la Repubblica, 20 settembre 2026
Francesco Fanucchi parla di comicità
I suoi pezzi sono crudi, blasfemi, storti, talvolta volgari, ma lui assicura: «non sono cattivo, forse lo sembro». Francesco Fanucchi è uno dei volti più brillanti della nuova stand-up comedy all’italiana, ieri era a Forte dei Marmi a ritirare il Premio Satira, giovedì prossimo a Taranto partirà in tour con The comedy club con il suo spettacolo: Tutto sbagliato. E se sembra cattivo è solo per come prova a ribaltare «le troppe narrazioni auto consolatorie dei tempi che viviamo»: da quella sulla sua stessa disabilità alla politica, davanti alla malattia come nella società. «La verità è che siamo tutti un po’ rotti, siamo umani, e ci conviene riderne in compagnia».
Ridere come missione: per esigenza artistica, esistenziale?
«C’è l’esigenza personale, perché sul palco il proprio vissuto ci arriva sempre, ma è solo un punto di partenza. La chiave per raccontare come si comportano le persone di fronte alla malattia, e poi allargare lo sguardo. Oggi il cortocircuito sociale che genera la disabilità è ancora forte, è un tema che scotta, fa paura, e quindi è divertente».
L’ex generale Vannacci ne ha fatto tema politico identitario, ma a leggere il programma del suo partito c’è poco da ridere.
«Per ridere di qualsiasi argomento, persino dei politici, in qualche modo devi volere loro anche un minimo di bene, provare un po’ di empatia. Di Vannacci ne parliamo già troppo, io l’ho letto il suo programma elettorale: è uno scherzo della natura, la prova che è un troll, ignoriamolo».
Ridere per non piangere, insomma.
«In Italia viviamo di retoriche moraliste e consolatorie insopportabili, compreso l’approccio pietistico verso chi vive una patologia. A me per primo, a 32 anni, capita di essere trattato come una mascotte: ma come, mi sforzo per fare lo stronzo, e poi danno tutti per scontato sia simpatico?».
La condanna di ogni comico. Ma può aiutare a cambiare le cose, riderci su?
«La comicità live riesce a raccontare la contemporaneità e le sue contraddizioni. Anche il fatto che la stand-up sia così individualistica, se ci pensiamo, è specchio della società. Si va ad ascoltare uno solo sul palco che parla, in una società dove tutti ci sentiamo uno».
L’ascolto, però, è spesso collettivo.
«Sì, menomale, anche per questo la stand-up penso sia un fenomeno culturale. In un mondo iper individualista, dove io stesso son cresciuto nel mito dell’autonomia emotiva, convinto di dovermi bastare, ci ricorda che è giusto riconquistare spazi di ascolto comune. Nessun uomo è un’isola, se c’è da ridere o incazzarsi».
E lei di persone ne fa incazzare parecchie. Chi si è offende di più?
«Se la giocano i nostalgici del duce e gli amanti poco ironici delle forze dell’ordine. In questo spettacolo parlo di omosessualità, metto in gabbia i disabili, derido popoli, ma ho imparato a evitare i tifosi di calcio, i più pericolosi. Però penso che offendersi sia un diritto, soprattutto in un mondo in cui non si vive più il conflitto. Ve lo dico io: si può ancora non ridere tutti delle stesse cose, ed è bello così».