Specchio, 20 settembre 2026
Tonino Pinto parla della sua carriera
«Conosco Hollywood come le mie tasche, ho seguito gli Oscar per vent’anni, ma adesso quella vecchia Hollywood non c’è più, è sparita, e non solo dai festival, sono tutti caduti nella rete dei proprietari miliardari delle piattaforme. Ho deciso di fare questo libro come se fosse un gesto d’affetto nei confronti di quell’universo fantastico, che ha fatto sognare tutti noi». Giornalista, critico, documentarista, inviato di punta della Rai, a partire dal 1976, in tutti i maggiori appuntamenti cinematografici del mondo, oggi opinionista per Radio Free Station, la radio degli italiani all’estero, Tonino Pinto, nell’universo del grande schermo, è un’istituzione più che una persona. Il suo libro Le interviste impossibili (Edizioni Sabinae) è una cavalcata a perdifiato in un’esistenza sopra le righe, tra incontri realmente avvenuti e altri ipotizzati, ricostruiti, sfiorati, su uno scenario che lo vede sempre, anche idealmente, nella stessa posa: sorriso largo e ironico, microfono in mano, operatore alle spalle, pronto a immortalare la sequenza.
Come è nata la sua passione per il cinema?
«Mio padre è stato un grande dirigente della Warner, sono cresciuto sentendo parlare di un’epoca straordinaria, quella di Bette Davis, Humphrey Bogart, Errol Flynn. L’ultimo film di cui si è occupato mio papà è stato My fair lady, ho ancora a casa il bozzetto originale del manifesto pubblicitario, bellissimo».
Qual è, fra le tante, l’intervista che le è rimasta più impressa?
«Ero a Palm Springs, una sera ho conosciuto Ginger Rogers, mi avevano invitato alla festa per gli 80 anni di Jimmy Stewart, vedo arrivare una signora su una carrozzella a rotelle, non l’avevo riconosciuta, chiedo chi è, appena sento che si tratta di Ginger Rogers corro a gettarmi in ginocchio ai suoi piedi e riesco a farmi dare una battuta».
Che cos’è un divo?
«Fino a 30 anni fa era un involucro, costruito grazie a centinaia di milioni di dollari investiti dalle major. Foto, costumi, autografi, tutti elementi necessari a creare un divo. Mi sono sempre posto una domanda: le star apparivano in quel modo viste da fuori, ma dentro com’erano davvero?»
Nel suo libro ci sono tanti dietro le quinte. Un esempio?
«Ho scoperto che Marylin Monroe, anche quando era già popolarissima, non era mai stata invitata alla Mostra del Cinema di Venezia, non aveva mai preso un premio. Così ho immaginato di intervistarla in Italia, Paese d’origine del suo secondo marito, Joe Di Maggio, più esattamente ad Alba, dove era arrivata in occasione della Fiera internazionale del tartufo bianco, grazie al celebre omaggio ricevuto da Giacomo Morra, storico ideatore della kermesse».
Come è nata la sua carriera?
«Quando Lello Bersani lasciò la radio Rai per andare in tv, fui chiamato al suo posto. Mi chiesero di fare un’intervista a Fellini, ci riuscii, erano otto minuti, il mio debutto. Chiamai Fellini e lui mi rispose, fu un colloquio bellissimo, tutto basato su una bugia, per convincerlo a parlarmi gli avevo detto che, da un sondaggio, risultava che fosse il regista più amato dai romani».
Qual è stato l’incontro fondamentale della sua vita professionale?
«Quello con Adriano Celentano, quando decise di passare alla regia per dirigere Yuppi Du. Voleva un ufficio stampa di cui si potesse fidare, perché il cinema non era il suo ambiente. Gli fecero il mio nome, lui mi chiamò e ci incontrammo a Milano, parlammo tutto il tempo di rock ‘n roll, gli raccontai di quando avevo vinto una gara di boogie -woogie e, in quella stessa gara, c’era anche lui, Adriano».
Con “Yuppi Du” iniziò una lunga collaborazione.
«Sì, è l’argomento cui vorrei dedicare il mio secondo libro. Successe di tutto, sul set, durante le riprese, Adriano faceva ciak su ciak, scorrevano soldi a palate… Andammo in concorso a Cannes, selezione ufficiale, io, Adriano, e un gruppo di dodici persone, alloggiavamo a Nizza, al Negresco. Rischiammo di finire in galera».
Perché mai?
«Una sera si presenta il direttore dell’albergo e mi dice che la polizia era venuta a cercarmi. Era serissimo, io divento bianco, scendo giù accompagnato da Adriano, mi spiegano che era arrivato un camion pieno di esplosivi indirizzato a me e che lo avevano appena sequestrato. Era una sorpresa organizzata dagli amici di Adriano, senza dirgli niente avevano messo in piedi una spedizione di fuochi d’artificio per festeggiare la presentazione di Yuppi Du, l’autista era passato tranquillamente alla dogana e si era ritrovato nel traffico di Nizza con quel carico…»
Come andò a finire?
«Intervenne perfino Alain Delon, ne venimmo fuori, alla fine mi dissero di occuparmi dei fuochi e così scoprii che a Cannes sparare i fuochi d’artificio era una cosa difficilissima, praticamente un parto… ci volevano un sacco di permessi, rinunciammo, e i fuochi tornarono indietro, a Milano. Organizzai io un altro tipo di promozione, il corteo di Mercedes, gli altoparlanti lungo il percorso verso il palazzo per la serata di gala».
Che cosa è andato perso, oggi, nel mondo del cinema?
«L’ironia. E la modestia. Oggi si sentono tutti registi, tutti critici, tutti grandi giornalisti. Una cosa che mi irrita moltissimo. Vale anche per chi fa cinema, c’è una società ubriaca, allo sbando, ma nessuno fra gli sceneggiatori riesce a raccontarla davvero per quello che è. E poi non abbiamo un parco attori vero, fatto di nomi noti in giro per il mondo, mi viene in mente Servillo e poi altre sei o sette attrici importanti».
In che modo i social hanno influito su divismo e cinema?
«Tantissimo, in modo negativo. Chiunque può stare un giorno intero su un social, a prescindere dall’età, con la possibilità di vedere qualunque cosa, è pericolosissimo. Si perde personalità, anche gli attori ne risentono, oggi è difficilissimo impostare una campagna promozionale».
Ha incontrato le donne più belle della terra. Si è mai innamorato?
«Posso dirle che 12 anni entrai in una sala e vedi un film vietato. Il film era Gilda. La prima volta che mi sono innamorato è successo con Rita Hayworth. Le maggiorate, invece, non mi hanno mai attratto».
La preferita tra le italiane?
«Giovanna Ralli e Sofia Loren, soprattutto quella dei primi film, una grande attrice. Lavorai con il produttore esecutivo di una società che, per primo, aiutò Sofia e la sua famiglia a uscire dalla povertà. Si faceva ancora chiamare Sofia Lazzaro, faceva i provini per un fotoromanzo».