Specchio, 20 settembre 2026
Intervista a Valeria Golino
Nata a Napoli, cresciuta tra la Grecia e l’Italia l’attrice e regista Valeria Golino è una delle figure italiane più riconosciute a livello internazionale nel mondo del cinema. Poliglotta, per il pubblico anglofono, è famosa soprattutto per i ruoli di spicco interpretati in film americani di fine anni ’80 e primi ’90, tra cui Rain Man, Big Top Pee-wee e le commedie Hot Shots! e Hot Shots! Part Deux (1993). È una delle sole quattro attrici ad aver vinto due volte la Coppa Volpi come Migliore Attrice alla Mostra del Cinema di Venezia (per Storia d’amore nel 1986 e Per amor vostro nel 2015). Ha recitato in acclamati progetti europei come Ritratto di una donna in fiamme e in importanti serie tv come The Morning Show. Golino ha ottenuto successo anche dietro la macchina da presa, con film come Miele ed Euforia, oltre alla serie L’Arte della Gioia.
Quando si è resa conto di essere bella?
«Domanda difficile. Ho iniziato a pensare di essere carina quando ero molto giovane, intorno ai 12 anni. Ma non mi sono mai sentita davvero bella. Pensavo solo: “Gli altri pensano che io sia bella"».
È cresciuta tra Grecia e Italia, in una famiglia di artisti e intellettuali. Perché è andata a Chicago?
«A 12 anni mi scoprirono una scoliosi molto avanzata. Così andammo a Bologna, poi a Lione e alla fine trovammo un ospedale a Chicago».
Soffrivi molto?
«Sì, certo. L’operazione fu difficile, il recupero duro. Ma a Chicago ho imparato l’inglese».
È diventata modella ad Atene e poi attrice molto giovane. Ha mai frequentato una scuola di recitazione?
«No. Ho conosciuto la regista Lina Wertmüller tramite un’amica di famiglia, l’attrice Goliarda Sapienza, e lei mi ha offerto il mio primo ruolo in un film: avevo 17 anni. Ero ancora minorenne».
Amavi già il cinema?
«A casa eravamo tutti cinefili. Da bambini mia madre ci portava al cinema due volte alla settimana. Era meraviglioso».
Ha vinto due volte la Coppa Volpi. Cosa è successo dopo?
«Avevo 21 anni ed ero sull’onda del successo. Ho fatto un provino e sono stata scelta per un film americano. Sono andata in America, mi sono innamorata e ho iniziato a lavorare lì. Alla fine sono rimasta 12 anni invece di 3 mesi».
Ha fatto molti provini per “Rain Man”, ealla fine ha ottenuto la parte...
«È stata una di quelle situazioni in cui il tempismo, la buona intesa con il regista, Barry Levinson, e l’affiatamento con gli attori si sono combinati alla perfezione. Ci ho anche messo molta gioia ed energia, ma non ho mai avuto il sogno americano. Non ero lì per sfondare. Ho girato un film a Hollywood e ho pensato: “Ok, tornerò in Italia a realizzare i miei film d’autore di estrema sinistra”. Ero molto giovane».
Perché sei tornata in Europa?
«In quei 12 anni ho lavorato molto – forse 17 o 18 film. Quando me ne sono andata, avevo capito una cosa. Avevo fatto un lavoro di cui andavo fiera e avevo incontrato persone che mi avevano insegnato molto e fatta crescere».
Ma il sistema non le piaceva?
«Infatti. Provo un grande affetto per Los Angeles. Lì ho stretto ottime amicizie, con persone che adoro. Ma il sistema ti obbliga a lavorare costantemente per mantenere un certo tenore di vita, e non è per questo che faccio l’attrice. Non voglio il lusso o una piscina. Quelle cose possono essere conseguenze del successo, ma se devi continuare a lavorare senza sosta solo per mantenere quello stile di vita, allora non fa per me. Mi sono resa conto che non volevo vivere molto, molto bene e lavorare molto, molto duramente solo per continuare a vivere così».
Come sei diventata attrice ?
«Per caso – Caso con la C maiuscola. Sono successe molte cose che hanno reso possibile quel Caso. Non è che a 14 anni avessi questo fuoco sacro. No. È successo tutto molto facilmente, ma ho continuato per scelta. Mi piace essere un’attrice, e ora mi piace ancora di più dirigere».
Dirigi da circa 15 anni?
«Sì. Dirigere film mi dà ancora più gioia, anche se recito ancora molto. Questo la dice lunga sulla posizione delle donne e delle artiste oggi. Trent’anni fa, una donna sulla sessantina non avrebbe mai potuto dirlo. Venivi già relegata a ruoli minori. Invece, ora sono impegnata quanto lo ero a 30 anni – e, direi, in modo migliore».
Ti senti ancora ansiosa prima di un debutto?
«Sempre, un po’. Stai mettendo in mostra qualcosa. Non solo il tuo lavoro; a volte stai mettendo in mostra una piccola parte della tua anima, qualcosa che normalmente rimarrebbe privato, perché il lavoro ti chiede di rivelarlo».
Hai mai temuto che la tua carriera fosse finita?
«No. Sono sicura che in questi 40 anni ci siano stati momenti in cui mi sono sentita giù o insoddisfatta. Mi sono anche presa delle pause perché non ero contenta di ciò che mi veniva offerto, ma non ho mai temuto di non lavorare più. Non ho mai pensato: “Questa è la fine. Nessuno mi vuole più”. E ora, da donna matura, ho anche una certa autorevolezza».
Sei diventata regista. Come è nato “L’Arte della Gioia”?
«La serie è tratta dal romanzo di Goliarda Sapienza. Lei è una figura molto importante per me, c’è un lungo filo conduttore che la collega al mio mondo».
Perché è diventata regista?
«Perché voglio avere il potere (ride). Voglio essere io a prendere le decisioni adesso. No, sul serio, sono diventata regista perché anche quando avevo 18 o 19 anni ero sempre curiosa di sapere come fosse stato realizzato qualcosa. Ho una vera passione per l’estetica del cinema».
Quali attori ti hanno colpito di più?
«Sean Penn, un’icona. Alla fine è diventato un amico molto intimo. Anche Gary Oldman. Ci sono momenti in cui si vede davvero il talento».
E gli attori europei?
«Certo, ce ne sono molti. La prima volta che ho lavorato con Wertmüller, c’era Ugo Tognazzi. Interpretavo sua figlia. Tognazzi era quasi un semidio. Rimango sempre colpita anche quando vedo recitare Valeria Bruni Tedeschi. È una delle mie migliori amiche, ma continuo a guardarla e a pensare: “Cavolo, questa donna è su un altro livello"».
Vede ancora emergere giovani registi e attori di talento?
«Sì, assolutamente. Ci sono, e stanno arrivando».