il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2026
Intervista a Lucia Poli
“Amava stupire con le battute. Aveva il gusto della provocazione, della frase scandalosa, pungente, imprevedibile”.
Il titolo di uno spettacolo di Pino Strabioli è una di queste: Sempre fiori, mai un fioraio.
Non era banale, mai fine a se stesso.
Le è capitato di imbarazzarsi?
No, eppure sono più piccola di lui di undici anni; (ci pensa) lui era del 1929, cresciuto in una società più tradizionale, mentre io sono maturata nel periodo della rivolta, del ’68, e ho conosciuto la Roma dei primissimi 70, quando il teatro si sperimentava nelle cantine.
Altro che scandalo.
Noi eravamo per lo scandalo; (pausa) di Paolo oggi mi manca la sua capacità di stimolare continuamente, di andare oltre, di vedere sempre le vette, quelle più alte della società.
Mentalmente libero.
Questo coraggio si è un po’ perso. Senza di lui mi sento un po’ addormentata, perché sapeva dare la sveglia.
In cosa l’ha svegliata.
Appena sono arrivata a Roma mi ha svelato pure il lato barocco della città.
Cioè?
Siamo nati e cresciuti a Firenze, ci siamo nutriti della sua cultura rinascimentale, così perfettina, tutto a misura; mentre a Roma ho scoperto il “ricciolo” di troppo, il ghirigoro, il di più, l’inatteso. Paolo felice. Si sentiva al centro del mondo.
Da Caput mundi.
Abitava dietro a piazza Navona, sapeva tutto (elenca chiese, scorci, facciate, artisti). Abbiamo convissuto nei miei primi mesi romani e in casa non c’era nemmeno una pentola. “È meglio mangiare poco…”. Quanto mi sono divertita.
Una sorpresa continua.
Niente feste, per carità: quello che appariva sul palco, non si rifletteva nel privato.
Tradotto.
Paolo viveva in una solitudine quasi monacale: secondo lui era molto meglio andare a letto con un libro che con una persona. “Magari capita uno che russa”.
Per carità.
Aveva dentro un elemento ascetico.
Di famiglia?
Mamma molto religiosa, da bambini frequentavamo il teatrino parrocchiale, quindi le recite sui santi, l’Azione Cattolica.
Il senso di colpa era parte di lui?
No, perché mamma è stata un genio: è nata alla fine dell’800, ma aveva una visione ampia della vita, la sua religiosità era evangelica, quasi francescana. Viveva in maniera modesta, senza imposizioni.
Alcuna.
Se le vicine le parlavano di Paolo, dei primi segni di omosessualità, e le riportavano con chi e dove lo avevano visto, lei rispondeva: “Paolo è intelligente, sa cos’è meglio per la sua vita”.
Rara.
Ci ha educato a scegliere da soli, a essere responsabili di noi stessi.
Quindi tra palco e vita…
Nella quotidianità poteva risultare spregiudicato perché sincero ed esplicito, a volte aveva rapporti con perfetti sconosciuti, ragazzi che gli piacevano e senza sensi di colpa, senza sognare un matrimonio.
Voi due entrambi belli.
Io mi sento più superficiale e opaca, specialmente da quando non c’è lui.
Insomma, la convivenza?
Quando me ne sono andata ci è rimasto male, era un po’ geloso, ma avevo iniziato una storia con Giuseppe Bertolucci.
La sorellina.
Ha scelto il mio nome, aveva giurisdizione su di me sin dalla nascita.
L’ha pure rapata.
Avevo 11 anni e non gli piaceva la mia coda di cavallo: a quel tempo non avevo ancora visto un film, o forse qualcosa in parrocchia, così mi affidavo alla sua enorme capacità narrativa, al fascino delle sue parole. E un giorno, mentre mi recitava Shakespeare o altro, mi tagliò i capelli, cortissimi, senza che me ne accorgessi.
Oltre Shakespeare cosa le raccontava?
Di tutto, dai film alla rivista, in particolare di Wanda Osiris; poi se era in teatro mi portava con sé alle prove e lì ho scoperto Goldoni o Beckett.
Cosa c’era dentro di lui?
Il talento, poi da mamma aveva ereditato una visione universale, quindi snobbava i recinti, le “piccole patrie”. Per questo, a volte, invece di rispondere “sono nato a Firenze”, preferiva un “sono nato in treno”.
Guardava in alto.
La sua etica lo portava a proporre un teatro briccone, divertente, ma sempre critico, contro i pregiudizi, contro le visioni preordinate.
Bertolucci lo ha perdonato?
Sono diventati grandi amici. Tutti si innamoravano di Giuseppe perché era stupendo.
Per Bertolucci lei non ha recitato.
Solo in un piccolo filmato realizzato per la tv, dove c’era pure Laura Betti che Paolo non voleva frequentare.
Lei celebre caratteraccio.
Inizialmente era grande amica di Paolo, poi si è arreso: “Meravigliosa, ma insopportabile”; (pausa) negli anni 70 Giuseppe stentava con la regia, aveva più possibilità come sceneggiatore, come in Novecento di suo fratello.
Il capolavoro.
Andavo sul set ed era chiaro che sarebbe uscito qualcosa di unico; (pausa) lì c’era il senso del lavoro, dell’impegno, il desiderio di esporsi, di dire, di lottare. E tutto questo prevaleva sul banale compiacimento.
A Roma chi frequentavate?
In realtà il mio obiettivo non era quello di diventare un’attrice, in casa già bastava lui: quindi insegnavo Lettere al liceo e mi piaceva tantissimo.
Bene.
C’era un club di ammiratori liceali con il mio nome.
Ancora meglio.
In quel liceo c’era pure Marco Messeri: tempo dopo gli ho presentato Paolo; (cambia tono) con il ’68 si lavorava poco e poco tempo dopo mi proposero di scrivere trasmissioni per il terzo programma della radio.
E…?
Accettai, venni a Roma e intervistai personalità altissime come Moravia, Pasolini o Attilio Bertolucci.
Papà di Giuseppe.
Così ho conosciuto i figli; (pausa) in quegli anni ho scoperto un mondo unico.
Con quei nomi.
Sono una persona fortunata.
Com’era Attilio Bertolucci?
Di una dolcezza infinita, di una capacità bellissima di racconto (cambia tono, cambia i tempi, lo imita benissimo). Parlava lento, cadenzato come la sua poesia, magari raccontava di come aveva iniziato a scrivere, di come si vergognava delle sue prime creazioni che poi lasciava anonime sul davanzale del suo professore, in collegio. “Così penserà che le ha portate il vento…”.
E lei?
Incantata lo ascoltavo; Moravia tutt’altro genere.
Quale?
Spiritosissimo, infantile, allegro. “Tu menti sapendo di mentine!”. Le sue battute erano da bambini di scuola elementare, eppure ci rideva e noi appresso più per la sua reazione che per la battuta stessa.
Effettivamente.
La prima volta che l’ho conosciuto mi ha chiesto immediatamente dei miei fidanzati. E io: “Rispondo se mi racconti prima di te”. Così mi ha parlato di Elsa Morante: “Matrimonio riuscito, ma alla fine non ci sopportavamo più” e ha continuato con Dacia Maraini, e lì si lamentava perché non voleva dormire sempre con lui: “Sta per conto suo, è molto femminista. Ogni tanto c’è e mi piace anche solo sentire un piedino”.
A quel punto?
Ricambiai con la mia storia con Giuseppe. “Brava, ma niente motivi psicologici, non li sopporto. Dimmi soltanto se l’hai tradito o ti ha tradita”.
Pasolini.
Conosciuto meno degli altri, però l’ho incontrato spesso a casa di Laura Betti, quando Laura organizzava le cene.
Quelle cene sono storiche.
Laura chiamava tutti al femminile: mio fratello era Paolina, Arbasino era Arbasia, Moravia diventava la Nonna. Solo Pasolini restava Pier Paolo.
Con lui niente scherzi.
Era l’unico uomo che Laura riconosceva, l’unico con un valore umano e artistico. Era innamorata persa; (silenzio) Pasolini parlava poco e mangiava pure meno e mentre per noi c’erano lasagne, grassissime, pieno di burro, per lui solo riso in bianco. E poi se ne andava verso altre dedizioni.
Lei in mezzo a tutto questo.
Restavo più con Giuseppe e Bernardo; Bernardo voleva tutti attorno, era un grande narciso, desiderava essere ascoltato; (pausa) anche Laura era così.
E suo fratello?
Non veniva spesso, lavorava tantissimo, restava in tournée sette-otto mesi l’anno. Portava avanti il suo lavoro da artigiano. Mentre io ero all’inizio.
Artigiano.
Non ha mai ottenuto un riconoscimento dalle istituzioni, mai recitato in un teatro Stabile. Anzi, quando ha portato sul palco Santa Rita, lo spettacolo è stato sospeso per vilipendio alla religione di Stato: un uomo non poteva interpretare una donna, oltretutto santa. Ma era il 1967. Dieci anni dopo lo rifece a Roma, nel teatro (Alberighino) dove recitavo e dove stavano debuttando una serie di grandi come Verdone e Benigni.
Benigni poi protagonista di Berlinguer ti voglio bene, primo film di Giuseppe Bertolucci.
Film stravagante, curioso, folle. E Roberto era un ragazzo con un talento esagerato, arrivato a Roma con l’idea di diventare un cantante, con noi perplessi rispetto a questa convinzione; fu Giuseppe a dirgli “pensiamo a un film insieme…”; (resta zitta) ci sono delle personalità che mi mancano tantissimo.
Come quella di suo fratello.
Appunto.
Carismatico.
Bastava vederlo in scena per rendersene conto. Anche per questo non volevo salire sul palco: temevo di diventare la sua imitazione.
L’ha convinta.
Per recitare con lui dovevi entrare nel suo linguaggio: ne ha inventato uno. Alla fine ho ceduto, era totalmente accattivante e pieno piano ho trovato la mia cifra.
In teatro era severo?
Per niente, con lui continuava il gioco iniziato quando eravamo bambini e ci travestivamo con gli abiti di zia. Quel gioco lo ha portato sul palco, sempre e comunque.
Tradotto.
Pur di non lasciare il pubblico è arrivato a entrare in scena con il braccio ingessato, dopo aver tagliato le maniche di tutti i suoi vestiti.
Da vero teatrante.
Il teatro era la sua disciplina, la sua ragione di vita, il suo divertimento.