Corriere della Sera, 21 settembre 2026
Russia, schede elettroniche e affluenza obbligatoria. Le elezioni già scritte
Le elezioni in Russia servono a confermare l’esistente, non certo a cambiarlo. Era così quando il voto era ancora relativamente libero, figurarsi ora. Ma se vogliamo prendere sul serio i risultati di queste consultazioni per il rinnovo della Duma, che si sono concluse ieri alle 21 ora di Mosca, l’immagine è quella di una società immobile, bloccata. Gli exit poll dicono che Russia Unita, il partito personale di Vladimir Putin, prenderà tra il 49,4 e il 52,8 per cento dei voti complessivi, tenendo conto della parte proporzionale e dei seggi uninominali. Nel 2021 aveva ottenuto una percentuale quasi identica, con differenze minime. Il vincitore annunciato e predeterminato dovrebbe comodamente raggiungere una maggioranza di trecento deputati su 450 parlamentari. Ma come noto, non c’è problema. Alle sue spalle, infatti, si sono piazzati tutti gli altri partiti satelliti, nell’ordine esatto che era stato disegnato da tempo. Al secondo posto ci sono i comunisti dell’eterno Gennady Zjuganov, che nel giugno scorso ha compiuto 82 anni. Al terzo i liberaldemocratici, al quarto Gente nuova, neonata formazione secondo molti concepita nella provetta del Cremlino per dare sfogo al malcontento della classe media, comunque l’unica a non pronunciarsi apertamente a favore della guerra. Che rimane cosa diversa dal dirsi contrari.
Anche a queste elezioni politiche, che a detta di Putin dovevano essere «un contributo comune alla vittoria della Russia», hanno dunque funzionato i meccanismi che devono garantire al potere il risultato voluto. Non si sono più di tanto visti i cosiddetti caroselli, i gruppi di «volontari» mobilitati che entravano nel seggio con una scheda già riempita e uscivano con quella vuota da riempire e passare al prossimo. Il fenomeno è molto diminuito, forse perché non ce n’è più tanto bisogno con il voto massiccio elettronico effettuato da oltre 4 milioni di dipendenti statali e non solo, obbligati a questa scelta dai loro superiori. Pure il presidente ha usufruito di questo sistema, e dopo aver manipolato a lungo il mouse, ha goduto del suo diritto costituzionale.
Già dal primo giorno delle elezioni è emerso che il controllo sull’affluenza alle urne sul territorio ha spesso raggiunto livelli assurdi. A Yakutsk gli insegnanti sono stati costretti a rendere conto sia della propria affluenza che di quella dei genitori degli alunni. Sempre venerdì, il comitato dell’Altaj del Partito Comunista riferiva che le autorità regionali non solo costringevano i dipendenti pubblici a votare «sotto minaccia di licenziamento», ma «inviavano anche nomi specifici» da indicare sulle schede elettorali. All’Ermitage di San Pietroburgo, tempio dell’arte e del libertarismo, sono stati registrati i nomi degli addetti che «hanno dato prova di coscienza civica». Il commentatore di un sito indipendente ha scritto che «democrazia è quando decidi in totale autonomia di prendere una decisione. E poi lo confermi, preferibilmente con delle foto a testimonianza». Notevole la performance del presidente uscente della Duma Vjaceslav Volodin, che nel suo collegio di Saratov avrebbe il 99% dei voti.
La maggiore preoccupazione del Cremlino era quella di garantire una forte affluenza per dimostrare all’interno e fuori che il Paese è coeso e compatto intorno alla figura del leader. Alle 20 di ieri i votanti avevano già superato il 56,6 per cento degli oltre 111 milioni di aventi diritto, avvicinandosi al record del 1995, quando l’affluenza raggiunse quasi il 65 per cento. Non ha sostanzialmente portato a nulla l’appello dell’opposizione al «Mezzogiorno per la pace». Solo in pochi seggi a Mosca si sono viste code di alcune decine di persone all’ora stabilita. L’Operazione elettorale speciale, come l’avevano chiamata gli oppositori, ha avuto un buon esito. L’unica nota stonata potrebbero essere i dati ottenuti nei collegi uninominali dai pochi candidati superstiti di Jabloko: a San Pietroburgo, rischiano addirittura di essere eletti alla Duma ben quattro esponenti dell’unico partito pacifista. Naturalmente, per la missione di osservatori dell’Associazione Internazionale degli Esperti Politici ed Elettorali (IAPEE), l’ente che la Russia si è creata su misura al posto dell’Osce, è andato tutto bene. Nessuna irregolarità nel corso delle votazioni per le elezioni alla Duma di Stato, ha dichiarato a Ria Novosti il presidente dell’associazione, l’italiano Vito Grittani. «I nostri osservatori hanno riscontrato un elevato livello di organizzazione e non abbiamo rilevato alcuna infrazione», ha affermato. Non c’erano dubbi al proposito.