la Repubblica, 21 settembre 2026
Anastasia Bartoli parla di sé e dei suoi gusti musicali
È un soprano total dark Anastasia Bartoli, che sta scalando le vette del melodramma muovendo dal cuore di tenebra del metal in cui si è imbattuta da adolescente – senza abbandonarlo più. “L’occhio tinto di nero pesto e il look gotico da tenebrosi di ragazze e ragazzi mi hanno affascinato subito; e non solo perché il nero sta su tutto e smagrisce”, scherza la cantante poco più che trentenne, tatuata da capo a piedi come una ‘bad girl’ e una carriera che da dopo la pandemia ha ingranato la quarta. Nei prossimi mesi il suo nome è in cartellone a Monaco, Valencia, Ginevra. “Ho tentato di evitare come la peste il teatro d’opera, trovandomi in casa una mamma come Cecilia Gasdia che ha dato tutta se stessa a quel mondo. Che però, nonostante tutto, alla fine ha preso anche me; e mamma è diventata la mia maestra”. In questi giorni Bartoli è all’Opera di Vienna per interpretare la Lady nel Macbeth di Verdi, regia del “monello” australiano Barrie Kosky: spettacolo con cui lei debutterà alla Scala in maggio accanto a Luca Salsi, direttore Myung-Whun Chung. “È la parte che finora ho cantato di più. Donna orripilante, la Lady, eppure mi dà ebbrezza mettermi nei suoi panni. Specie in questo allestimento in cui tutti stanno nel buio, invisibili al pubblico. Tranne la coppia di protagonisti, in abiti scuri, collocata entro un cono di luce, con un paio di sedie soltanto come oggetti scenici”.
Un “Macbeth” tinto di nero. Il suo colore, Anastasia…
“Perciò qui mi sento a mio agio. L’oscurità diffusa sul palcoscenico mi ispira a tirar fuori l’anima nera del personaggio e ad aggrapparmi all’energia diabolica che scaturisce dal legame tossico fra Macbeth e la moglie. Brama di potere e sesso li legano. Anche se lui è senza attributi, un burattino nelle mani di lei”.
Dalla Lady è affascinata perché un po’ ci si riconosce?
“Ho carattere, sì, e sono decisionista, impositiva, ma non manipolatrice. Se voglio qualcosa (e lo merito), cerco di prendermelo. Qui mi diverte tenere un uomo per la collottola: nella vita non succede, e se succede dura poco. Macbeth presenta un mondo in cui la vera supremazia è delle donne: la Lady e le streghe”.
Quanto metal c’è ancora in lei?
“Tanto. Mi interessa l’epic metal, il power, l’industrial dei Rammstein, e gruppi come i System of a Down e i finlandesi Nightwish. Ma non sono una metallara a trecentosessanta gradi: ricerco una qualche melodia, devo poter identificare delle note. Perciò non mi riconosco nel growl, quel caratteristico canto gutturale che, da cantante, nemmeno riesco neppure a capire come venga prodotto”.
Da questo repertorio alla Scala il passo è lungo.
“Mica tanto, se penso che ai miei spettacoli vengono gruppi di metallari che alla fine delle recite passano a salutarmi facendo il loro gesto, una specie di corna con le dita della mano, e mi mostrano le loro playlist. Dove magari sta anche qualche pagina d’opera”.
Come è stata catturata dal melodramma?
“A sedici anni, quelli del mio massimo splendore metallaro, delle catene, delle borchie, dei piercing al naso, chiesi a mamma di insegnarmi i vocalizzi. Me ne pentii subito: tre ore per riuscire a intonare una manciata di note! La conversione è avvenuta sette anni dopo. Nel frattempo avevo praticato il paracadutismo agonistico, poi abbandonato – con cinquecento lanci all’attivo – per preservare la voce. Il fatto è che, malgrado avessi provato a spegnerla, l’opera risuonava dentro di me. Cantare è curativo, mi rende felice. Perciò durante il liceo giravo per locali presentandomi come voce jazz in duo con un amico chitarrista”.
Che madre è stata Cecilia Gasdia?
“Spartana. Non avvezza a confortare il figlio che piange. Prima di cominciare la scuola ho girato il mondo con lei, conosciuto grandi cantanti e direttori. Dopo ho ricominciato a rivederla a tempo pieno che avevo quattordici anni. In mezzo, la somma del tempo insieme si può calcolare in minuti, anche se faceva i salti mortali per stare con noi figli”.
Alla figlia con piercing e tatuaggi che diceva la diva del palcoscenico?
“Ha lasciato liberi me e mio fratello di vivere a modo nostro, di fare errori. E da questi abbiamo entrambi imparato le lezioni”.
Siete due voci molto diverse, eppure un terreno d’incontro l’avete in Rossini.
“Con me, mamma si rifà delle parti che non ha potuto affrontare. Ma sulle opere serie di Rossini ci troviamo, vero. Per esempio in Ermione. Lei è stata la prima in epoca a moderna a riportarla in teatro e registrarla. Io l’ho fatta a Pesaro due anni fa: allestimento che ha vinto il premio Abbiati dei critici italiani. Rossini mi fa sentire speciale e sarà mio finché la gola mi consentirà di cantarlo”.
Con l’allieva Bartoli che insegnante è la Gasdia?
“Dura. Uguale a me. Al punto che qualche volta ci scanniamo. E ogni tanto ho avuto bisogno di rivolgermi ad altri insegnanti come cura detox, perché avere una madre-maestra può rivelarsi straniante. Lei stessa mi ha spinto a sentire altre campane: “questa cosa la farei così”, dice, “ma forse si può fare anche in altro modo, quindi guardati intorno”. Quando viene alle prime, pacca sulla spalla a fine recita condita da un avvertimento: “domani parliamo di come hai cantato”. Mi fa il mazzo, ma in maniera costruttiva”.