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 2026  settembre 21 Lunedì calendario

Caso medici, polemica sui pm: sequestrate tutte le chat anche ai non indagati

Alle cinque e mezza del mattino la polizia bussa alla porta. Dall’altra parte c’è un medico. Non è indagato. Gli viene notificato un decreto di perquisizione nell’inchiesta della procura di Ravenna sui certificati con i quali alcuni migranti sono stati dichiarati non idonei alla permanenza nei Cpr. Poco dopo è negli uffici della Squadra mobile. Alle 6.20 comincia l’analisi del suo iPhone. Finirà quasi sei ore dopo. Nel mezzo gli investigatori entreranno nelle sue chat, acquisendo tra le altre quelle dei gruppi dei Medici per Gaza, di Sinistra Italiana e una conversazione con Mediterranea Saving Humans. Ed è quello che accade in quelle ore a spiegare perché intorno all’inchiesta sta scoppiando un caso.
«In quasi quarant’anni di carriera non ho mai visto modalità del genere nemmeno in indagini per mafia e terrorismo», dice l’avvocato Michele Laforgia, che assiste diversi dei medici perquisiti. L’operazione nasce da un’inchiesta molto più ampia. Secondo la procura di Ravenna esisterebbe una struttura organizzata di medici che, tra il 2024 e il 2026, avrebbe prodotto falsi certificati per impedire il trattenimento nei Cpr di migranti irregolari. Nel decreto si parla di una «campagna no Cpr» che non sarebbe stata soltanto «espressione di un mero pensiero politico-ideologico», ma sarebbe stata utilizzata per bloccare gli accompagnamenti nei centri. Un sistema, secondo l’accusa, esteso da Ravenna a numerose città italiane, attraverso una «gestione strutturale estremamente vasta» e una rete di medici collegati tra loro.
È per cercare le prove di questa ipotesi che vengono disposte le perquisizioni. Con un limite scritto nello stesso decreto: l’attività deve essere orientata all’individuazione dei documenti «di interesse», «nel rispetto del criterio di proporzione con le attuali esigenze probatorie». E soprattutto: «resteranno esclusi dalla ricerca e dall’analisi i dati non riconducibili» alle categorie indicate «e privi di collegamento con l’ipotesi di reato». Repubblica ha potuto consultare alcuni verbali. Foto, video, iCloud, Gmail, file, rubrica: i contatti vengono esportati integralmente. Poi WhatsApp, Telegram, Instagram, Facebook Messenger e infine le cronologie di Safari e Chrome, i cui link vengono salvati su Usb. Tutto sul telefono di una persona non indagata. Ma è WhatsApp a raccontare meglio la dimensione dell’operazione. Vengono esportate le conversazioni del gruppo «Sanitari per Gaza» e di «Sinistra italiana». Per ciascuna il verbale utilizza la stessa formula: «la chat di interesse veniva esportata», generando un file zip salvato su Usb. Gli investigatori tentano di estrarre anche due gruppi professionali di psichiatria, senza riuscirci «a causa della privacy avanzata». Alle 10.51 entrano in Facebook Messenger: trovano una conversazione con Mediterranea Saving Humans e ne registrano un contenuto. Sono conversazioni che, almeno per il loro oggetto e per i nomi dei gruppi, non sembrano avere un rapporto immediato con i falsi certificati contestati, anche se possono contenere le parole chiave utilizzate nella ricerca. E hanno una evidente sensibilità politica.
Il caso forse più delicato riguarda però Ilaria Cucchi. Il 2 ottobre 2023 Nicola Cocco, infettivologo nelle carceri milanesi e membro della Società italiana di Medicina delle Migrazioni, unico indagato nell’inchiesta, scrive alla senatrice di Avs dopo una sua denuncia sui Cpr: «Credo che il suo sostegno potrebbe essere davvero prezioso». Comincia così uno scambio fitto: segnalazioni, interrogazioni parlamentari, iniziative pubbliche, casi di migranti con fragilità psichiche, visite nei centri. Fino a venerdì scorso, quando Cocco la informa che i loro messaggi sono stati acquisiti nell’inchiesta. Cucchi, che ha messo le conversazioni a disposizione di Repubblica, denuncia una violazione dell’articolo 68 della Costituzione. La procura replica che le chat saranno sigillate e spiega che sono state estratte automaticamente sulla base di parole chiave come «Cpr», «non idoneità» e «certificati»: gli agenti non avrebbero quindi selezionato le conversazioni in base ai nomi. Il verbale, però, documenta cosa accade dopo.
Al punto 22 viene indicata espressamente la «Chat intercorsa tra l’account Whatsapp Nicola Cocco e l’account Ilaria Cucchi», nella quale «emergono numerosi messaggi inerenti all’inidoneità alla permanenza in comunità ristretta Cpr». E quindi: «La chat di interesse veniva esportata», generando il file «Chat Whatsapp con Ilaria Cucchi.zip». Stessa procedura per la conversazione con un’altra parlamentare di Avs, Francesca Ghirra.