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 2026  settembre 20 Domenica calendario

Groenlandia, a Trump le basi e il veto su Mosca e Pechino

Lo status della Groenlandia rimane lo stesso: «Territorio speciale» con larga autonomia, parte integrante del Regno di Danimarca. Donald Trump, però, ottiene di fatto l’«esclusiva» sugli insediamenti militari nella grande isola artica, nonché il diritto di veto sugli investimenti economici proposti da altri Stati. Il pensiero, naturalmente, corre subito alla Russia e alla Cina.
L’accordo sarà firmato tra pochi giorni a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. Il presidente americano ieri lo ha descritto così: «Avremo il controllo permanente sulla sicurezza e su ogni altra esigenza della Groenlandia, risolveremo con piena soddisfazione le nostre numerose preoccupazioni». Per Trump, non ci sarà «alcun costo aggiuntivo» per gli Stati Uniti. Inoltre, l’America «avrà per sempre (scritto in maiuscolo ndr) la possibilità di fare tutto ciò che è necessario per difendere e garantire la sicurezza» dell’isola. Commenta ancora Trump: «Da adesso in avanti, nessun avversario degli Stati Uniti potrà installare qui una base, né avere una presenza militare, né realizzare investimenti strategici nell’area, senza il nostro esplicito consenso scritto». A questo punto, conclude il numero uno della Casa Bianca, «avvieremo immediatamente le procedure per sviluppare un’importante presenza militare, collaborando con la popolazione locale». Più asciutta la reazione della premier danese Mette Frederiksen: «È un approdo positivo, anche per la Nato e per l’Europa. Vengono riconosciuti la sovranità, l’integrita territoriale della Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo della Groenlandia». Infine, ecco le parole del primo ministro locale, Jens-Frederik Nielsen: «Ci è voluto del tempo, ma finalmente abbiamo un’intesa che protegge gli interessi della Groenlandia e il suo ruolo nella cooperazione internazionale».
Siamo, dunque, all’epilogo di un lunga vicenda che ha raggiunto il picco di drammaticità nel gennaio di quest’anno, quando il leader americano annunciò di volersi prendere «quel pezzo di ghiaccio a qualunque costo». Non è andata così. Nella sostanza, il punto di caduta di nove mesi di negoziati, non fa che ampliare, precisare i termini già fissati nel vecchio accordo raggiunto nel 1951 da Usa e Danimarca. Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli americani accettarono di farsi carico della sicurezza dell’isola, garantita da un’unica base: la Thule Air Base, poi diventata Pitukiff, situata su uno dei pochi lembi di terra praticabile a nord-ovest. L’intesa del 1951, però, riconosce a Washington la facoltà di ampliare la rete dei presidi armati, dopo essersi consultata con le autorità locali e con quelle danesi. Nel corso della Guerra Fredda, il Pentagono ne costruì altri che furono poi abbandonati negli anni Novanta. Ne rimase attivo solo uno, quello di Pitukiff appunto, specializzato nella sorveglianza spaziale.
Nelle prime fasi della trattativa, i danesi avevano offerto al segretario di Stato Marco Rubio di aprire fino a dieci basi. Ma Trump, mentre imponeva i dazi ai Paesi europei più solidali con la Danimarca, insisteva: gli Usa devono possedere la Groenlandia. Motivo? I generali del Pentagono sostenevano di aver intercettato frequenti incursioni da parte di sottomarini russi e cinesi, in una regione sempre più cruciale, grazie all’apertura di nuove rotte nell’Artico. C’è poi la suggestione del «Golden Dome», lo scudo anti missilistico a protezione degli Stati Uniti che, secondo il presidente Usa, ha assoluto bisogno della sponda groenlandese.
Non va dimenticata la questione delle materie prime. La Groenlandia è un potenziale serbatoio, tra l’altro, di petrolio e terre rare. Anche se serviranno massicci investimenti e dai cinque ai quindici anni di tempo, difficile fare una stima accurata, come spiegava in un’intervista al Corriere lo scorso gennaio, Naaja Nathanielsen, ministra delle risorse minerarie ed energetiche della Groenlandia.
In ogni caso, anche su questo versante gli Stati Uniti avranno la precedenza assoluta. È probabile che il nuovo accordo amplifichi anche la cooperazione economica finora regolata dalla «Dichiarazione congiunta» siglata da Usa e Danimarca il 6 agosto del 2004.
Dovrebbero restare, invece, interamente a carico di Copenaghen le spese per i servizi essenziali: dalla sanità alle scuole, dai trasporti alle pensioni. Ogni anno la Danimarca versa circa 600-700 milioni di euro al suo gelido «Territorio speciale».