Corriere della Sera, 19 settembre 2026
Quattro fregate italiane pronte per il Golfo
L’Italia è pronta a dispiegare sino a quattro unità navali militari nello stretto del Mar Rosso che i ribelli yemeniti potrebbero chiudere. Quattro fregate, o navi simili, sono il minimo necessario a giudizio del governo per rendere sicuri quei 20 chilometri di imbuto sul Mar Rosso che gli Houthi minacciano di controllare e sbarrare.
La lettera inviata all’Alto commissario per la Politica estera della Ue, Kaja Kallas, dal ministro della Difesa Guido Crosetto sottolinea «l’urgenza di prendere decisioni efficaci e tempestive» per scongiurare il rischio di una compromissione della rotta e allo stesso tempo mette nero su bianco che l’Italia, in assenza di altri partecipanti di peso alla rinnovata missione Aspides è pronta a partire da sola, mettendo proprie unità, e garantendo la rotta anche per altri Paesi europei, a condizione che parte delle spese vengano condivise dagli altri membri della Ue.
Come anticipato dal Corriere, dunque, per l’Italia la questione è non solo urgente, ma ha superato ogni perimetro di analisi, viene considerata già operativa dal nostro governo, tanto che ieri mattina una nave commerciale italiana è stata scortata di fronte alle coste dello Yemen finite in mano ai ribelli che vengono foraggiati e incoraggiati dall’Iran.
La fretta delle nostre Forze armate è sistemica, coordinata ovviamente con Palazzo Chigi, e nasce da considerazioni in primo luogo economiche. Se un blocco dello stretto di Hormuz si scarica sui prezzi dell’energia, o sul costo della benzina, un blocco di Bab el-Mandeb significa strozzare la nostra economia e il cuore produttivo che la sostiene, il nostro export. Per lo stretto del Mar Rosso infatti transitano almeno il 60% delle merci che esportiamo verso l’Asia, dalla Cina all’India all’intero quadrante del Pacifico, inclusi Corea del Sud e Giappone.
Un blocco avrebbe dunque effetti dirompenti sulla nostra economia, ben più gravi, secondo le analisi che sono state elaborate nel nostro esecutivo, di un aumento del prezzo del gas o dei carburanti.
Ma non solo, il rischio della chiusura o della compromissione della rotta rischia di avere effetti a catena anche su un altro pezzo dell’economia italiana. Se il traffico commerciale che sbocca oggi nel Mediterraneo uscendo da Suez fosse da domani costretto a circumnavigare l’Africa le merci probabilmente si fermerebbero, una volta arrivate in Europa, nei porti spagnoli oppure olandesi, per poi proseguire su gomma il viaggio verso gli altri Stati europei destinatari. È sin troppo scontato il danno enorme che ne avrebbero i nostri porti, da Trieste a Genova, e l’intero sistema della logistica navale italiana.
Uno scenario da brivido per il governo Meloni, che spiega l’anomalo passo in avanti compiuto da Crosetto: di solito l’Italia non si offre per missioni internazionali in solitaria, è tradizione che le Forze armate vengano impiegate in contesti multilaterali, e all’interno di coalizioni. Ma al momento solo un’altra unità navale, greca, è disponibile per un progetto europeo che stenta a decollare. E allora, per questo motivo, il nostro governo sta imprimendo un’accelerazione che ha carattere strategico. È in ballo una fetta cospicua di made in Italy, uno dei motori del prodotto interno lordo italiano.
Un motivo in più anche per immaginare di fare da soli, da subito, ma a condizione che la garanzia su navi battenti bandiera diversa da quella italiana venga in qualche modo ricompensata dagli alleati e dalle istituzioni dell’Unione europea. Il piano che è in fase di elaborazione presso i vertici della nostra Marina e presso lo stato maggiore delle nostre Forze armate risponde a questi input politici. Crosetto si è detto pronto a discuterne in Parlamento. Ma appare chiaro che il piano è già entrato nella fase operativa.