Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 21 Lunedì calendario

L’Italia ritira i jet e il radar volante dall’Arabia Saudita

Il trasferimento è avvenuto in gran segreto. E con una rapidità che racconta quanto sia critico il quadro di sicurezza in Arabia Saudita, tanto da rendere la tempestività un fattore decisivo. Secondo quanto si apprende da fonti di governo di massimo livello, l’Italia ha spostato nelle scorse ore alcuni aerei dell’Aeronautica militare dalla base saudita di Ta’if. Si tratta della postazione militare bersagliata nei giorni scorsi da un drone proveniente dallo Yemen che aveva provocato danni a uno dei quattro intercettori Eurofighter, ognuno del valore di circa cento milioni di euro. In quell’avamposto, inoltre, si trovano anche alcune centinaia di militari italiani. E oggi dovrebbe tenersi una riunione tra l’esecutivo e i servizi per valutare se ritirarne una parte.
Quella italiana sugli aerei militari è una mossa inevitabile, figlia ovviamente anche dei nuovi venti di guerra. I timori di un’escalation, gli stessi che hanno portato sabato notte Donald Trump a lasciare in anticipo la residenza di Camp David per far rientro a Washington, tengono in allerta Palazzo Chigi e la Difesa. E spingono ad agire, per cautelarsi. Il riserbo è ovviamente massimo, ma si sa che alcuni mezzi hanno già lasciato la base di Ta’if. Prima ancora degli Eurofighter, Roma ha interesse a tutelare i velivoli più grandi e le tecnologie più costose. E quindi, cercando di “bucare” la cortina di segretezza che copre queste operazioni, bisogna partire dai due quadrimotori cargo C-130J. Sono i più esposti e vanno tenuti al sicuro, negli Emirati o nella base di Riad: sono dunque loro i primi a essere stati trasferiti altrove.
Ma ciò che più conta, l’esecutivo deve prioritariamente preservare l’aereo radar Gulfstream Caew, progettato per scansionare tutto quello che accade nel raggio di cinquecento chilometri. Le stesse fonti assicurano che non è stato spostato insieme agli altri aerei, nell’operazione portata avanti nelle ultime ore. Ma aggiungono, ed è ciò che più interessa, che non si trova attualmente nella base saudita oggetto del recente attacco. Insomma: si troverebbe in un luogo più protetto. Il tentativo è limitare i rischi per un dispositivo altamente strategico, ma anche costosissimo: circa mezzo miliardo di euro.
Oltre al fronte militare, pesa quello diplomatico e di intelligence. Il tentativo del governo di Giorgia Meloni è evitare un conflitto aperto con gli Houthi. Con loro parla da tempo l’Aise, attraverso canali rodati. Nelle ultime ore, i proxy iraniani si sono rivolti direttamente a Roma, avvertendo: «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese. Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita». Parole analizzate nel dettaglio. Segnali che gli italiani provano in queste ore a interpretare come non eccessivamente ostili, con una dose di ottimismo che sembra eccessiva: siccome nella stessa base saudita oggetto dell’attacco del drone sono schierati anche aerei egiziani, non si può escludere che il bersaglio non fosse in realtà l’Eurofighter.
Conta relativamente, in realtà. Vale assai di più l’obiettivo politico perseguito da Palazzo Chigi: assicurare il transito dei cargo italiani attraverso Bab-el Mandeb, vitale per il commercio e, in particolare, per l’export della manifattura italiana. Dopo la lettera di Guido Crosetto a Kaja Kallas e la replica dell’Alta rappresentante per la politica europea al ministro della Difesa, si cerca di immaginare il percorso migliore per mettere in sicurezza il transito nello Stretto. L’Italia, che ha già schierato dentro la missione Aspides una fregata, è disponibile a inviare anche un paio di pattugliatori d’altura. Roma spera che altri partner, ad esempio Germania, Francia e Olanda, si aggiungano alla spedizione o che la Commissione europea si impegni a suddividere tra i Ventisette gli eventuali costi aggiuntivi affrontati dal governo italiano, in modo da coprire la spesa. In questa chiave, esce allo scoperto la stessa Kallas, rendendo noto il contenuto della sua missiva all’esecutivo di Giorgia Meloni. «Servono più assetti navali e aerei, adeguatamente equipaggiati, per far fronte all’aumento del livello delle minacce, comprese maggiori capacità per effettuare protezione ravvicinata» per rafforzare Aspides. E ancora, nell’«accresciuta insicurezza», sostiene, dobbiamo «aumentare in modo sostanziale la nostra presenza, per garantire che l’operazione possa svolgere pienamente il proprio mandato».