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 2026  settembre 21 Lunedì calendario

Le famiglie di Milano raccontate dalle colf

Il salotto è pieno di colf e per una sera le case degli altri restano fuori dalla porta. O quasi. Perché in piazza Guardi a Milano, davanti a uno spritz, finiscono inevitabilmente dentro i discorsi. Le famiglie milanesi viste da chi le conosce in un modo che neppure gli amici più intimi possono vantare: sanno come viviamo quando non dobbiamo ricevere nessuno.
L’evento si chiama «Apericolf» ed è organizzato dalla società di ricerca di personale domestico «Baze». Un paio di volte al mese, all’appuntamento per l’aperitivo in un locale di zona Città Studi, si presentano in una cinquantina. L’invito corre in una chat molto più grande: le invitate sono originarie del Perù, del Salvador, del Brasile, dello Sri Lanka, delle Filippine, anche dell’Italia. Un uomo soltanto, filippino, che in mezzo a tutte quelle donne ha saggiamente scelto di ascoltare. La domanda viene spontanea: quando vi trovate, parlate di noi? Risata generale. «Certo che parliamo». E cosa dite?
Qui diventano diplomatiche. «Che ci sono famiglie meravigliose». Una concede soltanto che esistono signore «molto, molto precise». Quanto precise? «Quelle che vedono il pelo sulla mensola». Lo dice senza risentimento, quasi con ammirazione per la capacità visiva. «Però ognuno a casa sua ha le sue idee». È forse la definizione più elegante disponibile delle nostre manie.
Franca De Girolamo, 48 anni, milanese, quattro figli e trent’anni di esperienza, conosce anche la matematica domestica. «Qualche volta in due ore vorrebbero tutto». E sorride: «Io faccio quello che si può fare in due ore». Poi c’è il «già che ci sei», quelle quattro parole capaci di aggiungere misteriosamente una stanza senza aggiungere un minuto.
Lo smart working ha cambiato persino la geografia interna delle case. «Prima entravi e ti organizzavi. Adesso sono tutti lì». Riunione in camera, telefonata in cucina, computer sul tavolo. Meno libertà di movimento, raccontano, eppure molta più relazione: «Adesso ci conosciamo». Persone che per anni si sono sfiorate attraverso chiavi e messaggi oggi trascorrono ore sotto lo stesso tetto. Vedono crescere i figli, cambiare i lavori, arrivare i fidanzati, invecchiare i genitori. Più che entrare nelle nostre case, attraversano pezzi delle nostre vite.
Poi comincia la gara degli estremi, anche se nessuna sembra accorgersi di gareggiare. «Io ho sette famiglie». Sette? Maria Luiza Neves, brasiliana, cinquant’anni, conferma: «Sette». Significa attraversare Milano continuamente in metropolitana. «E mi diverto». Sette famiglie, sette caratteri, sette modi diversi di intendere l’ordine e probabilmente sette definizioni incompatibili di «fai come credi». Maria Luiza osserva tutto con curiosità: «Ogni giorno imparo qualcosa».
E qui arriva il secondo colpo di scena. È laureata, in Brasile si occupava di business e ha lavorato nell’industria nautica. È proprio quel settore ad averla portata in Italia. Poi ha cambiato mestiere. Per scelta. «Questo mi piace di più. Quando lavoro con le mani, libero la testa. Dopo sono più creativa». Nel frattempo impara l’italiano e, dice, «come vivono le persone». E nella nautica ha incontrato anche l’uomo che diventerà suo marito. Italiano. Il lavoro l’ha cambiato; il fidanzato è rimasto.
Madeleine Quispe, peruviana, 35 anni, ha invece un altro record. A Milano ha imparato ad andare in bicicletta. Non per sport. «Dovevo spostarmi troppo». Da una famiglia all’altra, da una zona all’altra. Ha trasformato la città in una specie di planimetria personale: non quartieri, ma tempi di percorrenza. Dove noi vediamo piazza Udine, Loreto, centro, lei vede venti minuti, dodici minuti, mezz’ora. La sua Milano si misura in appuntamenti.
Florencia Barreto, peruviana, 38 anni, batte tutte sul fronte immobiliare. «Abito in via Dante». Via Dante-via Dante? «Sì». Cinquecento euro per un posto letto in un bilocale. Prima viveva a Vigevano. Mentre Milano espelle verso l’hinterland chi non riesce più a permettersela, Florencia ha percorso la freccia al contrario ed è atterrata fra Duomo e Castello. Per qualche minuto, all’aperitivo, la vera domanda non è più come siano i datori di lavoro: è dove abbia trovato quell’affitto.
Le altre raccontano infatti la migrazione opposta. Estela Alas, salvadoregna, è finita a Cesano: «Milano costa troppo». Jany Garcia, peruviana, 58 anni e ventinove in Italia, a Cesano è riuscita a comprarsi casa. In una delle tre famiglie dove lavora è entrata quando i bambini erano piccoli. Oggi sono adulti. «Li ho visti crescere». Ventinove anni: a quel punto la parola «colf» racconta solo una parte del rapporto. Jany è una specie di archivio familiare vivente. E c’è un altro estremo che ritorna da un tavolo all’altro: i figli, che spesso purtroppo sono lontani. Due in Salvador, tre in Perù, altri altrove. Quasi sempre studiano. Università soprattutto. Parte dello stipendio guadagnato a Milano prende ogni mese un aereo virtuale verso casa. Nessuna costruisce intorno a questo una retorica del sacrificio. «Loro devono studiare». Punto. Come fosse la bolletta più importante da pagare. Una mamma lavora anche la domenica: «La vita costa». Poi aggiunge: «Soprattutto quella dei giovani».
I numeri arrivano soltanto dopo e sembrano la didascalia di ciò che si è appena visto. Nell’analisi condotta dall’agenzia Baze, start up fondata da Nicolò Gori e Davide Lauria, su un campione di 7.000 persone che cercano lavoro come colf a Milano, l’età media è 45 anni e l’esperienza più che decennale; più di una su tre è italiana, il 37 per cento arriva dall’America Latina, il 19 dall’Asia; le donne sono il 93 per cento. 
A fine serata, poi, spunta TikTok. Qualcuna pubblica video dell’aperitivo, qualcuna balla. A questo punto siamo noi ad avere una domanda vagamente preoccupata: non metterete mica online le nostre case? Ridono. Le case no. Le loro vite sì. Ed è probabilmente il rovesciamento più interessante della serata. Entriamo pensando che siano loro a conoscere moltissimo di noi. Usciamo scoprendo quanto poco noi conosciamo di loro: la laureata della nautica che ha scelto sette famiglie, la ciclista per necessità, la pendolare diventata abitante di via Dante, le madri che da Milano stanno finanziando università a migliaia di chilometri di distanza. Loro, intanto, di Milano sanno parecchio. La osservano da anni da un punto di vista al quale noi non abbiamo accesso: da dentro le case.