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 2026  settembre 21 Lunedì calendario

Mario Lavezzi parla di sé e della sua carriera

A «Ever Energy», ha parlato dell’energia dell’ispirazione. La sua folgorazione più fortunata?
«Vita. Ma l’ispirazione nasce da qualcosa che hai vissuto o ascoltato. Poi serve la fortuna: quella canzone rimase sei anni in un cassetto.
Perché?
«La proposi a Fiorella Mannoia, che producevo: la scartò. Mina non la sentiva sua.
Dovrei ringraziarle: con loro forse sarebbe rimasta in un album. Poi arrivò Lucio Dalla».
E cambiò una parola.
«La canzone cominciava con “Cara, in te ci credo”. Mogol attingeva alle sue molte storie: sapeva raccontare una donna davanti a un uomo infedele o distratto. Lucio disse: sostituiamo “Cara” con “Vita” e dedichiamola a noi stessi.
Chi non ha commesso errori? Così una storia privata diventò universale».
Dalla sapeva riconoscere le canzoni?
«Aveva una mente apertissima. Non gli importava chi le avesse scritte: Attenti al lupo era di Ron, Vita mia e di Mogol. Molti cantautori pensano di poter interpretare solo ciò che scrivono loro. Errore».
Battisti era aperto?
«Andava in profondità in tutto. Quando entrò in vigore l’Iva venne negli uffici della Numero Uno, la casa discografica fondata con Mogol, a spiegarci come funzionava. Dopo Blow-Up ci appassionammo alla fotografia. Io comprai una macchina fotografica; lui una Nikon, ma non gli bastò: si costruì anche una camera oscura».
Che amico era?
«Affettuoso. Molto meno dotato come falegname. Una volta, a casa sua in largo Rio de Janeiro, volle riparare una sedia: io la tenevo ferma, partì la testa del martello e mi colpì in bocca. Sanguinavo ovunque. Un dente finì in orizzontale. Lucio era terrorizzato: mi trascinò subito dal dentista».
Sapeva già di essere Battisti?
«All’inizio no. Era criticato perché allora dominava il bel canto. Lui cercava la tonalità e la parola che rendessero un’interpretazione credibile».
Per Loredana lei lasciò la sua fidanzata.
«Arlette. Era bionda, di una famiglia ebraica, abitava in via Dante quando ancora passavano le automobili. L’esatto contrario di Loredana. Faticai a lasciarla e lei detestò Loredana. Oggi siamo ancora amici (con una e con l’altra, ndr)».


Com’era?

«Era un vulcano. E non interpretava un personaggio: era identica sul palco e nella vita. La nostra fu una storia complicata, negli anni dell’amore libero e delle comuni. Durò cinque anni e il rapporto professionale sopravvisse agli incidenti sentimentali».
Incidenti soprattutto suoi o di Loredana?
«Di entrambi. Soprattutto suoi, ma non soltanto. Continuavamo a essere attratti l’uno dall’altra».
Mia Martini che cosa pensava di voi?

«Tra le sorelle non si giudicavano i fidanzati. Prima di me Loredana era stata con Adriano Panatta: Mimì non commentava neppure lui».
E Ornella Vanoni?
«L’opposto: eleganza, libertà, perfezione. Ma anche lei viveva come cantava. Non potevi paragonarla a nessun’altra».
Si lasciava dirigere?
«Leggeva il testo e diceva: questa parola no, cambiamola. Non era un capriccio: doveva poter interpretare ogni frase. Veniva dal teatro».
E in sala d’incisione?
«Si arrabbiava perché le facevo ripetere il brano. Era come Paganini: non voleva concedere repliche. Io arrivavo anche a sedici tracce. In ciascuna traccia pronunciava una frase, talvolta una sola parola, in modo irripetibile. Con il fonico prendevo il meglio».
Le diceva di smetterla?
«Altroché. Ma un produttore non può essere uno yes man. Se ti produco è perché penso che tu sia la migliore; per questo devo dirti che cosa non funziona. Gli artisti circondati da persone che approvano tutto si fanno molto male».
Il suo primo successo non aveva il suo volto. Le dispiacque?
«No. Il primo giorno di primavera inizialmente si intitolava Giovedì 19. Mogol disse: “C’è già ‘29 settembre’, che facciamo, tutto il calendario?”. Cambiò il ritornello; Battisti la produsse e la arrangiò per i Dik Dik. Rimase sei settimane in classifica: lì cominciò la mia vita da compositore».
Una vita senza rimpianti?
«Qualche canzone l’ho affidata alla persona sbagliata. Ho pensato: perché l’ho data a lei? Perché l’ho buttata con lui? Ma i nomi non li faccio».