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 2026  settembre 20 Domenica calendario

Intervista ad Alberto Bertani

Al taglio del nastro della nuova gigafactory di Elesa nella zona industriale di Monza, non poteva mancare. Alberto Bertani, 101 anni compiuti in agosto, è il presidente dell’azienda, fondata dal padre nel 1941, ed è ancora una presenza preziosa in ufficio. «La mattina mi piace guardare i dati di vendita – spiega – le statistiche. Il pomeriggio vado in ufficio. Lavoro con un gruppo di cinque ingegneri nella ricerca e sviluppo con attenzione al design». L’azienda fattura 245 milioni, è presente in 60 Paesi, ha un catalogo di 80 mila prodotti per macchinari dalla nautica all’industria alimentare, dalla farmaceutica al settore medicale e tessile. Oggi alla guida dell’azienda ci sono i figli Carlo Bertani (amministratore delegato) e il fratello Andrea (direttore finanziario).
Soddisfatto?
«Per natura non sono mai contento. L’ho imparato dai giapponesi, ma oggi devo dire che sono molto orgoglioso».
I suoi inizi?
«Sono nato a Milano nel 1925, diploma al Berchet. Mentre sostenevo l’esame di maturità gli alleati sbarcavano in Sicilia. Poi studi al Politecnico sotto le bombe, laurea nel 1949».
Studio e lavoro?
«Mio padre aveva acquistato a Monza una piccola azienda di stampaggio materie plastiche. Ricordo i primi uffici nel salone da ballo di villa Torneamento alla Taccona. Abbiamo scelto insieme il nome: doveva essere Elettra perché volevamo produrre oggetti per la casa, ma esisteva già un’azienda con lo stesso nome così cambiammo».
Com’era essere imprenditore durante la guerra?
«Mancava la corrente. E poi ricordo la paura di tornare a casa e di essere preso dai tedeschi».
I primi clienti?
«Con la fine della guerra ricevemmo un ordine da La Rinascente per servizi di piatti, scodelle, ciotole e insalatiere in bakelite. I milanesi non avevano più servizi “buoni” e volevano qualcosa che non si rompesse».
Dai piatti all’industria meccanica.
«Io e mio padre eravamo ingegneri con poco interesse per le cose di casa e poi avevamo capito che era il momento di lavorare sui componenti con i primi materiali plastici».
Il primo disegno?
«Un “volantino a razza”. Ho ancora l’album degli schizzi. Incontravo Gillo Dorfles dal barbiere, ma non si parlava ancora di design. Cercavo di realizzare oggetti belli e attenti a favorire il rapporto dell’uomo con la macchina».
La scelta di cui è orgoglioso?
«L’internazionalizzazione. Prima in Francia, perché parlo bene il francese. Poi con i miei figli Carlo e Andrea siamo andati ovunque nel mondo. Quello che mi manca adesso è viaggiare».
Un rimpianto?
«Non amo usare il computer, mi piace disegnare ancora a mano. Però uso il tablet e faccio le call senza bisogno di aiuto».

Consigli a figli e nipoti?
«Non mi piace darne. Ognuno ha il proprio modello».
(Qui interviene il figlio Carlo, amministratore delegato: «Papà è una risorsa preziosa, la storia dell’azienda. È uno stimolo per tutti noi e ci ha insegnato cosa vuol dire avere coraggio imprenditoriale».)
A chi dedica la giornata di oggi?
«A mia moglie Elena. Lei aveva progetti per la nostra vecchiaia insieme, ma l’Alzheimer ha deciso altrimenti. Le sono stato accanto per dieci anni e il lavoro mi ha permesso di avere degli spazi di evasione. Lei ha supportato e sopportato un marito molto dedito al lavoro».