Corriere della Sera, 19 settembre 2026
Intervista a Laura Morante
Carmelo Bene la licenziava un giorno sì e uno no.
«Con un telegramma. Però poi, sempre con un telegramma, mi intimava di ripresentarmi immediatamente in teatro».
Che cosa scatenava l’ira funesta del Maestro?
«Ero insubordinata. Ma questo in fondo gli piaceva. Gli ho pure intentato una causa sindacale, bloccarono i contributi per un anno. Mi riprese lo stesso. Entravo nel suo camerino con in mano il libretto dei lavoratori dello spettacolo e cantavo: “El pueblo unido jamás será vencido”», ride Laura Morante, attrice icona del cinema italiano, regista e scrittrice: il suo «Dieci storie pop» (La nave di Teseo) sarà presentato oggi al Festival Pordenonelegge (ore 19, Spazio Capitol). Una raccolta di racconti brevi, ambientati negli anni Sessanta, in cui protagonisti sono un gruppo di ragazzi della periferia romana (Centocelle) con i loro soprannomi americani – Bobby, Fred, Joe, Patty, Jimmy, Tony e Arrigo, l’unico che un diminutivo non ce l’ha e ci patisce —, le prime improbabili avventure amorose, i pomeriggi in piazzetta a fumare Muratti Ambassador o al bar di Romolo, sognando una vincita al Totocalcio, nel faticoso passaggio all’età adulta, mentre il mondo intorno prende un colore grigio scuro, proprio come il piombo.
I suoi anni Sessanta come sono stati?
«Ne ho pochi ricordi, a parte le canzoni che si ascoltavano allora – come “Tintarella di luna” e “La bambola” – e che introducono ogni racconto. Purtroppo sono stata ragazza negli anni Settanta, più bui e violenti. Per questo ho voluto raccontare l’epoca in cui ci si illudeva ancora».
Aveva 7 fratelli.
«Più altri due, figli della seconda moglie di papà. In famiglia regnava una certa anarchia, per mamma era impossibile seguirci tutti. Quando me ne sono andata di casa, a 17 anni, non se ne sono manco accorti».
Arrigo, la voce narrante, dice: «Secondo me la felicità è come una scala a pioli, instabile per natura».
«La felicità non esiste. Per natura non sono un’ottimista».
Mai stata felice, quindi?
«Nella vita puoi avere momenti brevi di entusiasmo, di gioia. Però poi finisce presto. O sei un tremendo egoista o altrimenti, anche solo guardando cosa succede nel mondo, non puoi proprio essere felice».
Sua zia era Elsa Morante. Alberto Moravia, il marito, uno zio acquisito. Non sarà stato facile mettersi a scrivere.
«Scrivevano pure mio padre Marcello e mio fratello, il terreno era ingombro. Il timore c’era, sì. Senza Elisabetta Sgarbi, la sua tenacia, la sua cura, non avrei mai pubblicato niente. Chiaro che avevo paura dei confronti, però alla fine ognuno è un individuo a sé».
Zia Elsa le faceva paura.
«Dura, perentoria, emetteva giudizi apodittici e feroci, spesso fondati sul nulla».
Moravia invece.
«Con lui era più facile. Gli piacevano i giovani, era curioso, mi poneva tante domande. Andavamo insieme al cinema e sistematicamente si addormentava. A un festival di Venezia – ero lì per caso – mi presentava affettuoso: “Questa è mia nipote”. Di Elsa un giorno mi disse: “Quando ho conosciuto tua zia, aveva tutte le qualità, era bella, intelligente, aveva talento, ma era cattiva”».
«La tragedia di un uomo ridicolo» di Bernardo Bertolucci con Tognazzi. Fuori dal set la invitava alle sue famose cene? Ai tornei di tennis?
«A tennis non so giocare. A cena sì, ci invitava spesso. Bernardo diceva: “In realtà non è capace a cucinare però andiamo lo stesso”. Tavolate enormi. Ugo scriveva poesiole per tutti. Generoso, compagnone».
Nanni Moretti lo conosceva già prima di lavorarci insieme.
«Sì, veniva nei teatrini off dove ogni tanto mi divertivo ad andare in scena».
Che tipo era?
«Intelligente, sveglio, spiritoso. Mi portava a cena fuori ma in macchina dovevo restare a testa bassa e occhi chiusi per non guardare la strada fino al ristorante. “Non voglio che poi ci torni con un altro”. Ogni tanto sbirciavo di nascosto».
Non è che tra voi c’è mai stato qualcosa di sentimentale?
Passa qualche istante. «Un feeling ci sarà anche stato. Comunque il nostro è stato un rapporto di lavoro e di amicizia. A momenti. Nanni per tre mesi ti cercava di continuo, poi di colpo non ti voleva più vedere».
Perché?
«Mai saputo perché».
Si sa che sul set sfianca gli attori facendo ripetere le scene all’infinito.
«Anche con me. Ne “La stanza del figlio” c’è una scena in cui entro in camera e apro l’armadio. Me l’ha fatta rifare tante volte. Poi al montaggio confidò: “Ho messo la prima”».
Nel 2001, a Cannes, non la invitò sul palco per la Palma d’oro. C’era tutto il cast, lei no.
«Nanni non mi ha voluto, non siamo più amici».
Dopo 25 anni ha capito perché?
«No, ma ormai pazienza, è andata così. Ne riparlo solo perché me lo chiede lei, non lo faccia passare per un altro sfogo».
Non la volle nemmeno alla presentazione al Sacher e al suo posto schierò Jasmine Trinca. La scusa: «Laura è timida».
«Mah».
Non vi parlate più?
«Non siamo litigati, ci sentiamo ogni anno per gli auguri di compleanno, festeggiamo a pochi giorni di distanza. Ho lavorato con tanti attori e registi, capita che qualcuno sia un po’ strano. Più spesso uomini. Però ho una notevole percentuale di buoni rapporti».
Lei è una difficile?
«Mia figlia Eugenia, con cui ho girato “Assolo”, in un’intervista rispose: “Mia madre sul set è mansueta”. Ci sono rimasta male». Ride. «Mansueta. E che sono, una pecora?».
Però è vero che era timida.
«Patologicamente timida. Credo che negli attori sia abbastanza frequente. Mastroianni amava raccontare di quando Nino Manfredi, durante una lezione pubblica, a uno studente che gli chiedeva: “Che consiglio darebbe a chi vuole fare l’attore?”, rispose: “Siate timidi”. Quando hai un grosso problema, che so, soffri di vertigini, puoi fare due cose: soccombere o lottare. Per un introverso è più facile esprimersi attraverso un ruolo».
In due film di Virzì («Ferie d’agosto» e «Un altro ferragosto») ha lavorato con Sabrina Ferilli. Brave, belle, diverse. Amiche?
«Magari amiche no, però la stimo e la trovo molto simpatica, mi piace. Amo chi è diverso da me».
Sempre stata bella, lei.
«Grazie, è gentile. Fino a una certa età non mi vedevo affatto così, anzi. Né gli altri mi consideravano tale. Magra magra, non mangiavo niente, al massimo mi dicevano che ero un tipo. Sono cresciuta con questo giudizio. Dopo è difficile convincersi. Inoltre ho fatto tutta la prima parte del mio percorso di attrice con i produttori che non mi volevano».
Perché mai?
«Andava un altro tipo. Bionda, alta, sensuale. Io ero bruna, strana, selvatica. Pure Moretti per Bianca dovette impormi con Achille Manzotti che gli intimò: “Prendi chiunque, basta che non sia la Morante”».
Non fu l’unica volta.
«Dovevo girare un film in Francia con un regista inglese che si ammalò per il dispiacere di non potermi prendere. Lo stesso con John Malkovich. Il produttore non voleva né me né Javier Bardem, lui per costringerlo ci fece mettere nel suo contratto».
Se ne dispiaceva?
«Ero contenta che mi scegliessero i registi, era più gratificante. Pasolini mi voleva per il suo “Decameron”».
Aveva solo 9 anni.
«Mi telefonò a casa. “Ti piacerebbe?”. “Non so, dovresti parlarne con i miei genitori”. “Ma io lo chiedo a te”. E lì mi irrigidii. Poi non se ne fece niente perché Elsa si infuriò».
Con Verdone fece «L’amore è eterno finché dura». Condivide il concetto?
«Quando ci invitarono in tv per presentarlo dissi che la durata non è mica una garanzia e che anche l’inferno è eterno: in studio calò l’imbarazzo».
Che ha capito dell’amore?
«Niente. Credo che il criterio più giusto sia la curiosità dell’altro, rarissima. Anche con i figli: spesso i ragazzi sono frustrati per la mancanza di curiosità dei genitori. Vogliono sentirsi chiedere: chi sei, che pensi, che cosa ti piace?».
Si è sposata tre volte, quindi ci crede.
«Solo due. Si può stare anche senza matrimonio, però l’idea mi divertiva».
È ancora sonnambula?
«Non più, è finita con l’adolescenza. Però mentre dormo parlo molto, piango, mio marito a volte mi registra».
E non ha cambiato stanza?
Ride. «No, dorme ancora lì, ha il sonno pesante».