddito. Infine, il ripristino della fiducia della popolazione nella vaccinazione eviterebbe altri 1,9 milioni di decessi. L’impatto di una futura pandemia dipenderà quindi non solo dalla velocità della ricerca scientifica, ma dalle dinamiche di distribuzione e dal grado di adesione della cittadinanza.
“Esiste una precisa responsabilità morale – ha ribadito Legido-Quigley – nel garantire che i presidi medici raggiungano chi ne ha effettivo bisogno per sopravvivere, non solo chi dispone delle risorse per acquistarli”.
Una linea guida per i governi
Per tradurre le evidenze scientifiche in interventi concreti, la Commissione ha messo a punto sei raccomandazioni strategiche: transizione verso una reattività a 360°; istituzionalizzazione della partecipazione delle comunità locali; rafforzamento della cooperazione internazionale; intervento sulle carenze dei sistemi anziché sulla presunta “vulnerabilità” degli individui; gestione delle politiche pubbliche orientata alla trasparenza e alla fiducia e assunzione di impegni vincolanti e verificabili in materia di tutela della salute pubblica.
Risposta al Covid fallita
“Sappiamo che la preparazione e la risposta alla pandemia Covid sono in gran parte fallite – premette Massimo Ciccozzi, professore di Epidemiologia e Statistica medica dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – i piani sulla carta non si traducevano in un’equa protezione della popolazione, ma rimanevano sulla carta, in molti casi non potevano essere applicati poiché la realtà è doversa da ciò che è scritto rendendo impossibile l’applicazione. Sono morte 22 milioni di persone, spesi trilioni di dollari e le soluzioni erano ingiuste e hanno portato a conflitti politici e sociali che persistono oggi e ci rendono tristemente impreparati per la prossima pandemia”.
Ma quello che ci aspetta rischia di essere peggio, se non altro perché dal Covid il mondo è cambiato. “Nonostante alcune riforme successive al disastro della pandemia di Covid – cpntinua l’epidemiologo – la minaccia di sconvolgimenti e morti a livello globale dovuti a una nuova pandemia è ora forse peggiore di prima, a causa di conflitti, sconvolgimenti ecologici, cambiamenti climatici, urbanizzazione, mobilità della popolazione. Tutti questi fattori aumentano il rischio di comparsa e diffusione di agenti patogeni. Tuttavia, il livello di preparazione continua a essere valutato principalmente in base a piani. Queste misure sono importanti, ma non garantiscono la protezione delle persone quando si verifica una crisi, se poi non si possono applicare. C’è una distanza siderale tra piani e realtà”.
La Commissione NUS–Lancet Prime è stata istituita per affrontare questo fallimento e rispondere a una domanda più impegnativa. Cosa ci vorrebbe per proteggere tutti, prima, durante e dopo una pandemia. Ma la domanda migliore è cosa possiamo fare per prevenire una prossima pandemia? “Prime capovolge la questione convenzionale della preparazione: invece di chiedersi se le istituzioni abbiano piani e capacità tecniche, parte da ciò di cui le persone e le comunità hanno bisogno e si chiede se tali capacità possano tradursi in una capacità di agire, di essere protette e di riprendersi. Al centro di tutto ciò quindi bisogna mettere le persone e quindi le reali opportunità che hanno per proteggersi, accedere alle cure, sostenere il proprio benessere. Oggi la preparazione nazionale alla pandemia viene costantemente messa alla prova – da Mpox, Andes Hantavirus e dall’attuale epidemia di Ebola Bundibugyo. I governi, collaborando tra loro, devono garantire che i piani proteggano effettivamente tutti nella pratica”.
E nel nostro Paese? “In Italia i nostri sistemi di sorveglianza cercano di fare del proprio meglio ma non sono poi supportati dalle infrastrutture, i piani nazionali per il contrasto alle pandemie e alle epidemie ci sono ma sono poi applicabili in realtà, si sono fatte simulazioni di un evento epidemico o pandemico? Proprio per adeguamento all’Europa le legge sulla privacy impedisce all’Istituto superiore di Sanità di produrre il bollettino settimanale Respirvirnet dalla seconda settimana di marzo. Ma a livello scientifico non ha senso visto che sono dati aggregati. Questo è solo un piccolo esempio di come la burocrazia danneggi la scienza e di conseguenza i cittadini. Un classico esempio di come tecnicismo, burocrazia e politica non devono mai intersecarsi con la scienza”.