la Repubblica, 20 settembre 2026
I numeri della missione italiana “sotto traccia” nel Golfo
È inizio marzo, gli Stati Uniti e Israele hanno scatenato una campagna di bombardamenti contro l’Iran. La Repubblica islamica risponde con ritorsioni di fuoco contro tutti i Paesi che ospitano le basi americane. I ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani vanno in Parlamento e dichiarano che le monarchie del Golfo ci hanno chiesto aiuto e domandano armamenti contraerei italiani. Ed ecco che viene presentata e approvata dalle Camere una risoluzione della maggioranza che prevede «il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e anti-missilistica e di sorveglianza a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner dell’area del Golfo e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali; quanto sopra anche in relazione alla necessità di contrastare una crisi energetica».
Per tre mesi non ci sono state altre comunicazioni. Così nel silenzio è partita a velocità straordinaria una delle missioni più importanti e rischiose delle nostre forze armate. Il numero di militari è tutto sommato limitato – circa settecento – ma si portano dietro gli strumenti più moderni e costosi del nostro arsenale. E vanno a prendere posizione in mezzo a una tempesta di missili e droni, con il compito di fare scudo ai Paesi da cui arrivano i rifornimenti di petrolio.
Cosa è stato mandato dal governo? Ci sono due task force, Arabia dell’Aeronautica e Cerbero dell’Esercito. La componente aerea è tutta in Arabia Saudita. È formata da quattro intercettori Eurofighter, un aereo radar Gulfstream CAEW e un paio di quadrimotori cargo C130J. È stata allestita in fretta una base all’interno del gigantesco aeroporto militare King Fahd e sono diventati operativi in tempi record per contribuire alla difesa del Regno sulle frontiere meridionali.
Fondamentale il ruolo del Gulfstream Caew, progettato per garantire «la supremazia informativa»: il radar a scansione elettronica israeliano controlla ogni cosa nel raggio di cinquecento chilometri. Poi un sistema di intelligenza artificiale analizza le tracce sospette e trasmette le informazioni per neutralizzarle.
In Arabia Saudita c’è anche una batteria di missili terra-aria Samp-T Ng dell’Esercito: è l’unica della nuovissima versione che può abbattere pure i missili balistici, consegnata lo scorso inverno. Altri reparti italiani sono sparsi in tutta la Penisola araba. In Kuwait si troverebbe un radar An/Tps 77 mentre una task force anti-drone con il sistema Acus di Leonardo si trova in Bahrain. Negli Emirati c’è lo Skynex, la batteria di cannoni a tiro rapido anti-drone che in Ucraina si è rivelata lo strumento più efficiente nella guerra moderna.
Non ci sono notizie su quante volte le nostre unità – tutte esclusivamente difensive – siano entrate in azione. Subito dopo Pasqua, la tregua tra Usa e Iran ha provocato la sostanziale sospensione del conflitto. Durante questi mesi, l’esecutivo di centrodestra ha presentato la modifica del decreto Missioni: non sono state indicate più le forze italiane stanziate in un singolo Paese ma quelle presenti in una “area geografica” permettendo così i trasferimenti in Arabia Saudita o in altre nazioni senza bisogno di un passaggio parlamentare a patto che il numero complessivo sia immutato. «La relazione del governo – riportano gli atti delle Camere – segnala che l’escalation in Iran ha determinato la necessità di una progressiva rimodulazione del dispositivo militare e la possibilità di fornire supporto a Paesi alleati e partner». Tutto qui.
Solo il 17 giugno – tre mesi dopo lo schieramento sul campo – il generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa, davanti alle Commissioni parlamentari ha detto: «Con il secondo asse ci riferiamo alla fornitura di aiuti difensivi a favore dei Paesi coinvolti dagli attacchi iraniani e nello specifico Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrein che hanno chiesto supporto per accrescere le loro capacità di difesa aerea e contrasto ai droni». Infine a metà luglio, sul sito web del ministero della Difesa sono comparse le prime informazioni dettagliate.
In quel momento la situazione era abbastanza tranquilla. Lo scenario saudita è cambiato completamente due settimane fa, con la ripresa dei combattimenti tra gli Houthi e le forze governative yemenite sostenute da Riad, interrompendo la tregua siglata nel 2022. I miliziani sciiti hanno iniziato a prendere di mira le basi dell’aviazione saudita e anche King Fahd, che si trova a cinquecento chilometri dal confine, è stata bersagliata da droni e missili balistici. Un raid il 12 settembre ha distrutto un hangar, poi nelle prime ore di venerdì un assalto ancora più massiccio ha portato alla distruzione del nostro caccia Eurofighter, del valore di circa 100 milioni di euro. Le schegge hanno sfiorato pure il Gulfstream CAEW, del valore di mezzo miliardo, senza danneggiarlo. Lunedì il ministro Crosetto riceverà dai vertici militari e dell’intelligence – molto attenta alla realtà yemenita – una valutazione sulla sicurezza del contingente. La ritirata totale viene esclusa: verrebbe considerata un tradimento dai sauditi. Più probabile è la riduzione momentanea del personale e il trasferimento più a nord dell’aereo radar. La sua autonomia di 10mila chilometri gli permette di proseguire la sorveglianza dei cieli.