La Stampa, 19 settembre 2026
Scuola di magistratura, scontro a oltranza
Nell’aspra disfida che divide l’Associazione nazionale magistrati dal governo c’è un capitolo poco raccontato, ed è la “guerra” per il controllo della prestigiosa Scuola superiore della magistratura. Finora il governo ha mosso bene le sue pedine e sembra avere portato la Scuola sotto la guida del ministero della Giustizia, ma la battaglia non è affatto finita. E ora giunge un documento che potrebbe riaccendere le polemiche: il Garante per la Privacy ha dato ragione a un gruppo di 192 magistrati coalizzati per saperne di più su come si sia arrivati ad alcune scelte molto controverse sui vertici.
La Scuola è un istituto relativamente recente, nato nel 2012, con sede a Firenze, che si occupa sia di formare i nuovi magistrati che hanno vinto il concorso, sia della formazione permanente per tutti i magistrati in funzione. Per prassi e per sottolinearne il carattere super partes, la fondazione è sempre stata presieduta da un presidente emerito della Corte costituzionale. Ciò fino al marzo scorso, quando, inopinatamente, al termine del primo biennio di presidenza, la presidente Silvana Sciarra è stata costretta alle dimissioni e le è subentrato il professore Mauro Paladini, docente all’università di Milano Bicocca. Non è sfuggito agli addetti ai lavori che Paladini sia leccese di origini come il potente sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano, e che entrambi siano animatori del Centro studi Livatino che affronta i temi giuridici da un punto di vista cattolico-conservatore. Semplificando al massimo, è abbastanza evidente che nel Comitato direttivo (dove 5 sono i membri nominati dal ministro della Giustizia e 7 quelli votati dal Consiglio superiore della magistratura) si era creata un’alleanza all’ombra della maggioranza di centrodestra e che Sciarra è stata considerata d’inciampo.
Fin qui, i fatti. Ma come si è arrivati alla defenestrazione di una presidente emerita della Consulta? I 192 magistrati avevano chiesto di leggere quantomeno le ultime delibere del Comitato direttivo. Delibere che dovrebbero essere pubblicate sul sito, ma così non accade. Gliele hanno negate. A quel punto hanno fatto un accesso agli atti, cioè una richiesta di trasparenza secondo la legge. La risposta della Scuola è stata beffarda: i magistrati ricorrenti hanno sì ottenuto i documenti richiesti, ma zeppi di cancellature, anneriti per pagine e pagine. La Scuola in sostanza ha coperto quasi tutto il dibattito nelle segrete stanze con “omissis” in nome della privacy dei membri del Comitato direttivo. Con buona pace della trasparenza.
Di qui due ulteriori ricorsi: al Tar del Lazio e al Garante per la Privacy. Del primo ricorso è presto per dire qualcosa. Quanto al secondo ricorso, c’è ora la risposta firmata dal presidente Pasquale Stanzione, il quale invita la Scuola a cancellare gli omissis, tenendo in considerazione due elementi fondamentali. Primo, «del ruolo ricoperto e della funzione pubblica esercitata dai soggetti facenti parte degli organi della Scuola superiore – quali Presidente, Segretario generale e i membri del Comitato direttivo – per i quali non dovrebbe peraltro potersi richiamare una ragionevole aspettativa di confidenzialità di quanto riportato nei verbali, considerando che, come visto, lo stesso regolamento interno sul funzionamento del Comitato direttivo prevede una forma di pubblicità dei verbali». Secondo, «della circostanza che i verbali richiesti riguardano vicende istituzionali oggetto di dibattito pubblico».
È uno schiaffone agli attuali vertici della Scuola. E sicuramente, se e quando i verbali verranno resi pubblici, se ne vedranno delle belle, tant’è che il presidente Stanzione, il quale li ha letti in formato integrale, avverte che comunque prima di divulgarli andranno interpellati tutti i protagonisti «anche considerando il tenore di alcune delle osservazioni e delle dichiarazioni contenute», le quali «potrebbero comportare un pregiudizio alla persona e un’interferenza ingiustificata e sproporzionata nei diritti e libertà dei controinteressati con possibili ulteriori ripercussioni negative anche al di fuori del contesto lavorativo, sul piano personale, familiare e sociale».