Linkiesta, 20 settembre 2026
Su come si vendono e come si comprano i libri
Le domande sono due, e naturalmente a nessuna delle due qui troverete risposta. La prima è: come si scrivono i libri? La seconda è: come si vendono i libri?
Partiamo da una cosa che sappiamo tutti, anche se alcuni fanno più tenacemente finta di no: i libri sono più finiti delle carrozze a cavalli. E, per averne la prova definitiva, non serve parlare del fatto che ormai si vendono solo libri per analfabeti o libri col cui autore l’acquirente analfabeta vuol farsi la foto: la prova definitiva si chiama Marie Gluesenkamp Perez, una deputata americana che annuncia un disegno di legge per cambiare l’assurda regola secondo cui i disegni di legge devono essere fatti, pensa che anticaglia, di parole.
Perché non possiamo metterci delle illustrazioni? Se ci sono nei manuali di istruzioni, per aiutarci meglio a capire, non vedo perché non nelle leggi, che tu cittadino devi poter capire – e qui c’è il colpo di genio postmodernista – «a prescindere da quale sia la tua forma di intelligenza». Se capisci solo le figure non sei uno che ha l’età mentale di quattro anni: hai una forma d’intelligenza tutta tua, e io sono qui per incoraggiarla. Gluesenkamp fa alle istituzioni quello che l’editoria ha fatto a sé stessa: ma certo che vi diamo i libri a disegni e ve li chiamiamo graphic novel acciocché vi sentiate moderni, mica ritardati che un libro vero non sanno leggerlo.
Il caso editoriale più interessante delle ultime settimane è un libro uscito in Italia più di sei mesi fa. “L’ultimo turno” è un giallo pretestuoso: di chi sia morto e chi ne sia colpevole non importa nulla né a Chris Pavone né a noi, in compenso è irresistibile l’umanità che descrive, quella d’un condominio dell’Upper West Side il cui portiere guarda allibito i ricchi che o sono finanzieri che pur di arricchirsi non badano alla politica o sono mogli che per andare a servire alla mensa dei poveri non hanno una borsa che non costi una cifra vergognosa e quindi optano per la sportina di stoffa con la faccia di Joan Didion.
Feltrinelli pubblica Chris Pavone all’inizio di marzo, e il suo miglior risultato è ad aprile. L’autore viene in Italia a presentare il romanzo, e in una settimana vende milleduecento copie. A luglio è arrivato a undicimila e qualunque analista di dati editoriali vi dirà che ormai ha finito di vendere, è sulle duecento copie a settimana e andrà a scendere. Senonché arriva quello che gli amanti dei cliché definirebbero cigno nero.
Milena Gabanelli accende la telecamera del telefono e fa un video per Facebook. Dice visto che è estate e avete tempo di leggere vi consiglio due libri. Dice che il giallo di Pavone è ambientato tra i Maga, che è un po’ come dire che “Il falò delle vanità” parla di edonismo reaganiano, o che “La donna della domenica” è un romanzo d’ambientazione andreottiana. Ma questo taglio grossolano, Gabanelli lo sa meglio di voi e me, va benissimo per il grande pubblico. Da quella settimana, Pavone vende più di quando era appena uscito e passava al telegiornale.
La settimana di ferragosto vende 3310 copie. La settimana scorsa 2284. La Gabanelli non ha solo rianimato un libro che, per come va il mercato ormai da molti anni, aveva finito il suo ciclo vitale: gli ha quasi triplicato le copie totali. Attualmente Pavone ha venduto ventiseimila e settantuno copie. Quindi, prima lezione: i libri si vendono con la menzogna giusta detta dal venditore giusto al pubblico giusto.
Giovedì mi sono affacciata alla presentazione bolognese del libro di Giorgio Dell’Arti, “America nuda e cruda”, in quel posto simbolico che è la Sala Borsa. Simbolico del presente: a Bologna si fanno le presentazioni dei libri in un posto in cui non si sente una parola di ciò che dicono autori e presentatori, ma dall’architettura molto fotogenica.
In due momenti della presentazione, Dell’Arti ha detto due cose fingendo fossero scollegate. Una era che ci aveva messo dentro il primo mandato Trump solo per poter usare il sottotitolo “Come si arriva dai Padri Pellegrini a Donald Trump”. L’altra era che lui aveva scritto un libro sui primi dieci anni del regno d’Italia, ma tutti gliel’avevano rifiutato perché «nelle case editrici ormai comanda il marketing» e gli avevano detto che del regno d’Italia non gliene importava niente a nessuno, però poi Garzanti gli aveva detto che se faceva un libro con la stessa impostazione ma sull’America lo pubblicavano.
A giudicare dal pubblico – non avevo mai visto così tanta gente a una presentazione in Sala Borsa – aveva ragione il marketing. Il marketing, e Milena Gabanelli. E Francesco Costa, naturalmente, che non dico abbia inventato la semplificazione rispetto agli Stati Uniti, ma insomma è il Severgnini della sua generazione.
Oggi Costa sarà in cima alle classifiche che troverete sugli inserti culturali, con le 9057 copie della settimana d’uscita (un’industria il cui prodotto più di successo vende novemila confezioni in una settimana è un’industria mortissima: ha ragione la Gluesenkamp a volerci mettere i disegnini), e io m’interrogo da settimane sull’operazione Arcimboldi. Mondadori ha affittato il teatro milanese (più di duemila posti) per la presentazione. Si entrava gratuitamente, quindi i soldi dell’affitto (a seconda degli accordi, una cifra variabile tra i dodici e i venticinquemila euro) sono buttati. O, come direbbe il marketing, investiti.
Quelli che vengono all’Arcimboldi per farsi la foto con l’autore il libro non se lo sarebbero comprato lo stesso? Quelli che sono abbastanza fanatici da voler venire a teatro a sentirti parlare del libro lo comprano tutti? Sono duemila copie in meno che si sarebbero vendute la prima settimana? Non lo so, ve l’ho detto che non avevo risposte.
[Contrordine compagni, apprendo tardivamente che il «Partecipazione con prenotazione obbligatoria» andava tradotto in «biglietti a pagamento»: per sentire Costa spiegare il libro di Costa i convenuti hanno pagato cinque euro, quindi se Mondadori è riuscita a farsi fare un buon prezzo dall’Arcimboldi è andata quasi in pari, npdS, nota postuma di Soncini].
Ipotizzo però che, per le vendite, più dell’Arcimboldi abbia potuto il sottotitolo gabanelliano: “Il mondo dopo Donald Trump”. Al(l’e)lettore di sinistra piace molto che gli spieghino chi considera inspiegabile teppista istituzionale: Donald Trump e la Meloni; Vannacci no, perché lo percepisce troppo di lotta e non abbastanza di governo.
Quella su come si vendono i libri mi pare una domanda che si fanno molto in Einaudi, forse perché all’essere messi disastrosamente quanto Mondadori in quanto a vendite sommano la pretesa della qualità. Concetto quanto mai slabbrato: è appena uscito l’ultimo libro di Byung-Chul Han, sembra una raccolta di biscotti della fortuna, però continuiamo tutti a dire che è il più importante filosofo vivente. Ormai la cultura è diventata tale e quale al prêt-à-porter e all’arte contemporanea: gli arbitri del gusto decidono che questa cosa è alta e letteraria e importante e elegante e geniale, e non importa se evidentemente non lo è.
Comunque. La disperazione di Einaudi si differenzia da quella di Mondadori perché invece di affittare teatri si fa venire idee. Adesso hanno messo su questa baracconata del manoscritto abbandonato in una cesta, pubblicato col titolo “Abbiatene cura” e come autore un anonimo «Autore del XXI secolo». Non fai in tempo a pensare che peggio di Byung-Chul Han non potrà essere, ed ecco che – poiché nessuno è più scemo del pubblico semicolto – i commenti social si animano di gente che scrive offesa «Cestinate tutto, non leggete nulla se non c’è un santo nel comitato editoriale, senza cricca non si muove foglia e poi raccogliete pacchetti pucciosi?». Forse non è vero che siamo quelli di “Caterina va in città”, forse siamo peggiorati: Giancarlo Iacovoni l’avrebbe capito, che non avevano davvero adottato un manoscritto orfano.
Ma non è delle cicogne editoriali che voglio parlare, bensì di Vincenzo Latronico. Il cui “Le perfezioni” è stato finalista al Booker Prize, il che fa sempre colpo su noi ceto medio complessato che pronunciamo «Baaast’n». A quel punto se lo annette Einaudi (in edizione Bompiani, aveva venduto tra edizione principale ed economica tredicimila copie: rispettabile, ma non da capogiro). Einaudi non solo ripubblica “Le perfezioni”, ma per il libro nuovo, “Una splendida rovina”, gli dà, dice la leggenda, un anticipo di duecentomila euro (che per un autore italiano che non sia Scurati o Erin Doom è da capogiro).
La prima settimana, vende milleduecento copie. La seconda, meno di mille. Immagino che lo manderanno allo Strega per tenerlo attaccato al respiratore e recuperare due spicci. Immagino altresì che Marina Berlusconi stia maledicendo la tradizione di famiglia per cui non si licenzia mai nessuno.
Il problema è che il pubblico italiano che sa che esiste il Booker Prize è il pubblico che i libri li riceve in omaggio.
L’unica fama all’estero che conta è la fama all’estero che arriva quando vendi già tantissimo in Italia (Elena Ferrante, Roberto Saviano, e aggiungerei Roberta Recchia, che senza venire considerata da nessuno un vanto da esportazione ha venduto duecentotrentamila copie di “Tutta la vita che resta”, che stanno adattando per il cinema, che è uscito in America, che è stato recensito dal New York Times; io non ho letto né lei né Latronico, ma solo di uno dei due ho sentito dire «beh certo è l’autore su cui puntano»: ed è, dei due, quello invenduto).
Come si scrivono, i libri, temo abbia a che fare con come si vendono. Jonathan Franzen ha detto in un podcast che, quando gli mandano delle bozze, smette di leggere alla prima frase fatta, perché il cliché gli dice che sei uno scrittore scadente che non si prende venti minuti per riformulare quelle mogli e quei buoi in modi meno slabbrati. Mi sembrava la più incontestabile delle affermazioni, e invece.
Ho i social pieni di americani offesi perché tu i cliché me li lasci stare capitoooo. Di gente che di mestiere scrive la quale sostiene senza mettersi a ridere che se usi immagini alle quali il lettore non è abituato lo allontani dal testo. Ma certo, non usate espressioni sciatte come «vero e proprio» perché siete incapaci: vi sacrificate per venire incontro al lettore.
C’è persino chi se la prende con Martin Amis e la sua guerra, senza sapere che “The war against clichés” era il titolo d’una raccolta di articoli, mica un trattato contro le gatte e il lardo. L’ultima lezione, dunque, è che ha ragione Marie Gluesenkamp Perez: è inutile cercare di vendervi libri pieni di parole, quando già fate fatica coi disegni.