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 2026  settembre 20 Domenica calendario

Citare a vanvera la Carta

Tra disertori futuri nel Campo largo e volontari già sul campo di battaglia (in Lituania, Arabia Saudita e Yemen ci sono nostri militari di professione), forse c’è da fare un po’ di chiarezza sulla guerra.
Innanzitutto, per «organizzare i disertori» sarebbe necessario avere una leva militare obbligatoria. Che adesso non c’è (e speriamo non ci sia mai), essendo stata sospesa da una legge dal 2001. Ma solo «sospesa», però, perché il dettato costituzionale dell’articolo 52 non è stato abrogato.
E sso dice: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge». Da notare che questo articolo, compreso l’aggettivo «sacro» (unica volta che compare nella Costituzione), la maiuscola alla parola «Patria», e l’obbligatorietà della leva, fu sostenuto e difeso nella Costituente da Aldo Moro e Palmiro Togliatti in persona. La ragione sta nel fatto che la difesa della Patria non è un concetto bellicista, ma ha un valore di «fraternità», di solidarietà tra concittadini. Fu presentato anche un testo pacifista e alternativo: «Il servizio militare non è obbligatorio. La Repubblica, nell’ambito delle convenzioni internazionali, attuerà la neutralità perpetua». Venne respinto in due diverse votazioni, a larghissima maggioranza.
Dunque il servizio militare obbligatorio può essere ripristinato (speriamo non accada mai) nei casi previsti dalla legge: delibera dello stato di guerra, grave crisi internazionale in cui l’Italia sia coinvolta direttamente o in ragione dell’appartenenza a una organizzazione internazionale, e se il personale in servizio è insufficiente anche dopo aver chiamato quanti l’hanno cessato da più di cinque anni.
Perché tutto questo si verifichi, in ogni caso ci vorrebbe un conflitto armato (speriamo non accada mai). E su questo punto la Costituzione ci protegge abbastanza bene. L’Italia infatti, con l’articolo 11, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: in una parola, non potremmo mai fare una guerra come quella che Putin ha mosso all’Ucraina o Trump all’Iran. Ma l’Italia, continua lo stesso articolo, «consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (ecco perché i nostri militari sono in Lituania, in Arabia Saudita, sul Mar Rosso, e anche altrove). Promuovere la pace consiste anche nel difendere i più deboli: il criminale di guerra Mladic non sarebbe mai finito in prigione se anche l’Italia, a guida dell’ex comunista D’Alema, non avesse acconsentito al bombardamento della Nato sulla Serbia.
Dunque il nostro Paese potrebbe essere chiamato a una guerra difensiva (speriamo che non accada mai) da solo o insieme con le organizzazioni internazionali che assicurano la pace. Per facilitare il compito a chi, tra i giovani del Pd, si è di recente definito «figlio o nipote del comunismo italiano», aggiungiamo che Togliatti sostenne in prima persona questa promessa di «cessione di sovranità».
Perciò (e speriamo che non accada mai), l’Italia potrebbe partecipare solo a una guerra giusta e di difesa. Chi lo deciderebbe? L’articolo 78 della Costituzione dice che «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari». Chi lo dichiarerebbe? L’articolo 87 stabilisce che il Presidente «dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere». Che cosa succederebbe durante lo stato di guerra? La durata delle Camere può essere prorogata, dice l’articolo 60 (curioso che alcuni sostenitori italiani di Putin, evidentemente a digiuno di valori costituzionali, pretendano invece che l’Ucraina vada a nuove elezioni mentre combatte contro l’invasore); subentra la giurisdizione dei tribunali militari (articolo 103) e le loro sentenze non sono impugnabili in Cassazione (articolo 111). Si potrebbero perfino prevedere deroghe, limitazioni o sospensioni di diritti civili, politici e sociali: questo lo si deriva non dalla Costituzione, ma dall’articolo 15 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo «in caso di guerra o di altro pericolo pubblico» (troverete tutte queste informazioni, meglio spiegate, nel volume del professore Salvatore Curreri, Lezioni sui diritti fondamentali).
Come si vede, dunque, la guerra è una cosa non solo orribile, ma anche maledettamente seria. In Italia, grazie a Dio, ci sono presidi democratici contro ogni ipotesi di avventura militare: la Costituzione, il Parlamento e il Capo dello Stato, che ha anche il «comando delle Forze armate» (articolo 87). Ma se un giorno (speriamo non accada mai) dovessimo davvero partecipare a un conflitto armato, allora va da sé che la diserzione sarebbe punita. Già oggi del resto lo è, con due articoli del Codice Penale Militare di Pace. Sarebbe infatti un modo di dividere l’Italia tra quelli che la difendono e quelli che si rifiutano di farlo, aiutando così chi ci minaccia. Speriamo non accada mai. Nel frattempo, ripassiamo la Carta costituzionale, che ci ha ridato la libertà non per farcela riperdere. Citata ormai sempre più a vanvera.